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Il libro di Ester
(Rav Luciano Meir Caro)


La vicenda di Ester ci è stata consegnata dalla Bibbia stessa, che ci offre appunto il bellissimo testo che va sotto il nome di libro di Ester. Questo testo fa parte del canone della Bibbia ebraica, nella quale è collocato tra gli agiografi e fa parte di quei cinque libri che vanno sotto il nome di Meghillòt, cioè rotoli. Perché rotoli? Intanto tutti i libri una volta erano redatti in forma di rotolo, ma anche dopo la comparsa dei libri come li conosciamo noi oggi, è successo che cinque piccoli libri della Bibbia hanno continuato ad essere prodotti in forma di rotolo, perché tradizionalmente venivano letti in occasione di feste ebraiche. I cinque libri sono: il Cantico dei Cantici, il libro delle Lamentazioni, il libro dei Qohelet o Ecclesiaste, il libro di Rut e il libro di Ester.
Il Cantico viene letto o tutti i sabati o in occasione di Pesach per il richiamo che questo libro presenta alla primavera; il libro delle Lamentazioni viene letto in occasione del 9 di Av, perché descrive la distruzione di Gerusalemme; il Qohelet viene letto per la festa di Sukkot; Rut viene letto per la festa di Pentecoste, Shavuot, perché è la festa che ricorda la raccolta del grano e il testo inserisce la storia di Rut nell'ambito della mietitura del grano.



Il nostro libro di Ester viene letto per la festa di Purìm, una delle nostre festività più caratteristiche, che si distingue da tutte le altre per il fatto che è veramente allegra. Infatti in tutte le altre feste ebraiche c'è sempre un'allegria, un compiacersi della Legge, ma sempre mescolata con considerazioni più seriose. Per esempio il nostro Capodanno non ha niente del Capodanno civile, ma è piuttosto una festa di riflessione e indagine introspettiva.
A Purìm, invece, ci è assolutamente imposto di essere allegri ed è vietato digiunare. Non solo essere allegri, ma si può persino abusare nel mangiare e nel bere, fino quasi a semiubriacarci. E come si fa a capire che si è un po' brilli? Siccome l'eroe positivo della festa, secondo il racconto biblico, è Mardocheo e il personaggio negativo è Amàn, che voleva distruggere gli Ebrei, si fa una specie di test basandosi su questi due nomi. Nel corso della liturgia di questa festa, ripetiamo queste frasi: "Sia benedetto Mardocheo e sia maledetto Amàn". Orbene, ogni tanto bisogna farsi questo autotest: quando non si riesce più bene a distinguere tra il dire una cosa e l'altra, vuol dire che bisogna fermarsi e smettere di bere.
Tra l'altro pensate che ogni comunità ebraica ha un suo Purìm , cioè ogni Comunità festeggia una data specifica in cui è avvenuta una salvezza insperata. A Cuneo, per es., c'è il Purìm della bomba, perché pare che durante un assedio nel 1700 i nemici Francesi abbiano sparato una bomba che è entrata nei locali della Comunità, ma non è esplosa.
Nelle Comunità si usa in questa giornata prendersi in giro vicendevolmente e vengono organizzati dei momenti di incontro in cui specialmente i giovani si divertono a prendere in giro gli anziani in modo anche molto spudorato. Infatti mi sto preparando a ricevere tutti gli scherni che mi diranno in questo Purìm e che io dovrò accogliere col sorriso sulle labbra.
In che modo si può essere allegri, se uno non lo è? E se una persona sta vivendo un lutto? In questo caso gli viene chiesto non di essere allegro, ma di non partecipare a una riunione collettiva dove tutti hanno il diritto-dovere di divertirsi.
Caratteristica del Purìm è anche fare dei regali, perché questo è il modo in cui si rendono allegri gli altri. Anche il più povero dei poveri ha l'obbligo di mandare almeno due regali a due persone diverse; magari manderà una caramellina, una sciocchezza, ma qualcosa deve regalare, perché, se ci guardiamo attorno, troviamo sempre qualcuno che sta peggio di noi.
