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Camaldoli 2017

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Colloquio di Camaldoli- Mercoledì 6 – Domenica 10 dicembre 2017

«Benedetto il Signore Dio di Israele»
La preghiera di ebrei e cristiani.

Apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode
(Sal 51,17)


Il primo giorno del Colloquio, quasi ogni anno, ci porta la triste notizia della scomparsa di qualche personalità del dialogo; quest'anno, oltre a Paolo De Benedetti, spirato proprio l'ultimo giorno del Colloquio 2016, altre persone sono mancate:  rav Joseph Laras, Nathan Ben Chorin, Luisella Ottolenghi Mortara, Abd al Wahlid Pallavicini, lasciando grande rimpianto ma anche orme molto importanti da seguire.
 In particolare a Paolo De Benedetti viene dedicato il Colloquio di quest'anno. Massimo Giuliani gli ha reso omaggio, affermando che Paolo ha avuto un ruolo specifico nel panorama del dialogo ebraico-cristiano, a partire dai suoi luoghi simbolo di Milano: la Facoltà Teologica  dell'Italia Settentrionale, dove Paolo per un ventina d'anni ha tenuto i suoi corsi; la Casa delle suore di Sion, dove era l'animatore; la Libreria Claudiana, davanti alla sinagoga di via Guastalla, dove partecipava a tavole rotonde e comprava libri; il gruppo Sefer, di cui era riferimento culturale;  il gruppo Teshuva, legato alla curia ambrosiana, ma interconfessionale; infine la parrocchia di san Giovanni in Laterano, dove, dopo la morte del cardinal Martini, è proseguita l'esperienza della cattedra dei non credenti.  Paolo De Benedetti è stato un grande ambasciatore dei due mondi, la Chiesa ambrosiana e la Comunità ebraica di Milano, con  la sua dialettica  fra laicità e fede, con la sua dedizione alla ricerca, per la sua ironia e autoironia  e per aver lasciato sempre uno spazio al dubbio .
Il tema di quest'anno, la preghiera di ebrei e cristiani, è stato introdotto da Pier Francesco Fumagalli, approfondendo il significato di preghiera attraverso varie implicazioni etimologiche e cabalistiche; come ad esempio la derivazione di minareto da menorah,  di orazione dalla radice or, luce, e come la coincidenza della somma numerica di ahavà (amore) con quella di echad (uno) che ci  suggerisce l'aspetto mistico della preghiera, in cui il cuore e la mente diventano una cosa sola. In tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, ricorrono forme di preghiera e  la preghiera cristiana  conserva l'impronta ebraica.  I Salmi ebraici ricorrono nei salteri della tradizione monastica e il rito dell'espiazione, appartenente alla liturgia del Tempio, è stato traslato nel sacrificio di Cristo. Molti sono i valori spirituali condivisibili delle due confessioni in base ai quali sarà possibile arrivare a una collaborazione fraterna nel prendersi cura del mondo (tikkun olam). Nel dialogo ebraico-cristiano si può dunque vedere l'avverarsi di una profezia.
 Il tema della preghiera nella Bibbia ha visto impegnati il primo giorno Alexander Rofè e Daniele Garrone. Il primo ha trattato la preghiera nell'Antico Testamento e i suoi elementi principali: petizione e ringraziamento. Ma non sempre nella Bibbia troviamo preghiere: Giuseppe riconosce che Dio è stato il movente di tutte le sue vicende, ma non prega mai; nelle  alterne vicende di Rut non è contenuta nemmeno una preghiera, benché Rut riconosca l'intervento di Dio  nella sua vita; nel Deuteronomio Israele in esilio cerca il Signore col cuore e l'anima, ma non si menziona la preghiera. Pare che nel periodo biblico ci fosse una corrente che non riteneva giusto infastidire Dio con le nostre richieste, corrente che trovò espressione nel Qohelet (5, 2): "Dio è in cielo e tu sei sulla terra...dalle molte chiacchiere viene il discorso dello stolto". Invece in Geremia 29  Dio dice: "Voi verrete a invocarmi, mi pregherete e io vi ascolterò". Ci sono dunque correnti e controcorrenti in questa letteratura millenaria, dove c'è posto per tutte le opinioni.  In particolare sono i profeti gli esperti, i tecnici della preghiera che intercedono presso il Signore e il maggior impetratore è Geremia. Nella Bibbia ebraica la preghiera appare come un'espressione spontanea, ma ci sono già indizi di istituzionalità. Certe formule, come la confessione dei peccati di Davide : "Ho peccato contro il Signore",  diventano frasi ricorrenti, diventano liturgia ebraica. In generale le preghiere dei Salmi coinvolgono anche chi legge perché trascendono le circostanze, li sentiamo nostri: in momenti di sconforto, quando ci sentiamo abbandonati, il pensiero di  Dio  è motivo di speranza.
