Giornata Ravenna - amicizia ec romagna

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Giornata Ravenna

Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo
del dialogo fra cattolici e ebrei (2018)


Nella 29° Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei, la Diocesi di Ravenna-Cervia ha organizzato, con la collaborazione dell'Amicizia Ebraico-Cristiana della Romagna, un incontro con rav Beniamino Goldstein. Don Darius Kesiki l'ha presentato:  nato a Trieste, dove ha compiuto i primi studi sotto la guida del rabbino Luciano Caro, Goldstein  ha proseguito i suoi studi  in Israele ed è tornato in Italia nel 2002, è stato rabbino a Merano poi a Venezia e oggi guida la Comunità ebraica di Modena, ma insegna anche al Collegio rabbinico Italiano di Roma.
E' stato scelto come tema della Giornata il Libro delle Lamentazioni, tradizionalmente attribuito a Geremia.
Goldstein ha spiegato che le  Lamentazioni sono dette in ebraico Echà, dalla prima parola del libro, che significa Come mai, "Come mai è solitaria la città un tempo ricca di popolo?"  Nelle sue cinque parti, viene descritta la distruzione del primo Tempio a opera dei Babilonesi, l'assedio terribile, la caduta di Gerusalemme. Il libro si conclude con la speranza del ritorno. Questo libro è fondamentale, oltre che per i contenuti, anche perché viene letto, con una melodia funebre, nel giorno che ricorda la catastrofe, un giorno non festivo, che cade il 9 del mese di Av, quando è imposto un digiuno di quasi 25 ore e si osservano le stesse regole del lutto per i parenti. In sinagoga  si leggono, sera e mattina, le Lamentazioni , ricordando non solo la distruzione del 586 a.e.v., ma anche quella del 70  dell'e.v. a opera di Tito. In questo libro le varie comunità ebraiche del mondo hanno trasferito le proprie disgrazie. Gli Askenaziti, che hanno la culla nelle fiorenti comunità medioevali di Spira, Worms e Magonza, tutte tre sul Reno, celebrano quel giorno anche la distruzione delle loro comunità che avvenne  nell'anno 1096, al tempo della prima crociata. Oggi poi vi si include anche la catastrofe della Shoah. Ma il giorno dedicato alla Shoah in Israele è il 10 Tevet, che è anche il giorno del Kaddish generale, cioè la data di morte convenzionale di tutte le vittime della Shoah.
Rav Golstein spiega che dal Libro delle Lamentazioni si possono ricavare molti insegnamenti: per esempio, ci mostra che sul quotidiano Avvenire,  Riccardo Di Segni  ha messo in luce l'invito: "Porgi l'altra guancia", condiviso da Ebrei e Cattolici; invece Goldstein ha impostato la sua interpretazione delle Lamentazioni sulle catastrofi toccate all'ebraismo nella storia, ma anche sulla capacità tutta ebraica di risollevarsi dopo ogni caduta.
 Prima  della distruzione di Gerusalemme l'ebraismo era basato sul Tempio, ma con la sua distruzione l'ebraismo poteva aver termine. Chi sono gli Ebrei, per la gente comune oggi? Nei libri di storia in uso nelle scuole praticamente gli Ebrei sono ricordati solo due volte: al tempo degli Assiro-Babilonesi, degli Egizi, nel capitolo sulle civiltà antiche, e, dopo 2000 anni, al tempo della Shoah. Come se in quei 2000 anni non fossero stati presenti, e come se l'ebraismo fosse finito dopo il 70, oppure al tempo dell'imperatore  Adriano, che domò brutalmente un'altra rivolta nel 132-135. Infatti questo sarebbe potuto avvenire,
Invece accade una sorta di miracolo, che possiamo capire leggendo i versetti 5, 17-18 delle Lamentazioni: "Per questo è diventato mesto il nostro cuore, per tali cose sono annebbiati i nostri occhi: perché il monte di Sion è desolato, le volpi vi scorrazzano". Nel Talmud si narra che rabbi Akiva, quando il ricordo del Tempio era ancora vivo e bruciante nei cuori, vide aggirarsi volpi intorno alle rovine del Tempio. I suoi compagni ne trassero motivo di pianto, invece Akiva sorrise perché in quel momento sentì di essere testimone dell'avveramento della profezia di Geremia.  E come si era avverata quella, così si sarebbe avverata la profezia di Zaccaria (8,4-5) che dice: "Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per l'età avanzata. Le piazze della città formicoleranno di bambini e bambine che giocheranno...".
Il Tamud narra anche che rav Johanan Ben Zakkai, ai tempi dell'assedio di Vespasiano, si fece trasportare fuori dalle mura di Gerusalemme chiuso in una bara, fingendosi morto, per poter parlare col generale romano. Quando fu davanti a Vespasiano gli predisse che sarebbe diventato imperatore in base alla profezia: "Gerusalemme cadrà per mano di un imperatore". In cambio Ben Zakkai chiese la salvezza della città di Javneh e della sua accademia. Questo portò  alla grande trasformazione dell'Ebraismo, che si costruì una cittadella "portatile", per mezzo della quale si poté sviluppare per tutta la diaspora anche senza Tempio. Quel periodo  venne chiamato "Potere della cattedra". In quel nuovo modello di ebraismo fatto di studi e di preghiere, Mishnà e Talmud cominceranno a svilupparsi, sempre con la speranza del ritorno a Gerusalemme, cosa che si è verificata solo nel '900. Dunque Echà si conclude con la speranza, non solo col lutto, e questo spiega come l'ebraismo poté sopravvivere senza terra e senza Santuario.
E' molto ebraico il pensiero che, dopo il lutto, bisogna ricominciare, pur nel dolore, a ricostruire. Le accademie talmudiche del '900, spazzate via in Polonia e Lituania dalla Shoah,  sono ricomparse in Israele e negli Stati Uniti con gli stessi nomi.
Ciò che è distrutto deve essere ricostruito, anche se è doveroso fermarsi di quando in quando a far lutto per non dimenticare.
Se l'ebraismo non avesse avuto questa mirabile determinazione, non sarebbe giunta a noi la sua tradizione religiosa e non sarebbe diventato la "radice santa" del cristianesimo.