Inoltre ci si scambia dei doni tra i conoscenti, in genere si manda un manufatto alimentare.
Tutta questa festa è collegata al racconto biblico contenuto appunto nel libro di Ester. Questo libricino, costituito da una decina di capitoli, si distacca come composizione da tutti gli altri libri biblici; leggendolo, sembra di trovarci sulle pagine di una novella di Mille e una notte, perché l'atmosfera è quella. Penso che conosciate la trama della storia, ma riassumo brevemente.
Siamo in Persia, presumibilmente nel periodo dell'esilio babilonese circa 400 anni prima dell'era cristiana. Si racconta di un grande re persiano, Assuero, che governava questo impero immenso, circondato da fasti e lusso e che passava il suo tempo organizzando feste in continuazione; feste che duravano fino a 180 giorni, passati tra gozzoviglie di ogni genere. Nel corso di una queste feste succede che il re manda a chiamare la moglie, per mostrarla agli invitati, ma lei si rifiuta; allora la festa viene interrotta immediatamente e il re chiede consiglio sul da farsi. Il caso è serio, perché quando si venisse a sapere che la regina disobbedisce al re, cosa farebbero, poi, tutte le altre donne nei confronti dei loro mariti? Si decide che la regina venga licenziata e viene bandito un concorso per trovare una sostituta; dapprima in ogni provincia dell'Impero e poi nella capitale Susa, dove sarebbero state condotte le donne scelte dalle varie province. Per combinazione viene scelta come regina una certa Ester, una ragazza ebrea, orfana e affidata alle cure di un cugino, Mardocheo, che le fu come un padre. Dietro suggerimento del suo parente, una volta giunta alla reggia, Ester non rivelò mai la sua identità ebraica.
Contestualmente sorge questo Amàn, il personaggio negativo, un tipo molto pieno di sé, ministro del re; questo tale aveva deciso che tutte le volte che lui passava, tutti dovessero inchinarsi al suo passaggio. E così avveniva. Ma Mardocheo si rifiutava e perciò fu notato. A un certo punto Amàn non sopporta più la cosa e, venuto a sapere che Mardocheo era ebreo, decide di sopprimere tutti gli ebrei del regno di Persia. Viene emesso un decreto secondo il quale in un certo giorno dell'anno dovevano essere sterminati tutti gli ebrei, popolo in mezzo all'impero, che ha leggi diverse, non si vuole assimilare e non tiene conto dei decreti reali. Amàn promette al re di versare nelle casse dello stato la somma di 10.000 pezzi d'argento, se gli avesse concesso di fare questa cosa. Evidentemente al re facevano comodo quei soldi e dà carta bianca ad Amàn. L'editto di sterminio è emanato e non resta che attendere lo scadere della data fissata, il 13 di Adàr.

A questo punto entra in scena Ester, la quale rivela la sua identità al re e l'orribile piano di Amàn. Il re, allora si infuria contro Amàn e decide che venga eliminato, appeso a quello stesso palo che lui aveva fatto innalzare per impiccarci Mardocheo. Nel giorno che era stato tirato a sorte - Purìm significa 'sorti' - succede invece che gli ebrei hanno il permesso di distruggere tutti i loro nemici. Le sorti sono completamente ribaltate! Tanto che Mardocheo diventa primo ministro al posto di Amàn.
Un elemento particolare. Il libro stesso dice che Ester mise per iscritto tute queste vicende e mandò lo scritto ai saggi di tutto il mondo ebraico, in particolare a tutti quelli che stavano in terra di Israele con questo avvertimento: abbiamo avuto questa grande salvezza, facciamo una grande festa e aggiunge il comando: Voglio che questa festa diventi una celebrazione importante per tutti gli Ebrei. Sembra che le autorità ebraiche del mondo non abbiano nemmeno risposto, facendo intendere che avevano già abbastanza grane da parte loro, senza doversi occupare degli Ebrei di Persia. La regina, contrariata, manda una seconda lettera con lo stesso comando e allora la cosa viene presa in considerazione. Questo ci fa capire che c'erano dei grossi dubbi se ritenere veritiero o no tutto questo racconto. Il racconto termina dicendo che Mardocheo era ben visto da molti ebrei, ma non da tutti.