 I Salmi sono il tema principale anche di Daniele Garrone, che spiega come fra i 150 Salmi è molto rappresentato il tipo delle petizioni in prima persona, e c'è grande franchezza davanti a Dio, una relazione intima con lui. Nel Nuovo Testamento il Vangelo di Luca riporta preghiere come il Magnificat e il Benedictus, che riprendono salmi biblici.  Anche a Qumran e nella diaspora vengono scritte preghiere, riverberazione di motivi biblici, che permettono di pregare anche a tutti coloro che si sentono peccatori. Questa Bibbia che diventa preghiera si trova ad es. nel Salmo 51, il "Miserere", tutto centrato sul peccato. I cristiani hanno spesso dato dei Salmi una lettura cristologica, ma Dio non ha distrutto gli Ebrei, che sono il popolo testimone. Il versetto del Salmo 22: "Dio è colui che sta assiso sulle lodi di Israele" ci fa capire che, anche se non c'è più  il Tempio, Dio può troneggiare in qualsiasi sinagoga: dove si prega, lì c'è il trono di Dio. In Isaia 56, 6 poi  si rigetta il nazionalismo etnico: "La mia casa sarà detta casa di preghiera per tutte le genti".  Dunque i cristiani leggono i Salmi perché Isaia 56 dice che quelle preghiere un giorno saranno anche per loro. Il dialogo deve portare Ebrei e Cristiani a leggere i Salmi insieme.
A questo proposito molto interessante è stato, fra i vari seminari, quello guidato da Marco Morselli e Gabriella Maestri, in cui si è trattata la preghiera di Yeshua/Gesù nel Vangelo di Matteo. Gesù attribuisce importanza alla preghiera privata, e la porta come esempio a coloro che esibiscono la propria religiosità. Raccomanda di pregare nel segreto, senza esibizioni di devozione e ascetismo, di non sprecare parole come i pagani, ... "perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate".  Gesù appare formato interiormente dalla Parola della Torah.  La sua preghiera riassume le 18 benedizioni, è ebraica, ma anche tipica del suo gruppo. Gesù censura non la preghiera ebraica, ma la preghiera sbagliata e ipocrita. Il Padre Nostro è la più importante preghiera cristiana, ma è stato notato che vi mancano tutti quei riferimenti cristiani che gli ebrei non accetterebbero.  Dunque il Padre Nostro potrebbe essere recitato insieme da ebrei e cristiani.
Il secondo giorno lo studio si è addentrato in modo più particolare sulla struttura della preghiera del giudaismo, il Siddur. Rav Amedeo Spagnoletto ha riconosciuto che una fonte importante per comprendere la preghiera ebraica è il Trattato delle Benedizioni del Talmud, oggi disponibile in due tomi tradotti in italiano, a cura di Gian Franco Di Segni.
Nella Tefillà c'è un Siddur, ordine, che si deve seguire da quando ci si sveglia.  Il Talmud dice che ogni giorno bisogna recitare 100 benedizioni, il cui ruolo è importantissimo. C'è una benedizione prima di compiere un precetto, prima di godere di qualcosa in questo mondo, la benedizione di lode, ecc.  Si è molto discusso se sia meglio la tefillà spontanea, immediata, o quella ordinata, da recitare in tempi, luoghi, modalità diverse, al tempio, alla scola, alla sinagoga... e da un  numero minimo di persone, il minian . È possibile usare un "conio" generale, poi inserirvi quello che si vuole esprimere. Chi fa delle sue preghiere soltanto qualcosa di fisso, la sua preghiera non è autentica supplica. Sono necessari tutti e due i tipi di preghiera, essi si equilibrano.  
