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"Il pentimento di Re David nel salmo 51 (50)"
(Rav Luciano Caro)


Partiamo dal titolo di questo salmo, che dice così: "Il pentimento di David" e fa parte di una serie di salmi intitolati a Davide con l'espressione Mizmor le Davìd, che non significa necessariamente che ne sia Davide l'autore, ma che è stato dedicato a Davide o che sia stato composto secondo lo stile di Davide. E poi si potrebbe trattare di un altro Davide e non del re Davide.
Molti esegeti sostengono che non è possibile attribuire questo salmo a Davide, perché presenta delle espressioni e dei concetti che appaiono in tempi molto più tardi rispetto al nostro personaggio, per cui può darsi che un autore posteriore abbia attribuito questa composizione a Davide per retrodatare determinati concetti.
Ancora, nell'intestazione troviamo un'espressione tipica, che significa "Al capo coro", cioè veniva scritto il testo e poi consegnato a una persona capace di metterlo in musica. Sapete che originariamente i salmi venivano intonati dai leviti nel corso del culto che si svolgeva nel santuario di Gerusalemme. Parte fondamentale del culto era proprio l'accompagnamento di formule liturgiche, affiancate ai sacrifici degli animali. Anche il decalogo faceva parte di queste formule, ma poi venne eliminato, perché non si pensasse che fosse il testo più importante dell'insegnamento biblico. Il che è sbagliatissimo, perché tutto l'insegnamento biblico è Parola di Dio ed è importante allo stesso modo.
Tra parentesi sembra che il testo della formula primitiva, cioè l'origine della preghiera nel santuario fosse una formula brevissima: "Sia il Nome di Dio benedetto". Penso che questo sia molto bello, perché la lunghezza delle preghiere non va d'accordo col raccoglimento dell'orante. Se devo recitare delle cose che non finiscono più, nessuno può pretendere che io sia sempre concentrato. Tutto quello che possiamo fare noi per esaltare Dio, è sostenere che il suo Nome è qualcosa di speciale; oltre non riusciamo ad andare. E' anche arbitrario chiedere a Dio qualche cosa; non possiamo pensare che se chiedo a Dio qualche cosa, Lui mi accontenta. Oppure che lo ringrazi per qualche cosa; forse che Dio fa qualcosa perché io lo ringrazi?
Comunque, per tornare al discorso del culto: sicuramente oltre alla formula originaria, oltre al testo del decalogo, poi abolito, c'erano sicuramente dei canti dei Leviti, i quali erano particolarmente importanti in occasione del Giorno di Kippur, in cui il sommo sacerdote - kohén gadòl - entrava nella parte più recondita del Santuario e lì pronunciava il Nome di Dio secondo la dizione originale (dizione che noi abbiamo perduto completamente) per dieci volte, mentre i leviti tutto attorno cantavano i salmi con lo scopo preciso che la gente non sentisse la pronuncia del Nome. Perché se lo sapessimo, saremmo portati a profanarlo, trascinandolo nelle nostre controversie, come facciamo oggi, per es. con l'intercalare ai nostri discorsi l'esclamazione: "O Dio mio!". Non è una bestemmia, ma sicuramente una banalizzazione del Nome di Dio. E' un Nome talmente importante che va trattato con molta circospezione.
Prima di leggere insieme il salmo, vorrei sottolineare un'altra cosa. Abbiamo già detto che, nonostante secoli di studio sull'argomento, non abbiamo ancora compreso del tutto come fosse costituita dal punto di vista formale, la poesia ebraica. Ci sono sicuramente dei ritmi nei salmi, che, però, a noi occidentali sfuggono. Una regola che ci spieghi in modo pieno come fosse il fondamento sul piano formale della poesia ebraica ancora non l'abbiamo trovata. Sicuramente queste poesie salmiche erano accompagnate da cori, da strumenti musicali e anche da elementi grafici, perché se era importante il contenuto dei testi e anche l'accompagnamento musicale, allo stesso modo giocava un ruolo importante anche l'aspetto visivo; il salmo veniva, allora, composto in modo tale da poter formare delle figure e così stimolare l'orante anche da quel punto di vista. Ma era molto costoso riprodurre graficamente i salmi in forme geometriche, perché occorrevano supporti molto grandi e perciò si cominciò a scriverli in modo continuo.