Vorrei fare qualche osservazione.
Fonti tradizionali sostengono una cosa, che ci fa quasi scandalizzare e ciò che quando verranno i tempi messianici, i testi della Bibbia non ci saranno più, perché la Bibbia è uno strumento per la nostra formazione, per il nostro miglioramento. Allora, al tempo del Messia, quando saremo tutti resi buoni e tutto sarà in piena shalom, non ci servirà più la Bibbia. Però si dice che tutti i libri biblici andranno in disuso, cadranno nel dimenticatoio, salvo i libri del Pentateuco, la Torah e il libro di Ester. E ci viene da dire: Ma come? Salviamo questo raccontino da Mille e una notte e perdiamo il grande Isaia, i salmi?
Perché questo?
Intanto voglio dire che il libro è tutto proiettato in un ambiente diastorico. Si sta fotografando la situazione di ebrei che stanno fuori del loro paese, ebrei quasi completamente assimilati, cioè gente che di ebraico ha ben poco o niente; partecipano alla vita di corte, con molta leggerezza. Pensate: persino i nomi sono non solo stranieri, ma ci fanno pensare. Per es. Ester, che in ebraico non significa niente, fa pensare ad Astarte o Astér in greco, cioè il nome di una stella. Presumibilmente il nome ebraico di questa regina era un nome pagano e non solo, ma il nome di una divinità pagana. E la stessa cosa vale per Mardocheo, che proviene dalla radice mardùk, che costituisce poi il nome di una divinità babilonese. Quindi questi ebrei avevano perso ogni senso di identità, fino ad adottare i nomi delle divinità straniere. E' come se un ebreo oggi mettesse nome a suo figlio Giove o Apollo o simili. Nomi scandalosamente pagani.
L'unica manifestazione di ebraismo in questo libro si ha quando viene proclamato il decreto della distruzione degli Ebrei e gli Ebrei fanno digiuno per chiedere a Dio la salvezza.
Altro elemento caratteristico è che nel libro non c'è il minimo accenno a Dio, non se parla, è come se fosse inesistente. L'unico accenno, ma molto vago, si scorge quando Mardocheo invita Ester ad andare dal re per ottenere salvezza e lei si mostra tentennante, lui lei dice: "Cosa credi, di essere stata scelta regina per la tua bellezza? No, ma per un'altra volontà"; e aggiunge: "Se non fai quello per cui sei stata mandata, la salvezza verrà per noi da un'altra parte".
Quindi abbiamo un ambiente ebraico assimilato e l'assenza di Dio. Però, se leggete il libro, vi accorgete che centinaia di volte compare la parola 'il re', sempre riferito al re dei Persiani, che sembra faccia tutto di tutto; ma il vero Re, cioè Dio, non compare. Questo ci fa pensare.
Qualcuno dice che la lettura del libro in questo senso è duplice: cioè da una parte, sì, si intende Assuero, ma dall'altra parte, tra le righe, c'è un altro re, che è il vero regista di tutta la situazione. Cioè, quando i nostri saggi dicevano che questo libro rimarrà anche quando non ci sarà più bisogno degli altri libri biblici, forse volevano sottolineare questo aspetto: Dio molto spesso è assente, o ci sembra assente; ci guardiamo attorno e ci sembra che Dio non ci sia e tutto quello che capita avviene o perché io lo voglio, l'altro lo vuole, ecc. cioè una serie di circostanze dovute alla nostra volontà o al caso. Ma se ci pensiamo un po' più profondamente, ci rendiamo conto che il re non compare, ma c'è; c'è sempre una volontà divina, forse impercettibile, ma reale, che muove le cose.
