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Tracce di un mondo perduto

  A volte la storia chiude i suoi battenti su un periodo, su un'epoca intera e sulla sua cultura, che si eclissano, dimenticate o interdette, per moltissimo tempo. O anche per sempre. Passa il tempo, cambiano gli uomini, e nessuno ricorda più. Tutto scompare, sepolto sotto macerie di distruzioni, sotto strati di sedimenti e rovine del tempo, per inabissamenti, decomposizioni, saccheggi e condanne; resta un vuoto, spesso quasi ignorato, talvolta cosciente e doloroso. Ma può accadere, dopo un'infinità di tempo, che un puro caso riporti alla luce qualche frammento di ciò che era andato smarrito, tracce segrete di un mondo perduto.
  Se la perdita era stata causata da uno smarrimento involontario, o semplicemente dall'opera inesorabile del tempo, il casuale ritrovamento dei documenti perduti è accolto con entusiasmo, i giornali lo annunciano con titoli eclatanti, i lettori si incuriosiscono. Ma se la perdita dei documenti è stata il risultato di inique proibizioni, di vessazioni ottuse, di spietate rapine, allora il rinvenimento di frammenti di quella cultura perduta suscita un più profondo interesse misto a riflessioni amare sulle azioni umane.
  Così è stato per i recenti ritrovamenti di antichi manoscritti nascosti in grotte, sotterrati in ripostigli, chiusi sotto lastre tombali, come la biblioteca essena di Qumran, la raccolta di testi cristiani primitivi a Nag Hammadi in Egitto,  la genizah dell'antica sinagoga di Ben Ezra del Cairo, per non citare che i ritrovamenti più strabilianti e più ricchi. Quando i documenti  rinvenuti sono di carattere religioso, sorge sempre il sospetto che il loro occultamento abbia avuto lo scopo di evitare sequestri, roghi, persecuzioni. I testi cristiani antichi di Nag Hammadi infatti presentano aspetti che poi sono stati censurati dall' "ortodossia", definiti "eretici" e destinati alla damnatio memoriae. Tanto maggiore è stato l'interesse che ha suscitato il loro ritrovamento, qualche decennio fa, ai fini della ricostruzione dei primi secoli del cristianesimo, quando si affermarono le credenze e i dogmi che oggi sono accettati, mentre furono ripudiate altre tendenze molto interessanti, per lo più di carattere gnostico, che caddero poi nel quasi totale oblio.
  La biblioteca di Qumran, rinvenuta in  grotte sperdute nel deserto, ha contribuito a ricostruire il complesso ambiente religioso ebraico da cui ebbero origine il giudaismo e il cristianesimo; ma al tempo stesso ci ha dato un'idea  chiara dell'atmosfera violenta del tempo, dei conflitti, della guerra in atto, della necessità di salvare, prima della propria vita, quanto c'era di più sacro, i testi religiosi.
  La Genizah del Cairo, altra famosissima scoperta di fine '800, è una sorta di ripostiglio, (come quelli che si trovano in molte altre sinagoghe), destinato ad accogliere manoscritti, che, molto deteriorati dall'uso, non possono più essere utilizzati nelle preghiere e nelle cerimonie, ma neppure possono essere distrutti, perché contengono il nome di Dio. La Genizah del Cairo in ogni modo è, fra tutte, quella che ci ha restituito la maggior quantità di materiale ebraico, benché ridotto in infiniti frammenti: si tratta di opere di dotti ebrei, fra cui Maimonide, scritti in ebraico o in giudeo-arabo, risalenti all'alto Medioevo. Gli studiosi sono all'opera per ricomporre, o meglio riassemblare, quell'infinità di frammenti, che sono andati dispersi fra Istituti e Università di tutto il mondo, valendosi delle più avanzate tecnologie digitali, al fine di avviarne la restaurazione e così approfondire lo studio dell'immenso patrimonio culturale ebraico.