Fra le benedizioni attira interesse la Birkat ha minim o Benedizione contro eretici e settari. Se ne sono occupati Shemuel Lampronti  e Piero Stefani. Questa benedizione fu istituita a Javné, dove si era ritirato il rabbinato dopo la distruzione del Tempio.  Il testo più antico è molto duro: dice che per coloro che si allontanano, che tradiscono, non vi sarà speranza, tutti i minim saranno distrutti e umiliati e il regno del male sarà sradicato. Fra i condannati da questa "benedizione" c'erano anche i primi aderenti al cristianesimo, che erano considerati destabilizzatori dell'unità del popolo  quando l'ebraismo si stava reinventando  e si sentiva minacciato da queste forme alternative. In seguito il testo è stato sottoposto ad autocensura, sono scomparse alcune categorie di censurati e il riferimento al regno del male. In particolare in Europa, dove le persecuzioni erano frequenti, il testo venne addolcito ed è passato in modo graduale da una formulazione lunga e polemica a una formulazione più breve e moderata per adattare la lettura alla mutata sensibilità.
 Piero Stefani, ha affermato l'importanza della ricerca storica riguardo allo scisma dovuto all'annuncio evangelico. In due passi dell'evangelista Giovanni troviamo il termine: espulso dalla sinagoga
(αποσυνάγωγος).  E' noto che i primi cristiani frequentavano la sinagoga e continuarono a farlo saltuariamente fino IV secolo, quando i giudeo-cristiani finiscono fra i minim, cioè fra coloro cui si riferisce la preghiera deprecatoria, anche perché, in quel periodo, da Costantino a Teodosio, tutto l'impero romano sta diventando cristiano, con implicazioni antigiudaiche.  La ricerca storica  oggi  suggerisce la possibilità di una  riformulazione dei testi che può condurci verso orizzonti diversi da quelli frequentati fino a oggi.
 Sempre a proposito di benedizioni e di salmi imprecatori, il Colloquio ha raggiunto il punto più "caldo" in terzo giorno, quando ha affrontato  il tema scomodo della preghiera cristiana del venerdì santo, tema scottante soprattutto per le reazioni del mondo ebraico. Si tratta di un testo liturgico dalla storia tormentata che testimonia le relazioni fra cattolici ed ebrei ma anche  il cambiamento della Chiesa cattolica che ha risentito delle trasformazioni sociali e culturali nel tempo. Daniele Menozzi affronta il tema da un punto di vista storico: il testo antico della preghiera per gli Ebrei, che contiene questa frase: preghiamo Dio perché i perfidi giudei riconoscano Gesù ecc. risale al Sacramentario Gelasiano del VII secolo ed è presente dal Concilio di Trento in tutte le celebrazioni pasquali. Fa parte della liturgia latina del Venerdì santo insieme a letture bibliche collegabili alla teologia della sostituzione e all'idea della colpa collettiva degli ebrei nella morte di Cristo.  Il termine perfidi è un termine estraneo al lessico neotestamentario, e ha assunto nel tempo una caratterizzazione negativa e ostile. Infatti è avvenuto uno slittamento semantico dal latino (dove significa che ha fede diversa) alle lingue volgari dove assume valore  di malvagio, scellerato tanto da portare a un giudizio morale negativo verso il popolo ebraico. Nel '700, periodo dei Lumi, si tende a una società basata sui diritti dell'uomo  e si fa strada l'idea che  il modo con cui i cristiani trattano gli ebrei è responsabile della loro condizione; ecco quindi tutta una serie di istanze per il cambiamento di questa parola, istanze che però  vennero ignorate dalla Chiesa. La questione viene ripresa nell' Ottocento, quando per la nuova temperie culturale la storia della liturgia è sottoposta al metodo storico-critico. La Società Amici di Israele emise il primo documento in cui si prendono le