La stessa parola Ester, che come ho detto, è un termine persiano o greco, in ebraico è molto simile a una radice - astìr - che significa 'nascondere'. C'è come una festa del nascondimento. C'è Dio che si nasconde e noi non lo percepiamo e c'è una regina che è il simbolo del nascondimento di Dio.
Se leggete il Deuteronomio, in uno degli ultimi capitoli, Dio dice così: "Verrà un giorno in cui io nasconderò la mia presenza a causa di tutto il male che hanno fatto". Come se ci si volesse dire che in determinati momenti, allorché noi commettiamo del male, Dio nasconde la sua presenza.
E ancora pensate: meghillà vuol dire rotolo, ma contiene una radice ebraica - ghillùi - che vuol dire 'rivelazione'. Quindi quando diciamo: "Meghillat Estér - Rotolo di Ester" potrebbe anche significare "La rivelazione del nascondimento". Quindi questo libro ci dà la rivelazione di qualcosa che è occulto. Questa può essere una delle chiavi di lettura che possiamo utilizzare per affrontare questo tema. E perché è così importante? Primo: il popolo ebraico, lontano dalla sua terra, è completamente assimilato e c'è un Dio che dirige tutto, ma che rimane nascosto, non fa sentire direttamente la sua influenza, se non dopo che tutte le cose siano avvenute. I nostri maestri si fanno sempre la domanda: Se c'era stata la minaccia di sterminio contro gli Ebrei, qual era il peccato di cui si erano macchiati? Una prima risposta è che avevano rinunciato alla loro identità ebraica, si sono assimilati, assuefatti alla cultura e alla società straordinariamente pagana dell'impero persiano.
Un'altra risposta più profonda è quella che afferma che gli Ebrei avevano sostituito i loro valori con valori diversi. Analoga alla prima, ma diversa. Tra le righe del libro viene affermato che il re Assuero abita nel palazzo reale, inaccessibile salvo che per invitati speciali. Chi si arrischia ad avvicinarsi di sua iniziativa, si espone a grossi rischi, perché il re può anche rifiutarlo e farlo uccidere.
Dunque questo palazzo inaccessibile, con cortili interni, dovrebbe ricordare il santuario di Gerusalemme, luogo reale per eccellenza, luogo santo della presenza divina. Cosa hanno fatto gli Ebrei? Hanno sostituito il loro santuario, il culto, i sacrifici, la preghiera, con il culto nei confronti di un re umano. Questo è l'errore più grave: sostituire l'Assoluto col relativo.
Guardiamo un attimo a Ester. Cosa fa quando si prepara ad entrare alla presenza del re? Non passa il tempo a farsi bella, ma indìce un digiuno di tre giorni. Si vede che sta cominciando a capire; non si tratta di sedurre il re con la sua bellezza e le sue capacità, ma si tratta di impetrare l'aiuto di Dio.

Questo libro ci presenta continuamente dei capovolgimenti, dei passaggi da rivelazioni a nascondimenti. Dio sembra che non ci sia e poi interviene.
E adesso soffermiamoci un attimo sulla figura negativa di Amàn, il nemico del popolo che viene giustiziato, impiccato al palo insieme ai suoi 10 figli. Siamo contenti di questo o no? Qualcuno istituisce dei paragoni con situazioni attuali. Per es. in riferimento a Saddàm Hussein. Cioè, quando c'è qualcuno che si comporta molto male, lo dobbiamo giustiziare o no? Propongo solo delle riflessioni mentali, non voglio giudicare. Dunque: un tale ha commesso azioni nefande e a un certo momento viene giudicato e sottoposto a una forma di esecuzione. Il giustiziare il responsabile di determinate malefatte, è giusto o no? Qui entrano in gioco una quantità di problematiche. Ma parlando solo sul piano teorico, a che conclusione arriviamo? Dovete sapere che la normativa biblica ebraica prevede la pena di morte per una quantità di delitti, alcuni gravi, altri meno gravi o che almeno a noi sembrano tali. Ad una lettura superficiale del testo biblico, si può rimanere inorriditi, perché sembra che le occasioni per far fuori siano infinite; in realtà non è così, anzi, a guardarci bene, diventa quasi impossibile che si possano realizzare tutte le condizioni per poter giustiziare qualcuno che ha peccato, secondo le norme bibliche. Ma torniamo al principio in generale.