L'unica cosa chiara dal punto di vista formale della poesia ebraica è il parallelismo, grazie al quale l'autore ripete concetti simili, ma con parole diverse. Più raramente si ripete lo stesso concetto, ma in contrapposizione, per es: "Quanto è bello essere buoni; quanto è brutto essere cattivi".
Altro elemento che non va dimenticato è che nel passato non era sempre facile procurarsi dei testi, perciò gli autori cercavano di congegnare i loro scritti in modo tale che si potessero memorizzare abbastanza facilmente, con dei meccanismi mentali, che non sono i nostri, perché stiamo parlando di un ambiente semitico antico.

Passiamo al nostro salmo 51. Appare abbastanza lungo già nella sua stesura. Partiamo dal titolo. Dice così:
"(Testo consegnato) al direttore del coro. Salmo di Davide. Allorché il profeta Natàn si recò da lui, dopo che si fu unito a Betsabea".
Quindi c'è il riferimento preciso a un episodio biblico brutto, ma anche bello, da un certo punto di vista; episodio che ci viene raccontato nel secondo libro di Samuele, dove si parla di alcuni episodi che riguardano la vita di Davide, un personaggio umano a tutto tondo, profondamente umano. Il bello dei personaggi biblici, secondo me, è proprio che ci vengono presentati nelle loro luci e nelle loro ombre, senza il bisogno di dover nascondere le cose che hanno fatto. Le stesse che facciamo ancora noi oggi.

Il grande Re Davide, niente meno che fondatore di una delle dinastie più importanti della monarchia, che nell'immaginario collettivo ebraico è diventato la quintessenza della religione, della cultura, della indipendenza nazionale e sicuramente progenitore del Messia - sia di quello vostro, sia di quello che stiamo aspettando noi - proprio lui, ha fatto cose che lo rendono molto vicino a noi. Non solo, ma anche se andiamo a guardare il suo albero genealogico, ci rendiamo conto che se lui personalmente ne ha fatte di tutti i colori, anche lungo le generazioni che l'hanno preceduto, troviamo diversi personaggi della sua risma. Questo ha fatto sì che la nostra tradizione sostenga che non si attribuisce una carica ufficiale a qualcuno se questa persona non ha un bagaglio pieno di serpenti sulla schiena. Cioè bisogna scegliere una persona che si porti dietro una quantità di cose negative (i serpenti, appunto); perché se fosse una persona perfetta, con un albero genealogico impeccabile, tenderebbe ad esercitare il potere in forma dittatoriale.
Ci vuole qualcuno al quale si possa dire in qualsiasi momento che non è il caso che si dia tante arie, visto cosa si porta dietro.
Torniamo all'episodio del libro di Samuele che racconta di Davide, ormai affermato come re, che vede una signora mentre faceva il bagno, dall'alto della sua reggia; invaghitosi di lei, la fa chiamare e si unisce a lei, che rimane incinta. Allora il re fa richiamare dal fronte il marito di Betsabea, un certo Uriàh, Hittita, un alto ufficiale dell'esercito di Davide e particolarmente legato al re per fedeltà, nella speranza di poter coprire il suo misfatto. Ma l'uomo si rifiuta di unirsi alla moglie per solidarietà con tutti i suoi soldati rimasti a combattere; così non rimane a Davide che una soluzione: eliminare quell'uomo. E ci riesce, dando ordini al comandante dell'esercito di esporre Uriàh al pericolo, in modo che venga eliminato sul campo di battaglia. E così avviene. E Davide può sposare la donna della quale si era innamorato. A questo punto interviene il profeta Natàn, che era un po' la coscienza di Davide e gli mette davanti il suo grande peccato. Poi sapete com'è la storia. Betsabea partorisce un figlio, che però muore, come punizione divina. Nel testo biblico c'è un inciso molto interessante. Durante la malattia del bambino, Davide era diventato intrattabile, tanto che nessuno dei suoi servi osava comunicargli la notizia della morte; ma con grande sorpresa di tutti, Davide, alla notizia, smette le vesti da lutto e cessa i digiuni e le penitenze e dice una frase particolarissima: "Io andrò da lui, ma lui non verrà mai più da me". Davide esprime così la certezza di un aldilà.