distanze dall'antisemitismo, ma il Sant'Uffizio  negò la possibilità di un cambiamento privilegiando  la condanna rispetto alla distanza dall'antisemitismo. Solo nel secondo dopoguerra, segnato dalla Shoah e dal libro di Jules Isaac, dove si sostiene che la liturgia è l'elemento che ha creato il clima giusto per la Shoah,  teologi e filosofi cominciano a chiedere l'adeguamento del linguaggio liturgico. Nel 1959 il card. Bea e Giovanni XXIII decidono l'eliminazione del termine incriminato. Il Documento conciliare Nostra Aetate portò ad altre trasformazioni ancora più radicali  finché  Paolo VI cambiò tutto il testo della preghiera che diventò l'auspicio del raggiungimento di pienezza di fede attraverso il patto fra Dio e il popolo ebraico. Il concetto è che nessuno ha la pienezza della conoscenza, per raggiungerla ognuno può e deve cambiare. Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI  il nuovo testo diventa ufficiale. Dopo questo excursus storico, la lezione di Piero Stefani ha avuto invece un taglio teologico. Il venerdì santo è il tempo in cui viene celebrato il valore universale della morte di Gesù Cristo. La Chiesa, in virtù della morte di Gesù Cristo, ritiene lecito e opportuno pregare per tutti e anche per gli Ebrei. Per la Chiesa cattolica non c'è altra via di salvezza che quella in Gesù Cristo; però, dal momento che Dio non ha revocato l'alleanza col popolo ebraico, ci sarebbero due vie di salvezza, una ebraica e una cristiana e questo metterebbe a repentaglio la base della Chiesa per la quale  il concetto della responsabilità ebraica della morte di Gesù condanna gli ebrei invece di salvarli. Una sorta di sottotesto biblico riconosce agli Ebrei un velo sul cuore. Le spiegazioni giudaiche di Paolo in Corinzi 3, 14-15 hanno come conseguenza il diffondersi dell'iconografia della sinagoga bendata, che celebra la teoria della sostituzione, l'umiliazione della sinagoga per il trionfo della Chiesa.  Ma quando la Bibbia dice che tutti andranno a Gerusalemme, vuol dire che  il Dio d'Israele diventa il Dio di tutti. Perciò la questione potrebbe assere ancora aperta ad altre formulazioni.
 L'ultima sera nella sala delle riunioni si è esibito il quartetto Cidnewski Kapelle, specializzato in repertori klezmer, con la partecipazione di Miriam Camerini, e ha eseguito brani strumentali e canzoni tradizionali delle comunità ebraiche askenazite dell'Europa centro-orientale, con sorprendente vivacità e allegria di canti e danze.
 La mattina seguente è stata dedicata ai saluti e alle conclusioni. Dopo l'intervento di Noemi Di Segni, presidente delle Comunità ebraiche d'Italia, che ha incoraggiato tutte le religioni sulla strada della responsabilità verso ciò che accade nel mondo, sono intervenuti don Cristiano Bettega, Claudia Milani, Miriam Camerini e Milena Beux Jäger . Ciò che è emerso dopo molti incontri, lezioni e seminari è il concetto di preghiera come linguaggio e come produzione sociale, che porta avanti la conoscenza dell'altro e la conoscenza di Dio, e avvicina alle soglie del mistero. Affrontare anche temi scomodi come le imprecazioni ebraiche e la preghiera del venerdì santo è stato giudicato un utile momento di riflessione. Si è riconosciuto che pregare insieme fa nascere un rapporto nuovo di sincerità e di amicizia e che è importante trovare  legami liturgici perché il seme dell'antisemitismo non attecchisca più. Infine Marco Morselli, che durante una precedente riunione dell'AEC è stato eletto presidente della Federazione AEC d'Italia, ci ha congedati con l'augurio che la fraternità fra cristiani ed ebrei si estenda nel mondo, nello spirito di Camaldoli.
Giovanna Fuschini



 
 
 
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