La nostra tradizione sostiene che da almeno 200 anni a.E.v. non venivano più comminate pene capitali, perché intanto c'era una dizione che diceva che un tribunale che emetteva una sentenza di morte ogni sette anni, era considerato particolarmente crudele e disumano e poi secondo la visione dei maestri la pena di morte ha significato solo quando serve da deterrente. Giustizio un tale che ne ha fatte di tutti i colori, perché questo eviti ad altri di fare come lui. Ma se non c'è questo deterrente, in una società depravata come può essere la nostra, nella quale sono talmente tanti i delitti che si commettono che il giustiziare uno non fa né caldo né freddo e non indurrebbe nessuno a redimersi, a questo punto la pena di morte non ha più senso.
Quindi oggi il problema non si pone neppure. Ma nel caso in cui la nostra società migliorasse al punto tale che ci fosse una maggior considerazione nei confronti della vita umana, sarebbe il caso di ripristinare la pena capitale o no? Questa è la grande domanda che ci poniamo. Ovviamente io non ho risposte.
C'è un'affermazione molto importante nella Bibbia, che dice questo: "Chiunque si dimostra misericordioso nei confronti di un crudele, va a finire che sarà crudele nei confronti degli innocenti". Vorrei che ci pensaste sopra. Cosa vuol dire? Se c'è un assassino, un violento, e io non lo punisco, perché sono misericordioso, quello verrà sollecitato a continuare nella sua strada ed eserciterà la sua violenza nei confronti di qualcun altro che non centra niente. Quindi ho avuto pietà di un crudele, ma ho usato una forma di crudeltà nei confronti di un innocente. Quindi dobbiamo muoverci in questi parametri con moltissima attenzione, perché l'esempio è importante per una società ordinata, non come la nostra. E l'esempio che si fa, tornando al testo biblico, è quello del re Saul. Si racconta che Amàn era di discendenza degli Amalekiti, quella popolazione nomade che ha attaccato gli Ebrei alle spalle, ammazzando vecchi e bambini, quando gli Ebrei sono usciti dall'Egitto, senza nessuna motivazione, solo per sport. A quel punto interviene Mosè ed incita alla guerra contro Amalek, in quanto popolo simbolo di chi ammazza la gente per divertimento. Quando Saul diventa re di Israele, probabilmente per suoi interessi geopolitici e non per ottemperare alla norma biblica, decide di muover guerra ad Amalek. Avendoli sconfitti, secondo la normativa avrebbe dovuto ammazzarli tutti e invece ammazza tutti quelli che gli faceva comodo e lascia in vita o le donne giovani o gli uomini giovani che gli servivano come schiavi e soprattutto il re degli Amalekiti. Saul ha compiuto questo gesto di grande magnanimità verso il nemico sconfitto, facendosi bello della sua bontà. Non credo che fossero tempi in cui si aveva pietà. Ma lui si è giustificato dicendo: "Io sono buono!". Interviene il profeta che gli rivela che lui era sottoposto a un test da parte di Dio, per verificare fino a che punto arrivava la sua obbedienza: Dio non cercava il suo gesto magnanimo, ma l'obbedienza di Saul alla parola di Dio. Per questo la decisione di Dio è che Saul non sarà più re, ma al suo posto sceglierà un altro. Qualche volta noi facciamo delle cose e non ci rendiamo conto che in quel momento Dio ci sta mettendo alla prova; lo scopriamo solo dopo. Questo stesso Saul, che si presenta come uomo misericordioso, qualche capitolo più avanti ci è mostrato come persecutore di Davide. Davide sta scappando e riceve aiuto da un gruppo di sacerdoti che lo rifocillano e quando sopraggiunge Saul e si rende conto di questo, cosa fa? Stermina tutti quei sacerdoti, perché avevano aiutato il suo nemico. Ha avuto molta pietà del re degli avversari e invece stermina una casta sacerdotale del suo popolo.
