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MUSEO INTERRELIGIOSO DI BERTINORO

Nel 2005 nell'antico borgo di Bertinoro, in provincia di Forlì-Cesena, è nato un interessante Museo Interreligioso, per volontà della Diocesi di Forlì Bertinoro, seguendo il progetto ideato e realizzato dal senatore Leonardo Melandri.
Grazie a un'intensa opera di mediazione  e di ricerca, il senatore ha saputo riunire apprezzati studiosi delle tre fedi monoteistiche , di fama nazionale e internazionale, architetti e affermati artisti, che, lavorando insieme, hanno consentito la realizzazione dei percorsi espositivi, l'acquisizione di importanti oggetti d'arte e la realizzazione del grande portale d'ingresso al Museo. Il direttore del Museo, è il prof. Enrico Bertone, che ha ideato la disposizione dei reperti  e le didascalie di ogni pezzo.
Le dodici sale del Museo sono ricche di reperti che consentono uno studio approfondito sulle tre religioni monoteistiche e, attraverso la conoscenza, favoriscono il rispetto reciproco e il dialogo.
I reperti sono così ripartiti:

Sala  1:  ingresso
Sala  2:  le dodici Tribù d'Israele
Sala  3:  le radici storiche
Sala  4:  Dio creatore del cielo e della terra
Sala  5:  il Cristianesimo
Sala  6:  l'Ebraismo
Sala  7:  la famiglia ebraica nel giorno di Pasqua
Sala  8:  la Moschea
Sala  9:   i Cinque Pilastri dell'Islam
Sala 10:  arredi sacri
Sala 11:  il Male  
Sala 12:  l'Oltre


PER IL BENESSERE DEL VOSTRO PAESE
Tavola rotonda organizzata da Enrico Bertone, direttore del Museo Interreligioso di Bertinoro, domenica 29 maggio 2016

Sono intervenuti il dr. Luciano Meir Caro, rabbino capo di Ferrara, il prof. Gilberto Borghi, docente e saggista e l'imam Abd al Ghafur Masotti del CO.RE.IS

Enrico Bertone

Essere insieme nel bene è il significato più profondo della parola benessere. La prima attestazione storica di questa parola ricorre nel profeta Geremia, che raccomandava agli Israeliti di spendersi per  il “benessere” del paese dove sarebbero stati deportati, perché quel paese sarebbe divenuto il loro paese. La tavola rotonda che si tiene oggi, domenica 29 maggio 2016, vuol riflettere sul significato più profondo del benessere. Occorre interrogarsi cosa significhi oggi essere insieme nel bene, nella relazione di genere, nei confronti del proprio paese e nel rapporto con chi pratica una fede religiosa diversa dalla nostra.