  In seguito alla scoperta dell'antica Genizah del Cairo, in Europa si  moltiplicarono le ricerche, nei luoghi dove più prolungata e rilevante era stata la presenza ebraica, presso le antiche sinagoghe e i centri culturali, nella speranza che avvenisse un ritrovamento simile a quello del Cairo. Ma nulla fu trovato che non fosse inesorabilmente decomposto e irrecuperabile, sia a causa del clima sfavorevole sia per la consuetudine invalsa fra gli ebrei d'Europa  di seppellire i manoscritti in disuso nella terra dei cimiteri. Però la sorte, qui più che mai in forme casuali e inaspettate, e in siti imprevedibili, ha fatto luce su un passato ricchissimo di testimonianze culturali.
  Erano gli anni Settanta quando per la prima volta vennero alla luce in Italia alcune pergamene scritte a caratteri ebraici che per secoli erano rimaste nascoste nelle rilegature di volumi giacenti in archivi. Questa scoperta fu l'inizio di altre ricerche e ritrovamenti finché il professor Giuseppe Baruch Sermoneta, appassionato studioso di ebraismo italiano, fondò un "Progetto per il censimento, la catalogazione, il restauro e la fotoriproduzione di frammenti di manoscritti ebraici reperiti nelle biblioteche e negli archivi italiani". L'impegno nelle ricerche da allora è andato crescendo, i rinvenimenti sono aumentati in modo insperato e ben presto si è compreso che tra la fine del medioevo e l'inizio dell'età moderna era avvenuto nel nostro paese un imponente fenomeno di riciclaggio di manoscritti, soprattutto ebraici, che erano stati reimpiegati nella rilegatura di registri e volumi di vario genere.
  Se facciamo alcuni passi indietro vediamo che negli ultimi secoli del Medioevo si era determinata in Italia una consistente immigrazione di ebrei provenienti da altri paesi d'Europa, perché espulsi o perseguitati. Molti Stati  settentrionali italiani, dominati da Signorie piccole, ma potenti e splendide, come quella degli Estensi o dei Gonzaga, furono i più accoglienti per i fuggiaschi. Essi portarono con sé i preziosi libri che erano riusciti a salvare dai sequestri, altri ne produssero in Italia, continuando a usare i tipi di scrittura della terra d'origine, per cui in Italia circolarono, in quel periodo, manoscritti  sefarditi e ashkenaziti, oltre a quelli italiani. Ma ad un tratto tutti questi testi scomparvero dalle sinagoghe e dalle case degli ebrei, determinando una perdita irreparabile. Ora sappiamo che non tutti erano finiti nei roghi, molti erano stati miseramente riciclati nelle rilegature. Allo stato attuale della ricerca, che non è  ancora conclusa, sono stati trovati più di 6.000 frammenti di manoscritti ebraici medioevali, di cui ben 4.800 solo in Emilia Romagna, e soprattutto negli archivi di Modena.
  I frammenti sono costituiti quasi sempre da fogli in pergamena, semplici o doppi, di grande formato, ricavati dallo smembramento di manoscritti ebraici e riutilizzati da legatori per copertine di registri notarili, amministrativi, parrocchiali, ecclesiastici. Le ricerche sono particolarmente ardue perché si tratta di controllare centinaia di migliaia di registri che, nelle biblioteche più grandi, occupano  chilometri di scaffali. Per fortuna il campo delle ricerche  è  ristretto a un periodo  di circa 150 anni, fra il 1500 e il 1600,  in concomitanza con i più severi provvedimenti antiebraici presi dai vari Stati, soprattutto espulsioni, confische di beni e di testi religiosi. Certamente nello stesso periodo si verificò anche la diffusione del libro a stampa, che determinò un crollo del valore dei manoscritti, suparati e difficili da leggere, cui si preferivano le moderne edizioni a stampa, più chiare e più economiche. Chi possedeva manoscritti (di qualsiasi tipo) spesso li svendeva al solo prezzo della pergamena, che era considerata il materiale ideale per la rilegatura di nuovi volumi. A quei tempi non esisteva la preoccupazione di conservare il manoscritto come preziosa testimonianza di un'epoca e come redazione più antica  di un testo che le varie ricopiature potevano aver reso in parte guasto e lacunoso.