C'è questa falsità che noi coltiviamo in mezzo a noi, per cui non ci scandalizziamo per niente della morte di migliaia di persone, sterminate dal tiranno di turno per i motivi più futili (Sudan, Cina, Iran, ecc.); viene condannato a morte un dittatore e tutti gridano allo scandalo. Siamo molto propensi a commuoverci per un colpevole e molto meno per degli innocenti. Queste sono le considerazioni che dovremmo tenere presenti quando valutiamo le cose che capitano attorno a noi, perché siamo subissati da informazioni mediatiche che cercano di farci ragionare in un certo modo, facendoci perdere la facoltà di vedere quello che è giusto e quello che è sbagliato. Ovviamente la pena di morte è un qualcosa di drammatico, alla quale bisognerebbe ricorrere in circostanze straordinariamente eccezionali, ma questo vale per tutti, anche per gli innocenti e quindi non dovremmo starcene inerti di fronte ad omicidi che avvengono sotto i nostri occhi, magari solo dicendo: "E' colpa della società". Ma quale colpa della società!
Il libricino di Ester, dunque, è capace di sollecitarci anche in questo senso. Sembra che ci racconti solo una storiella, magari anche in modo un po' ingenuo e ridicolo e ci fa piacere vedere il buon fine; ma al di là di questo c'è molto di più, c'è un messaggio capace di interpellare la nostra esperienza di oggi.
E' interessante anche vedere cosa è successo poi, sempre secondo il testo biblico. Il 13 di Adàr, dopo che gli Ebrei si sono vendicati ammazzando i loro nemici, succede che la regina Ester chiede al re Assuero ancora un favore e cioè un giorno in più per poter sterminare i nemici ancora rimasti nella capitale. E quindi di nuovo altre 500-600 persone ammazzate.
Dal punto di vista storico non c'è nessun riscontro che queste cose siano veramente avvenute, quindi potrebbe essere anche tutta una storia inventata.
Vorrei dirvi ancora una cosa. Noi abbiamo l'obbligo di leggere il libro di Ester nel giorno di Purìm e possibilmente di leggerlo in ebraico; se non è possibile in ebraico, perché non lo capiamo, possiamo leggerlo in qualunque altra lingua.
E se uno non ha tempo, è permessa anche una lettura a singhiozzo, un po' per volta. Non è valida se è letta al contrario. Domanda: a chi potrebbe venire in mente di leggere al contrario, partendo dalla fine? Perché i nostri maestri ci sollecitano in questo modo? Attenzione! Pensandoci bene sopra, l'insegnamento potrebbe essere questo: guai pensare che la storia possa essere al contrario. Cioè va letta nel senso giusto, perché ci può insegnare qualcosa per il futuro. Non è archeologia, una cosa del passato; no! Va letta in avanti, perché questa storia si ripete costantemente. Infatti per i motivi più futili capita molto spesso - non solo agli Ebrei, ma a tutti - che qualcuno che esercita il potere, lo fa con una forma di violenza nei confronti di chi è più debole, per qualunque motivo.
Questa storia, insomma, sfrondata dagli elementi ridicoli o ironici, l'abbiamo sempre davanti. Anche quando la nostra società sarà perfetta, bisogna sempre tener conto che potrebbe guastarsi e quindi dobbiamo guardare avanti e vedere cosa può succedere se non ci guardiamo bene attorno e se non impariamo a guardarci dentro in maniera seria e profonda.