Ci sono delle implicazioni molto importanti in tutto questo, che vanno oltre gli aspetti negativi del personaggio. Intanto, abbiamo detto, è straordinariamente importante che il testo biblico ci faccia conoscere le porcherie che un personaggio come Davide ha fatto nella sua vita. Praticamente ha commesso un assassinio con delle aggravanti. Peggio di così non so cosa poteva fare. Però guardiamo le cose da un altro punto di vista. Un altro sovrano qualsiasi non avrebbe avuto scrupoli a cercarsi delle scuse, a far passare come un suo diritto il far fuori un uomo che dava fastidio. A Davide invece questo fatto viene imputato; nonostante sia il re, neanche il re può fare quello che gli pare. Se vuole eliminare una persona, non può farlo impunemente alla luce del sole, ma deve ricorrere a degli stratagemmi e poi sicuramente la cosa verrà scritta negli annali del re; non può pretendere che tutto venga cancellato.
Secondo la versione ufficiale, il nostro salmo vorrebbe rappresentarci la fotografia del re Davide, che è pentito di quello che ha fatto. Ma la maggior parte degli interpreti afferma che il testo è nato molto tempo dopo e vuole essere uno strumento per introdurre il tema della colpa e del perdono.
Ve lo leggo velocemente, anche se penso lo conosciate.
"Abbi pietà di me secondo la tua bontà; quanto è grande la tua carità.
Cancella le mie colpe, lavami completamente dal mio peccato e mondami dalla mia trasgressione
perché ho coscienza delle mie colpe e ho costantemente presente il mio peccato.
A te solo dico: "Ho peccato" ed ho commesso azioni riprovevoli ai tuoi occhi,
per cui tu hai ragione in ciò che dici e sei giustificato nella tua condanna.
Io sono stato partorito nella colpa e mia madre mi ha partorito nel peccato…".

Cerca di giustificarsi, come a dire che tutto è cominciato con l'umanità. Dalle origini è già così. Come se stesse rimproverando a Dio di aver fatto il mondo in questo modo.
"Ma tu desideri verità nei reni e hai ispirato sagge leggi nel cuore".
I reni sono considerati la sede della coscienza, della consapevolezza.
"Purificami con l'issopo in modo che io ritorni puri e lavami
che io diventi bianco più della neve.
Dammi nuove gioie e letizia; fa che gioiscano le ossa che tu hai colpito.
Nascondi il tuo sguardo dai miei peccati e cancella tutta la mia colpa".

Leggetelo pure con calma; io adesso non sto a entrare in problemi esegetici. Ma in tutta questa bella chiacchierata vengono dette tante belle cose, ma non si sottolinea il peccato, il pentimento per quello che ha fatto. Sì, chiede a Dio di purificarlo dal peccato, di non tenerne conto, di cancellarlo. Ma io mi sarei aspettato, da un tale che ha peccato così, che confessasse le cose che ha fatto.
