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Visita alla Sinagoga di Soragna e al Museo ebraico

 
 

Un gruppo di allievi della Scuola di Ebraico biblico, altri iscritti all'Amicizia E.C. della Romagna e simpatizzanti, ed io, Presidente dell'AEC di Romagna e della Federazione AEC d'Italia, ci siamo recati in visita alla Sinagoga-Museo di Soragna (Parma) nella mattinata di domenica 22 giugno.
L'edificio (in via Cavour n.43) è citato per la prima volta in un documento dell'archivio dei principi Meli-Lupi i cui discendenti vivono tuttora nella Rocca immersa nel verde parco e situata dalla parte della città opposta alla sinagoga. Il documento permette di ricostruire la storia della Comunità ebraica che viveva dal 1547 nel borgo di Soragna con il permesso del duca Ottavio Farnese. C'era un banco di prestito tenuto da Giuseppe Foa con licenza ufficiale per gestirlo, ottenuto dal marchese Diofebo Meli-Lupi. Nel documento si legge: “Che gli detti ebrei possano officiare secondo il loro rito hebraico e similmente possano a sui piacere acquistare luogo per sepoltura”.
Nel 1939, a seguito delle leggi razziali, l'edificio fu sequestrato e divenne sede della casa del Fascio e dell'Opera nazionale Balilla. Dopo anni di abbandono, tra il 1979 e il 1982, l'ebreo Fausto Levi, presidente della Comunità di Parma, finanziò la ristrutturazione dell'edificio. Il Museo infatti fu inaugurato a suo nome. “Il suo ricordo sia in benedizione”.
Molto interessanti sono i cimeli presenti nelle varie stanze del Museo, oggetti appartenenti alle Comunità ebraiche scomparse del parmense e del piacentino. Un pezzo unico, ad esempio, è un camino in stucco realizzato tra il Seicento e il Settecento, di proprietà del rabbino della sinagoga di Cortemaggiore. Nel bassorilievo, che si può vedere sulla cappa, è rappresentata la legatura di Isacco secondo il racconto biblico, e ciò esula dalla tradizione ebraica che vieta la raffigurazione umana. Personalmente sono rimasta sorpresa della presenza in una teca di un libro aperto in cui è disegnato il candelabro a sette bracci con inscritto il Salmo 67 e all'intorno, come decorazione, altre radici ebraiche come nel candelabro della Biblioteca di Mantova citato da Giulio Busi nel suo libro prezioso “La cabalà visiva”. Non mancano documenti come bolle papali, grida, statuti che ricostruiscono tre secoli di storia.
Nella stanza dedicata alle persecuzioni razziali, alle deportazioni e alla Shoah, abbiamo letto la storia della famiglia di Roberto Bachi, che frequentò nell'anno scolastico 1938-39 la Scuola Mordani di Ravenna. Qui ogni anno si celebra la commemorazione da parte di alcuni suoi compagni di scuola ancora viventi insieme alle classi di alunni che frequentano la scuola oggi e a classi di altre scuole.  
La sinagoga attuale è in stile neoclassico, con dipinti floreali e scritte in ebraico, versetti dei Salmi e del Libro dei Re. In alto il matroneo fronteggia l'aron e al suo ingresso sono esposte alcune ketubot, mentre l'aron seicentesco della primitiva sinagoga fu portato nel 1967 a Gerusalemme e posto nell'oratorio della Knesset, il parlamento israeliano.

Nel pomeriggio della stessa giornata  l' itinerario di visite è proseguito a Parma.  Anzitutto abbiamo visitato il Monastero Benedettino di san Giovanni Evangelista, costruito nel X secolo fuori, ma presso, le mura della città. Notevole il coro ligneo della Chiesa Abbaziale tutto intarsiato nei sedili e negli schienali, con raffigurazioni di paesaggi, animali, piante e persone.
Un altro luogo di riunione dei monaci è il refettorio con affreschi e pulpito marmoreo per le letture durante i pasti. Ma il luogo più suggestivo e pregnante è senz'altro la biblioteca, voluta da un abate di nome Stefano Cattaneo di Novara, aiutato nella sua opera dal monaco Vitale da Verona. L'abate Cattaneo, uomo integro e coraggioso, ha voluto consegnare come suo testamento “la Sapienza della vita”: si tratta di un messaggio in stile didattico e abbondantemente attuale attraverso la Parola di Dio e le immagini dipinte nel soffitto, sulle pareti, ovunque. Sono versetti dei Salmi, o dei Proverbi, aforismi, detti sapienziali sono rinchiusi in rettangoli e ovali piccoli o grandi e si possono leggere nelle quattro lingue sacre: latino, greco, ebraico e siriaco, conosciute dall'Abate.
Vi sono raffigurate anche le teste dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni, con i loro emblemi. La Sapienza della vita si ispira all'amore di Gesù che ha dato la sua vita fino alla morte in croce. La guida ci ha spiegato che la parola Sapienza deriva dal verbo latino sàpere e si ispira al gesto che il cuoco o la donna di casa fanno in cucina prima di offrire il cibo agli ospiti o ai famigliari, assaggiando i cibi per rendersi conto se “sanno” di sale. La sapienza è il gusto della vita e il conforto dell'intelligenza riguardo alla realtà che ci circonda. La vita ha senso se è dono, non potere o prestigio o accumulo di beni, come ci insegna Gesù dalla croce. Si cammina verso la sapienza realizzando la propria umanità e andando avanti lentamente. Ogni eccesso fa male o non serve a niente. Alzando gli occhi al soffitto stupisce la raffigurazione di una sorta di  serpente attorcigliato attorno a se stesso. Si tratta invece di una cintura che serve per sostenere  le vesti e non per legare le persone. In una teca al centro della biblioteca c'è un grande corale miniato del XV secolo i cui particolari si possono osservare in cartoline appositamente in vendita con altro materiale in una sala del monastero.
Come ultima visione ecco apparire nelle pareti laterali affreschi che rappresentano carte geografiche: la Palestina prima e dopo l'esilio di Babilonia, le mappe di Parma e Piacenza impero dei Farnese, con i nomi originali del tempo (1546). Se cercate Fidenza non la trovate perché questo è il nome dato dallo Stato fascista alla cittadina di San Donnino. Un'altra carta geografica rappresenta la Grecia, che esprime la sapienza nella storia dell'umanità. Segue la carta d'Italia e al centro della parete destra è illustrata la battaglia di Lepanto che era stata appena combattuta. Ultimo suggerimento: “Attraverso le spine, le contraddizioni e i contrasti ci si irrobustisce nel cammino della sapienza”.
Alla fine del pomeriggio ci siamo recati al Duomo per ammirare particolarmente gli affreschi della cupola del pittore Antonio Allegri detto il Correggio. Egli, « abbandonata la razionale armonia che governa tempo e spazio nell'universo prospettico tosco-romano, ci conduce per le vie inesplorate dell'infinito atmosferico, dove mondo umano e mondo celeste sembrano corrispondersi secondo l' “eros” dell'immaginario magico, ermetico, gelosamente coltivato in ristretti circoli parmensi ». (da  “Storia dell'Emilia Romagna” University Press di Bologna).

Maria Angela Baroncelli Molducci

 
 
 
 
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