Come faccio sempre, vi invito a rileggervi il libro, senza tener conto delle interpretazioni mie o di chiunque altro, ma in maniera molto oggettiva.

Un'ultimissima considerazione di carattere midrashico. Il testo comincia così: "E fu quell'Assuero che regnava dall'India fino all'Etiopia su 127 province. In quei giorni, mentre il re stava sul trono del suo regno che era nella capitale Susa, nel terzo anno del suo regno, fece un grande banchetto per tutti i suoi ministri e tutti i suoi servitori, invitati che provenivano dalla Persia, dalla Media, funzionari e capi delle regioni stavano davanti a lui per mostrare la ricchezza della gloria del suo regno e la magnificenza della sua grandezza. Per molti giorni, 180 giorni". Comincia proprio così, con questa atmosfera gioiosa. I nostri maestri, che si domandano sempre tutto di tutto, si chiedono cosa possa interessarci tutto questo, che il regno persiano si estendeva dall'India fino all'Etiopia e comprendeva 127 province. Il numero 127 vi dice qualcosa? Attenzione! Quando i nostri maestri esaminano il testo, hanno davanti agli occhi una panoramica di tutta la Bibbia e tengono conto di tutti gli elementi come se fossero strettamente concatenati. Bene, a un conoscitore della Bibbia, il numero 127 dice molto. Quando si parla di Abramo, si dice che sua moglie Sara morì all'età di 127 anni. C'è un'analogia. Guardate, è una provocazione per stimolare la riflessione. Cosa imparo dal fatto che Sara è vissuta 127 anni e che il regno di Persia era costituito da 127 province? Sara è vissuta con una tale bontà, una tale onestà intellettuale, che questi suoi meriti si sono riversati su una sua lontanissima nipote, Ester, la quale è diventata regina di 127 province. Quasi a sottolineare che quando si giudica Dio, non è che Lui subito dia la punizione che ci spetta, perché Dio ha i tempi lunghi. Niente di quello che facciamo, né nel bene, né nel male, viene dimenticato. Una progenitrice si è comportata bene lungo tutto l'arco della sua vita e il premio viene raccolto 2000 anni dopo. Si può anche non essere d'accordo, ci mancherebbe!
L'altro elemento negativo è questo. I nostri maestri dicono che quando leggiamo e studiamo un testo, dobbiamo accostarlo prima con una lettura corrente che ci faccia capire il filo del racconto; poi ci sono tante altre chiavi di lettura, che vanno dalle considerazioni mistiche, a quelle numeriche, a quelle di dizione. Anche solo una pronuncia diversa di una parola, può suggerire qualcosa di particolare. Io non vi do delle risposte, ma vi pongo delle domande.
Per esempio, molto spesso nella Bibbia troviamo delle frasi che cominciano con la parola waiihi, che vuol dire: "E fu, avvenne". Ma c'è anche una questione di suono: quando dico waiihi, sembra un guaito; come se in italiano dicessi "Ahi!" a voler indicare un dolore, un pericolo. Bene, i maestri ci mettono in guardia sul fatto che un brano cominci con la parola waiihi, perché dobbiamo aspettarci delle cose brutte.
Il libro di Ester sembra dire che tutto comincia con una gran festa imperiale e invece la fine della festa decreta lo sterminio del popolo ebraico.
E così tutte le volte che troviamo un capitolo che comincia con questa parola. Guardate, apro a caso: cap. 22 della Genesi. "E fu dopo questi avvenimenti…". Che c'importa? Va avanti così: "Dio mise alla prova Abramo…". Quel waiihi voleva avvertirci.
E ancora al cap. 14: "E fu al tempo di Amrafel…" e si parla di una guerra scatenata da 4 re contro 5. E al cap. 11: "E fu tutta la terra un'unica lingua e uniche parole…" e poi continua con la storia della torre di Babele. Sembra una cosa bella parlare tutti la stessa lingua, intendersi; ma la Bibbia ci sottolinea che invece c'è qualcosa che non va.


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