La teoria ebraica del perdono sostiene che la prima fase per ottenere il perdono è quella del riconoscimento degli sbagli compiuti, è la consapevolezza che una determinata azione è sbagliata; la seconda fase è il riconoscimento di avere compiuto quell'azione e la terza fase è l'espressione della propria ferma volontà di non ricadere nell'errore. Dopo si può parlare di perdono, se no è tutto molto comodo. Oggi, poi, è molto di moda il "perdonismo". Io perdono tutto, però devono verificarsi queste condizioni. Se da parte di colui che ha offeso non c'è consapevolezza che un'azione è sbagliata, di averla compiuta, di aver quindi sbagliato e desiderio o azione pratica per recuperare, per risarcire il male fatto e decisione di non volerci più ricadere, il discorso del perdono non sta più in piedi.
E in questo salmo mancano tutti questi elementi, che noi ci aspetteremmo da Davide.
Chiede a Dio: "Lavami completamente dal mio peccato". Ma perché Dio dovrebbe farlo? Perché lui è carino? O perché ha la giustificazione di essere stato concepito nel peccato? Ma che razza di giustificazione è?
Davide non afferma chiaramente di avere sbagliato profondamente e anzi chiede a Dio di nascondere il suo sguardo dai suoi peccati. Ma perché dovrebbe farlo?, visto che si tratta anche di cose particolarmente gravi, anzi di una colpa irrimediabile, dato che ha eliminato un uomo.
"Ricreami un cuore puro, o Dio
e suscita in me uno spirito saldo.
Non mi respingere dalla tua presenza e non mi riprendere il tuo santo Spirito.
Ridonami la gioia della tua salvezza e sostienimi con generoso spirito.
Allora insegnerò ai re le tue vie e i peccatori torneranno a te".

Ecco, tutto quello che sottolinea Davide è che se Dio lo perdona, lui dedicherà il resto della sua vita ad insegnare agli altri che non bisogna fare certe cose. Ma lo dice in modo molto vago. E potremmo dire la stessa cosa tutti noi e penso che non ci sia nessuno qui che ha ammazzato una persona o che l'ha fatta ammazzare in circostanze così drammatiche.
"Liberami dal sangue Dio della mia salvezza
e la mia lingua canterà la tua giustizia.
O Signore, apri le mie labbra e fa che la mia bocca pronunzi la mia lode".

Attenzione a questa espressione, perché è quella che dà inizio alla preghiera più importante che l'ebreo recita tre volte al giorno. La parte fondamentale della liturgia ebraica è costituita dalla cosiddetta amidà (che significa quella cosa che si dice stando in piedi), oppure le 18 benedizioni (che in realtà sono 19). Bene, prima di cominciare la preghiera vera e propria, diciamo così: "Signore apri le mie labbra e la mia bocca pronuncerà la tua lode". Quasi una sollecitazione a Dio di fare qualcosa Lui; come se debba essere Lui a darci la possibilità, l'opportunità, di pregarlo. E' Lui che deve aprirci le labbra per lodarlo. E' un chiedere aiuto a Dio.
Finisce così il testo:
"Se tu gradissi sacrifici, io te li darei, ma tu non desideri olocausti".
Questo è un concetto ricorrente nei testi profetici, che vogliono inculcarci il pensiero che Dio gradisce il cuore, il sentimento che mettiamo nell'offrirgli lodi, preghiere e sacrifici.
"I sacrifici degni di Dio sono lo spirito contrito.
Tu non disdegni il cuore abbattuto.
Mostrati benefico con la tua grazia verso Tziòn e ricostruisci le mura di Gerusalemme"
.
Al tempo di Davide, in realtà, non c'era ancora Gerusalemme come città, con le mura tutto attorno. Il problema della caduta della città e della sua ricostruzione viene molto più tardi. Questa frase fa pensare che siamo in un periodo in cui il santuario non c'è più e nemmeno le mura; il peccato non è tanto quello di Davide, ma del popolo ebraico.
Infatti termina così:
"E allora torneremo a compiere i giusti sacrifici".