Giovanna Fuschini


 


Alcuni articoli di Avvenire

Spreafico: la Nostra Aetate vera svolta nei rapporti tra le due fedi


"Una buona eccezione italiana?». È questo il testo dell'incontro che si è tenuto ieri sera nel Convento di San Domenico a Bologna in occasione della Giornata per il dialogo ebraico-cristiano. Hanno partecipato Alfonso Arbib, presidente dell' Assemblea rabbinica italiana, e il vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione Cei per l'ecumenismo e il dialogo. Hanno portato il proprio saluto l'arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi e Alberto Sermoneta, rabbino capo del capoluogo felsineo. Di seguito pubblichiamo ampi stralci dell'intervento di monsignor Spreafico.
AMBROGIO SPREAFICO
Nata ne1990, per volere della Commissione per l'ecumenismo della Cei, la Giornata dell'ebraismo viene celebrata dalla Chiesa italiana il 17 gennaio di ogni anno, il giorno prima dell'inizio della settimana per l'Unità dei cristiani (18-25 gennaio). Questa collocazione vuole mettere in evidenza il legame privilegiato che intercorre tra ebraismo e cristianesimo. Non a caso, il tema scelto per la prima celebrazione della Giornata, fu «La radice ebraica della fede cristiana e la necessità del dialogo». Il Catechismo degli adulti della Conferenza episcopale italiana, afferma: «Israele è la radice santa, dalla quale si sviluppa il cristianesimo; è l'olivo buono, sul quale vengono innestati i pagani, perché portino frutto» (Cap.11,5).
E da qui che partiamo per riflettere sul rapporto privilegiato che unisce i cristiani all'ebraismo. Oggi
molti di noi celebrano questa giornata come un fatto normale, direi scontato. Tuttavia non fu per niente così fino al Concilio Vaticano II e ancora oggi per un certo numero di cristiani. L'antisemitismo e il
pregiudizio antiebraico, che oggi si sposa a volte con l'antisionismo, non è per nulla morto. Un esempio recente riguarda la manifestazione del 9 dicembre a Milano contro la dichiarazione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele che, pur esprimendo  un legittimo dissenso, si è nutrita di slogan antisemiti non tollerabili e da condannare con chiarezza.
A proposito di antisemitismo, il World Jewish Congress ha contato nel 2016 sul web ben 382mila post antisemiti, uno ogni 83 secondi. Non credo che coloro che li hanno postati siano tutti atei. Il rigurgito in Europa di gruppi di estrema destra si nutre dell'antisemitismo come del pane della sua propaganda! Per questo le giornate come questa sono ancor più necessarie e andrebbero celebrate ovunque. Abbiamo bisogno di riflettere, di capire, aiutando le nostre comunità, parlo ovviamente peri cattolici, a recepire l'insegnamento che si è sviluppato a partire dal Concilio come qualcosa di fondamentale non solo per il nostro rapporto con l'ebraismo, ma anche per la comprensione stessa della nostra fede in Gesù di Nazareth, ebreo a tutti gli effetti.
Durante i secoli passati non mancarono certo voci in difesa degli ebrei, ma non riuscì a imporsi un generale atteggiamento di dialogo, di incontro, pronto a combattere il pregiudizio che aveva segnato il rapporto braico cristiano per secoli. È con la fine della Seconda guerra mondiale e dopo  il dramma dell'Olocausto che si cominciano a perseguire da parte cattolica atteggiamenti nuovi.
L'avvento di Angelo Giuseppe Roncalli al papato produsse i primi cambiamenti significativi e duraturi. Il primo segno di questo nuovo atteggiamento fu la decisione di Giovanni XXIII di togliere dalla preghiera del Venerdì Santo la qualifica di "perfidi", attribuita agli ebrei, che ricordava l'accusa di deicidio. Jules Isaac nello storico incontro con Giovanni XXIII del 13 giugno 1960 alle soglie del Concilio Vaticano II, parlò a lungo dell'antisemitismo, soprattutto di quello cristiano, alla cui radice c'è «l'insegnamento del disprezzo», come egli efficacemente lo chiamava, e del sogno per un futuro nuovo nei rapporti tra ebraismo e cristianesimo. Jules Isaac chiese al Papa la creazione di una commissione all'interno dei vari organismi conciliari che curasse il rapporto dei cattolici con gli ebrei. L'incontro e le parole di Isaac non caddero nel vuoto e  certamente contribuirono alla nascita della dichiarazione conciliare Nostra Aetate, che rappresenta la vera svolta per i rapporti ebraico cristiani.