Rav Luciano Meir Caro

Il rabbino di Ferrara e responsabile dell'Associazione Ovadiyah Yare, ha introdotto il tema dell'incontro, parlando della predilezione degli Ebrei in generale per la pace e per la rispettosa convivenza con gli altri. Gli ebrei della diaspora hanno sempre cercato la pace col paese che li ospitava. Così in Italia, dove i primi ebrei, quelli della città di Roma, sono venuti prima di Cristo, gli ebrei si sono sempre sentiti a casa loro e hanno uniformato il loro comportamento alle leggi del paese dove si sono trovati a vivere. Solo quando furono promulgate le leggi razziali, nel 1938, la maggioranza degli ebrei si trovò impreparata ad accettare la realtà. Si sentivano profondamente italiani, avevano dato un grande contributo, anche di sangue, all'unificazione della penisola e  alla nascita del Regno d'Italia. Si è calcolato che gli ebrei morti sui campi di battaglia nelle guerre del Risorgimento siano stati in percentuale in numero superiore a quello delle altre religioni. Gli ebrei pensavano che l'Italia fosse il paese migliore dove vivere. Dunque quelle leggi furono viste come un tradimento e vi furono molti suicidi fra gli ebrei. Ricordo che mio padre continuava a dire: Non è possibile che questa situazione prenda piede, l'Italia non è così, tutto finirà in una bolla di sapone. Non voleva ammettere la realtà neppure quando io e mia sorella fummo cacciati dalla scuola statale, e vi furono altre epurazioni anche in altre istituzioni e luoghi di lavoro. Prima di tutto questo, a causa dei pericoli della guerra, sfollammo dalla città, e trovammo una villetta in riva al mare dove abitare. Ma venne un carabiniere a dirci che non potevamo restare, perché la legge imponeva  che gli Ebrei non  abitassero sulla costa, per il timore che facessero segnalazioni al nemico nel caso di una invasione inglese.
Questa fedeltà per il paese che ci ospita fa parte proprio della nostra normativa, che dice: “la legge del paese dove abiti è la tua legge”. E devi averne rispetto come verso i Comandamenti. Per esempio  imbrogliare lo Stato nel pagamento delle tasse è considerato un furto aggravato dall'ingratitudine. Si fa eccezione solo se il paese dove abitiamo respinge i nostri principi generali: per esempio quello del rispetto della vita di tutti, o quello del la purità sessuale. Se, ammettiamo, mi  si costringesse a sposare mia sorella. Ma non è mai avvenuto. A volte noi ebrei ci siamo sentiti più cittadini degli altri. Gli Ebrei italiani si sono sempre considerati più italiani dei non ebrei. Noi siamo in Italia da più di 2000 anni, più di ogni altra persona che discende da una mistione di popoli. Non è vero, naturalmente. Ma a Roma, come a Ferrara, gli ebrei si considerano i veri rappresentanti della cultura cittadina. Partecipare alla vita economica e sociale è considerato doveroso, e la naturale “nostalgia del ritorno” che tutti proviamo per la Terra santa, che abbiamo nel DNA, non ce lo impedisce. Gli italiani che sono andati ad abitare a Gerusalemme continuano a essere coinvolti nella vita politica italiana, seguono tutti i suoi eventi con passione. L'Italia è stata per loro una patria, e non quella secondaria.

Gilberto Borghi, docente e saggista.

L'etimologia della parola salam, è la stessa del shalom ebraico, e significa armonia vitale compiuta. Centrale è la relazione con la divinità. Da un punto di vista religioso,  è possibile l'armonia con Dio solo se ammettiamo che la nostra vita è regalata. Nessuno parte dall'idea che viviamo gratis. Anzi di solito siamo convinti che nessuno ci regala niente. Certo che, se dovessi “pagare” la mia esistenza, non potrei mai farlo. Per esempio, ho fatto una gita con i miei studenti alla Caritas di Roma, e questo ha dato loro l'esperienza della gratuità. Poi un giorno, mentre percorrevo il Cammino di Santiago, ho raggiunto una ragazza che procedeva a fatica zoppicando su una gamba paralizzata. Le ho chiesto: Come va la tua gamba? Mi ha risposto: Bene, sono quattro anni che è così. E mi ha raccontato che fino a quattro anni prima aveva cercato sempre il massimo per sé, le esperienze più estreme. Poi è stata colpita da ictus ed è stata costretta a fare i conti con la sua precedente filosofia di vita, cioè con l'idea che bisogna dare il massimo, che tutto va pagato. Fu ricoverata sei mesi in ospedale, tentò anche il suicidio, ma poi nella comunità di recupero scoprì che ci sono persone che vivono la vita come un regalo. Solo accettando questa chiave di lettura, ha potuto accettare la sua nuova vita. Una vita per imparare ad amare. Si può vivere senza cercare niente, e senza temere niente. A che condizione? Acquisire la certezza di essere tenuta in piedi non da cose umane. Il prossimo non è più un ostacolo, perchè non si hanno obiettivi. Questo ribalta il problema della convivenza. C'è una straordinaria differenza fra sé e il creatore.
In greco shalom si può dire eirene, agathoi, eporei. Il primo deriva dalla radice di eros, appagamento, agathoi significa atti di bene, eporei viene da una radice che significa attraversare, oltrepassare. Dunque è una via per poter uscire da se stessi. Non è importante che cosa è che ci dà il benessere, ma il modo, la forma in cui ci vien dato. Perché Eva viene tentata? Se mangerai il frutto, diventerai come Dio, le era stato detto. Questa è l'aspirazione di chi vuole avere la sensazione di bastare a se stesso. Dunque Eva si fa ingannare sul piano del metodo. Il peccato è più forma che contenuto.
Come si muovono le religioni? Le religioni lavorano per scomparire, cioè permettendo che l'uomo si faccia prendere da Dio. La religione serve all'uomo per essere approvato da Dio. Molte religioni, per es. l'induismo, hanno l'obiettivo di affermare la propria differenza dagli altri. Ma la religione alla fine sarà superata, non sarà più necessaria. A volte i cattolici si scandalizzano di questo. Ma la Bibbia, l'Eucarestia, non avranno più ragione di essere. L'umiltà dovrebbe far riconoscere che dobbiamo dare spazio all'altro. Questo in realtà è l'unico modo di avere un'identità.