Stiamo parlando di un periodo storico in cui il popolo ebraico riconosce che tutte le disgrazie che gli sono piombate addosso sono la conseguenza dei suoi peccati, del suo comportamento scorretto nei confronti di Dio. Si chiede a Dio di perdonare questi peccati molto generici. Ma tutto questo è un'interpretazione; non è detto che sia proprio così.
Ripeto: io mi sarei aspettato un elenco delle cose commesse, non così vagamente. Dice, per es: "Liberami dal sangue, o Dio". Mi fa pensare che questo signore stia temendo una vendetta, come se chiedesse a Dio di liberarlo da qualcuno che potrebbe versare il suo sangue.
Riguardando il testo nei particolari, notiamo che l'autore adopera espressioni diverse per indicare il peccato. Si parla di peshack, di mered, di chattàt e di avòn che sono tutti sinonimi per indicare un peccato, un errore.
I nostri interpreti si domandano se sia l'autore che cerca espressioni diverse per bellezza stilistica, o davvero si vogliono indicare peccati particolari. Gli studiosi, sempre come ipotesi, affermano che peshack indica il peccato consapevole, meditato; mered indica la ribellione, cioè un'azione compiuta ritenendo più o meno di aver ragione in qualche modo; chattàt è un termine tecnico che vuol dire, di solito, un peccato involontario, di cui uno si accorge solo dopo; e finalmente avòn vuole indicare la colpa di carattere morale e non tanto la colpa materiale.
Insomma qui sembra che si voglia affermare che si è fatto un po' di tutto.

Al v. 6 dice così: "Ho peccato solo a te". Cioè afferma di aver peccato solo davanti a Dio. Ma come? Lui ha peccato grandemente anche davanti agli uomini!
Perché Davide dice così? Confessa a Dio il suo peccato, perché non gli è possibile riconoscere il suo peccato contro l'offeso; ha fatto ammazzare Uriàh e ora lui non c'è più, a un morto non si può chiedere scusa. Qualcuno sostiene un'altra tesi: se è vero che chi ha ammazzato una persona, può chiedere scusa ai superstiti, ai parenti e confessarsi davanti a loro, Davide non poteva fare neppure questo, perché Uriàh non aveva nessun parente.
Oppure secondo un'altra interpretazione, Davide dice di aver peccato solo davanti a Dio, perché secondo la visione di quei tempi non era considerato colpevole il re che espone a dei pericoli un suo sottoposto, perché ha diritto di vita e di morte sui suoi sottoposti. Quindi sul piano strettamente giuridico non c'è colpa, ma davanti a Dio sì.
Un'altra espressione difficile è questa: "Liberami dal sangue". Intanto notiamo che il termine è al plurale e significa proprio l'omicidio. Cosa vuol dire? Forse Davide prega Dio di non fargli più commettere omicidi, ma più presumibilmente è una supplica di non dover essere lui, a sua volta, a dover versare il proprio sangue.
Fermiamoci un attimo su concetto di purificazione, che compare verso la metà del testo. Nella visione di quel tempo, la purificazione riguardava degli aspetti intimi, ma anche esteriori, cioè lavaggi. Quindi si vuole affermare una purificazione interiore che doveva venire espressa anche attraverso degli atti esteriori. Il testo della Torah afferma che esistono delle cose determinate il cui contatto determina l'impurità rituale - attenzione: rituale e non morale! - e per recuperare la purità rituale, quella che permette di compiere determinate azioni di carattere religioso, bisognava fare un bagno e lasciarsi spruzzare di un'acqua speciale con un mazzetto di issopo. Cos'ha di speciale questa pianta? Nella visione simbolica che noi le attribuiamo, sottolineiamo il fatto che è una pianta piccola, bassa, con dei ramoscelli corti e quindi diventa simbolo di umiltà. Si adopera l'issopo per dimostrare la nostra piccineria e per affermare che abbiamo bisogno di ridimensionarci. Infatti molti degli errori che compiamo sono dovuti all'alta considerazione che abbiamo di noi stessi, che ci fa presumere di poterci permettere un sacco di cose e invece non è vero.