Porgere l'altra guancia secondo ebrei e cattolici
Il Libro delle Lamentazioni oggi al centro della 29 a Giornata per il dialogo
Bettega: contribuire a una conoscenza più approfondita
Di Segni: testo che testimonia il nostro legame con Gerusalemme

GIACOMO GAMBASSI
C è un invito che giunge dal Libro delle Lamentazioni all'uomo colpito da una disgrazia: «Porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni». E subito alla mente viene quanto dice Gesù nel Vangelo di Matteo o in quello di Luca: «A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra». Basta forse questa frase a capire il profondo legame fra un testo cardine della tradizione ebraica- che è parte anche dell'Antico Testamento - e il messaggio di salvezza incarnato da Cristo. Proprio il Libro delle Lamentazioni è al centro della 29a Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei che si celebra oggi in Italia. Un appuntamento che vuole «contribuire alla crescita e alla diffusione di un pensiero di conoscenza più approfondita e di collaborazione ancora più concreta tra le comunità ebraiche e le comunità cattoliche nel nostro Paese», spiega il direttore dell'Ufficio nazionale per l'ecumenismo e il dialogo, don Cristiano Bettega, nella presentazione del sussidio Cei per la Giornata. Una pubblicazione che è un confronto a due voci fra Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e Piero Stefani, presidente del Sae (Segretariato attività ecumeniche).
Dal 2017 l'evento è scandito dalla comune riflessione sui cinque libri che nella Bibbia ebraica costituiscono le cinque megillot (i rotoli): Rut, Cantico dei Cantici, Qoelet, Lamentazioni, Ester. Dopo il Libro di Rut, tocca a quello che racconta l'uomo piegato dalla sventura che invoca il Signore. «Il tema è la distruzione di Gerusalemme ad opera dei Babilonesi- spiega Di Segni nel suo intervento all'interno del sussidio - con la descrizione di ciò che l'ha accompagnato (l'assedio, la fame fino al cannibalismo) e seguita (i massacri e la triste sorte dei superstiti), la riflessione sui motivi (colpe antiche e recenti), l'accettazione del giudizio divino». La catastrofe che si abbatte sulla Città Santa è narrata nel Libro dei Re e nel Libro di Geremia che fu il profeta presente a Sion in quegli anni. E, sottolinea Di Segni, «la tradizione attribuisce a lui la compilazione di Ekhà», nome ebraico per indicare le Lamentazioni. Un rotolo che nella sinagoga viene aperto soprattutto in occasione di precise festività liturgiche. Una è quella del 9 del mese di Av, giorno di ricordo per le due distruzioni del tempio di Gerusalemme: la prima legata all'esilio babilonese; la seconda ad opera dei Romani nel 70. «È un giorno - chiarisce il rabbino capo - accompagnato da una liturgia lugubre, da digiuno e privazioni rituali e sia la sera d'inizio, che la mattina, è segnato dalla lettura con una speciale melodia triste del libro di Ekhà. Che quindi ha nella tradizione religiosa ebraica un preciso ruolo liturgico. L'uso  liturgico attesta il profondo legame che la tradizione ebraica ha con la memoria di Gerusalemme».
Il Libro delle Lamentazioni è una sorta di alfabeto (ebraico) in poesia. «La costruzione letteraria è raffinata e    sofisticata, osserva il rabbino.  I primi quattro capitoli sono in ordine alfabetico (l'alfabeto ebraico è di 22 lettere) e contengono ciascuno 22 versetti. Nel terzo capitolo ogni lettera è ripetuta tre volte, per un totale
di 66 versetti. L'ultimo capitolo non segue l'ordine alfabetico, ma è comunque di 22 versetti». Di Segni si sofferma sul dettaglio della guancia da porgere a chi colpisce che «è notevole anche alla luce di un noto brano evangelico che solleva il problema della originalità di quella affermazione». E aggiunge: «È interessante vedere come l'esegesi ebraica abbia interpretato il versetto di Ekhà che di molto la precede». Una lettura è che «una persona che accetta la sua vergogna non risponde e in questo modo mette a tacere la controversia e moltiplica la pace». Tuttavia, secondo un'altra interpretazione, se il persecutore è alimentato da odio e spirito vendicativo l'atteggiamento remissivo non lo ferma; quindi bisogna distinguere tra le situazioni. Non così sembra pensarla un'altra voce ebraica che vede nel versetto un messaggio collettivo al popolo eletto di sopportare con dignità il giogo della dispersione. Resta il fatto che  il testo fa parte dell'anima ebraica e, conclude Di Segni, «ne rappresenta l'aspetto dolente, ne indirizza i sentimenti e ne configura le speranze».