Imam Abd al-Ghafur Masotti della CO.RE.IS.

Confermo che shalom e al salam coincidono. Al salam è la pace di Dio, non un vago augurio sentimentale. Fra musulmani ci si saluta con Al salam aleikum, e bisogna rispondere allo stesso modo. Un sapiente astronomo legislatore ebreo del XII sec. ha detto: la legge del paese che ti ospita è la tua legge. La stessa cosa è per l'Islam. Borghi ha detto che la religione è solo un mezzo; è vero. La utilizziamo per arrivare a Dio. Invece oggi assistiamo a idolatrie della religione.
Il benessere è il dialogo interreligioso, è questo a darci il benessere. Che cosa è? La parola dialogo è formata da  dià= attraverso, logos= parola. E' il dialogo attraverso il Logos. Per primo ne parla il filosofo greco Eraclito: l'universo si regge sul Logos, principio normativo dell'universo. Poi gli stoici parlano del Logos spermaticon, ogni cosa ha la vita attraverso il Logos. Esso ci accomuna tutti, ma allo stesso tempo ci differenzia. Infatti il dialogo possiamo farlo fra noi per il fatto che siamo diversi, altrimenti che dialogo faremmo? Dunque il dialogo significa soprattutto questo substrato del Logos. “Le differenze sono una benedizione, Dio poteva fare di voi una sola comunità, ma ha voluto mettervi alla prova con le differenze. Gareggiate con le opere buone, un giorno capirete”  dice Mohammed. Dunque siamo chiamati a rispettare e a dialogare. Questo  passo della dottrina islamica è nel DNA dell'islam. La rivelazione data da Mohammed è conforme a quelle precedenti ebraica e cristiana, c'è in tutte questa apertura al dialogo. Mohammed chiamava “religioni del Libro” l'ebrea e la cristiana, perché la loro rivelazione è contenuta nel libro della Bibbia. Ma poi anche altri, come gli Indù, chiesero di essere destinatari di questo dialogo. Ci sono esempi cui fare riferimento. Al Concilio Vaticano II la Chiesa cattolica ha dichiarato l'apertura verso le altre fedi.
Nel 2006 è uscito un documento sottoscritto in Giordania da molti imam: “Una parola comune fra noi e voi” che ha inaugurato il dialogo dell'Islam con le altre religioni monoteiste. La parola comune è adorare un solo Dio e accogliere il prossimo. Alla base deve esserci il dialogo, perché non resti un discorso astratto, ma comporti atti e fatti concreti. Il Forum cattolico-islamico (voluto da Benedetto XVI ) ha stilato un documento che dice: il dialogo deve portare all'azione.
Bisogna leggere il trattato sulla tolleranza di Voltaire. Molti dicono: non voglio essere tollerato, ma rispettato. Invece questo trattato ha molto da insegnare e si conclude con una bellissima preghiera a Dio:

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo, ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi: se è lecito che delle deboli creature, perse nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato, a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura. Fa sì che questi errori non generino la nostra sventura.
Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l'un l'altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fa' che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera.
Fa' sì che le piccole differenze fra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, fra tutte le nostre opinioni insensate, fra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
Fa' in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti, sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
Fa' che coloro il cui abito è tinto in rosso e in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo, e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chaimano “grandezza” e “ricchezza”, e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c'è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime, come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell'attività pacifica!
Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodo di pace,
ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingua diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

(Voltaire, dal “Trattato sulla tolleranza”del 1763).
    
     Giovanna Fuschini

 
 
 
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