Vorrei parlarvi un attimo anche del midrash su questo salmo. Sappiamo che nei midrash i maestri adoperano il testo biblico per trarne gli insegnamenti più svariati, a condizione che ci ripromettiamo di imparare qualcosa di positivo e di non sostenere che quella sia l'interpretazione ufficiale del testo.
La regola fondamentale del midrash è che non si fanno su di esso domande razionali.
Sono andato a guardare una delle raccolte più complete di midrashìm sui salmi e ho dovuto constatare che su questo salmo 51 non c'è quasi niente, appena una paginetta su un volume di circa 600 pagine. Si vede che questo salmo non ha affascinato molto i nostri maestri, nel corso di 500/600 anni.
Alcune cose sono comprensibili, altre meno, il che fa pensare che questo testo si sia guastato con l'andare del tempo, proprio perché non interessava molto.
Io cercherò di offrirvi qualche considerazione. Il testo del nostro midrash ci presenta un maestro che parte volendo spiegare le prime parole del salmo: "Al maestro del coro". E lui dice: "E' proprio quello che dice la Scrittura, che la morte e la vita sono in mano alla lingua, cioè dipendono dalla lingua". E' un richiamo al corretto uso della lingua. Dice addirittura che tutta la Scrittura vuole darci questo messaggio. Il linguaggio dell'uomo lo può portare alla perdizione o alla vita eterna. Il fatto che Davide abbia affermato, nelle parole di questo salmo, che lui aveva peccato, è ciò che gli permette di avere salvezza nella vita eterna. Indipendentemente dalle azioni, che ovviamente sono importanti, c'è possibilità di recuperare la salvezza anche attraverso il linguaggio.
Credo che l'autore stesso del midrash fosse convinto che non è questo l'insegnamento principale del salmo, ma ugualmente può essere una considerazione interessante e utile.
Vado avanti. Ci fermiamo su quel versetto che dice: "Abbi pietà di me secondo la tua bontà…". Cosa vuol dire? Credo che il senso letterale sia una preghiera a Dio di non tener conto della miseria di Davide, ma piuttosto di Lui stesso, delle sue caratteristiche divine, perché altrimenti sarebbe perduto. Il nostro autore si chiede a cosa poteva essere paragonata questa affermazione di Davide e risponde: "A colui che ha subíto una percossa (o una malattia) e si reca da un medico e il medico gli dice che no può essere guarito, perché la ferita è molto seria e il denaro che possiede è molto poco". Allora il malato, a questo punto, risponde: "Prendi tutto quello che io ho in questo momento e il resto prendilo dal tuo". Avete capito il concetto? Davide chiede pietà non secondo i suoi mezzi, che sono nulli, ma secondo la sua bontà.
Un'altra interpretazione sul v. 6: "Ho peccato soltanto a te". L'autore dice: "A cosa era simile Davide mentre diceva queste cose? A colui che si è rotto qualche cosa e va dal medico e il medico gli dice, molto sorpreso: Com'è grave la tua ferita; mi dispiace per te molto". Allora il malato dice al medico: "Sei dispiaciuto per me? Io son venuto da te non per sentirti dire queste cose, ma per darti una retribuzione, per farti un piacere". E' malato che ha qualcosa da offrire al medico. Col nostro peccato, noi facciamo un piacere a Dio, perché attraverso il nostro esempio, qualcuno si ritrarrà dal peccato e riconoscerà la grandezza di Dio. E' Dio a guadagnare qualcosa attraverso la nostra esperienza, così come un medico ha sempre qualcosa da imparare, un'esperienza nuova da fare nel curare un malato.
Vedete come si arriva a delle affermazioni quasi blasfeme? Ma queste operazioni servono per trarre degli insegnamenti positivi dal testo biblico, che ci aiutano a vivere.



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