Radice comune a tutte le Chiese

Piero Stefani: ricordare ciò che ci accomuna con il popolo dell'Alleanza è anche una significativa introduzione alla Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, che si apre domani

E' un'iniziativa che consente «di mettere in pratica un principio ben evidenziato nei documenti ufficiali della Chiesa, secondo cui bisogna conoscere gli ebrei come loro stessi si definiscono». Piero Stefani, presidente del Sae (Segretariato attività ecumeniche), racconta la Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei che si celebra oggi. «Benché sia un appuntamento nato nell'ambito della Chiesa italiana — spiega —, intende rimarcare il rapporto fra le tutte Chiese cristiane che si apprestano da domani a vivere la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani e le comuni radici che hanno con il popolo dell'Alleanza. Perciò la Giornata può essere considerata una significativa introduzione alla Settimana stessa». Quest'anno al centro c'è il Libro delle Lamentazioni. Comprendere meglio le componenti proprie del mondo ebraico significa anche entrare all'interno delle celebrazioni e del modo di pregare. Il Libro delle Lamentazioni viene letto durante la festa luttuosa in cui si ricorda la distruzione del tempio di Gerusalemme.  Il  testo ci suggerisce come affrontare le catastrofi della storia. E tutto ciò è di straordinaria attualità. Il Libro è dal punto di vista formale molto elaborato, poetico, segnato dall'egemonia dell'estetica. Questo testimonia come la devastazione non annienterà il linguaggio, la cultura e soprattutto la preghiera.
Come evocare Dio nel dolore, nella sciagura?
È un tema fondamentale. Il Libro spiega che la calamità è una punizione del Signore per il peccato commesso e se ne invoca il perdono. Le dimensioni del peccato, del pentimento, del perdono sono riferimenti spirituali profondissimi. Quello che non ci è più dato di fare, prendendo a prestito le parole di Benedetto XV sull'«inutile strage» per definire la prima guerra mondiale, è interpretare i flagelli storici come punizioni divine.Prima della riforma liturgica, c'era il canto in latino delle Lamentazioni nell'Ufficio delle tenebre" durante il Triduo pasquale che però veniva accompagnato da suoni di chiara impronta antisemita.
L'alfabeto ebraico che segna ogni versetto del testo risuonava nella liturgia cattolica.  Ma in un contesto dove dominava l'avversione agli ebrei, ritenuti collettivamente responsabili della morte di Cristo. Oggi potrebbe essere riproposto in un nostro momento di preghiera come segno di fratellanza.
La Giornata è stata preceduta dal documento "Riflessioni a50 anni da NostraAetate" di rabbini provenienti da Europa, Usa e Israele che lo scorso 31 agosto lo hanno consegnato a papa Francesco.
Lo specifico di questo scritto è l'essere stato firmato da una serie di rabbini ortodossi. In esso si sottolinea la positività del cristianesimo nella storia del mondo. È un documento che apre nuove prospettive riproponendo in modo preciso uno spirito già emerso. Sullo sfondo resta invece un punto molto delicato: è quello del ruolo che ha lo Stato d'Israele nell'autodefinizione ebraica. Forse, viste anche le tensioni che stanno crescendo in queste settimane intorno allo status di Gerusalemme, si tratta del problema più complesso negli attuali rapporti ebraico- cristiani.

Giacomo Gambassi

 
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