  Ma il principale motivo per cui in quel periodo i rilegatori e i cartolarii si trovarono forniti di tanta abbondanza  di manoscritti membranacei da riciclare, fu sicuramente la recrudescenza della persecuzione antiebraica, seguita al Concilio di Trento. Se osserviamo la punta massima del reimpiego di manoscritti ebraici in una qualsiasi località, essa coincide sempre con l' appesantirsi della mano dell'Inquisizione, di cui abbiamo molte testimonianze storiche. A Modena  fra il 1630 e il 1650 la tradizionale benevolenza degli Estensi verso gli Ebrei fu azzerata da un inquisitore locale particolarmente duro. Nello stesso periodo in questa città il riciclaggio di materiali ebraici raggiunge il picco, a causa della confisca dei libri sacri degli ebrei che furono svenduti ai cartolarii per fabbricare le copertine dei registri da archiviare.
  A Bologna e in altre località della Romagna sappiamo che nel 1553  fu disposta la confisca  o distruzione di tutte le copie del Talmud, in  applicazione della Bolla di Giulio III , la quale già aveva provocato il funesto rogo in Campo dei Fiori a Roma; e puntualmente il momento di massimo riciclaggio di manoscritti ebraici si registra nei tre decenni successivi. Inoltre le biblioteche e gli archivi di Bologna ci hanno restituito, sempre all'interno di rilegature, la più grande quantità di frammenti del Talmud che conosciamo, alcuni dei quali sono anche i manoscritti talmudici più antichi di cui siamo in possesso, e sappiamo che fu particolarmente su questo libro che gli inquisitori si accanirono. Nascondendo i fogli nelle rilegature, gli inquisitori pensavano forse di aver fatto sparire per sempre i testi ebraici, invece questa loro umile funzione di legatura li ha fortunosamente conservati fino a noi.
  Fra i manoscritti ebraici ritrovati in questo modo alcuni, i più antichi, risalgono all'XI secolo. Si tratta di alcune pagine della Bibbia, di notevole interesse paleografico, perché offrono la possibilità di studiare le varianti testuali in esse presenti e metterle a confronto con i testi masoretici conosciuti.
  Rielaborando i dati delle collezioni più ricche, ricaviamo che i frammenti appartengono in primo luogo a manoscritti biblici, a commenti e a compendi normativi. Ma vi sono anche testi di filosofia, di Qabbalah, di medicina, astronomia, geometria, testi liturgici e dizionari, per lo più prodotti nelle regioni d'origine di Ashkenaz e Sefarad dal XII al XIV secolo, prima dell' espulsione. Alcune opere erano sconosciute prima del ritrovamento dei loro manoscritti, ma nel complesso si tratta di opere note, di cui però talvolta si è potuto identificare l'autore, prima ignoto. Sono comunque testi di grande interesse perché possono aiutare a ricostruire la biblioteca tipo di un ebreo fra il Medioevo e il Rinascimento e i suoi interessi culturali; inoltre il tipo di grafia prevalente in una determinata località (orientale, italiana, sefardita, ashkenazita) riflette le vicende storiche della comunità ebraica in essa residente.
  Il "Progetto frammenti ebraici in Italia" è oggi portato avanti dal prof. Mauro Perani, docente di ebraico presso l'Università di Bologna. Esso si articola in tre fasi: la vera e propria attività di ricerca nelle biblioteche e archivi italiani; la fotoriproduzione e microfilmatura dei frammenti rinvenuti; e infine la loro identificazione, datazione e catalogazione, anche  per ricomporre, quando è possibile, quelli che appartengono allo stesso manoscritto.
  Come dicevo, la ricerca continua, molti studiosi non solo italiani sono ancora impegnati nel reperimento, nel censimento e nello studio dei frammenti, sulla base di una stretta collaborazione scientifica. Alcuni dei testi più importanti rinvenuti sono in via di pubblicazione.
  Tutti questi frammenti tornati alla luce sono stati chiamati la Genizah italiana. Infatti le biblioteche italiane, anzi le copertine di molti antichi volumi giacenti presso le biblioteche italiane, ne sono state l'involontario "ripostiglio",  venuto alla luce attraverso lunga, laboriosa e appassionata ricerca. Possiamo dire che, con questi ritrovamenti, si è aperto uno spiraglio emozionante sulla storia italiana di 500 anni fa, su una fase importante della vicenda del popolo ebraico in Italia, prima che l'Inquisizione soffocasse brutalmente la sua fiorente cultura e ne secretasse le testimonianze nell'arrogante sicurezza che fossero perite per sempre.

Giovanna Fuschini


 
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