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Rut la moabita
(Rav Luciano Caro)


Il libro di Rut, nella Bibbia ebraica, appartiene ai cosiddetti 'rotoli' - meghillòt, che sono 5 libricini che vengono letti, o pubblicamente o privatamente, in occasione di ricorrenze ebraiche particolari. Il libro di Rut viene letto per la festa di Shavuòt, cioè la festa delle Settimane, che ricorda la promulgazione del Decalogo.
Poi abbiamo il Cantico dei Cantici, letto o in occasione del Sabato, proprio in relazione alla tematica sponsale così emergente in questo testo e il Sabato per noi Ebrei è la Sposa, oppure si legge in occasione della Pasqua, perché si parla della rinascita della natura, con la primavera.
Poi c'è il libro del Qohelet, l'Ecclesiaste, che noi leggiamo a Sukkòt, la festa della Capanne, perché si possono riscontrare alcun i nessi. Qualcuno collega questo testo all'autunno, perché è pieno di pessimismo e l'autunno sembra la stagione più vicina a questo stato d'animo.
Poi c'è il libro delle Lamentazioni - Echà- scritto da Geremia, in occasione della caduta di Gerusalemme e quindi viene letto in occasione del digiuno che ricorda la distruzione del santuario di Gerusalemme.
Infine c'è il libro di Ester, letto in occasione della festa di Purìm.
Noi ci soffermiamo, ora, sul libro di Rut. Penso che la vicenda di questo personaggio sia abbastanza nota, ma la riassumo brevissimamente. Rut è una moabita che, rimasta vedova, segue la suocera che decide di tornare in Israele a Betlemme; facendo questo, lei accetta di entrare nella cultura e nella religione ebraica. Si sposa con un lontano parente del marito morto e da questo matrimonio nasce una discendenza che ci porterà a Davide.
Il libro è scritto molto bene, con un linguaggio molto semplice e tranquillo.

Troviamo delle connotazioni particolari che ci presentano alcuni aspetti giuridici non particolarmente chiari. Il primo è questo: pare che ci fosse una tradizione, almeno in un certo momento della storia del popolo ebraico, per cui si è ampliato il concetto del levirato. Cos'è il levirato? Il testo biblico, cioè la nostra Torah, il Pentateuco, prescrive che quando uno muore senza lasciare figli, la moglie è costretta a sposare un fratello del marito morto, allo scopo di avere un figlio che sarà riconosciuto in qualche modo come figlio del morto. Cioè noi non vogliamo che qualcuno muoia in giovane età senza lasciare una traccia di sé. Questa norma prevede anche delle eccezioni: ad es. il fratello sopravvissuto può dire di no, ma la moglie vedova no. Si parte, in questo caso, dal presupposto che una donna, pur di dare un figlio al marito morto, sia disponibile ad unirsi con un parente del marito. Pare che questa norma biblica venisse in qualche modo a limitare una tradizione semitica antichissima, che sosteneva che quando un tale moriva senza figli, la vedova doveva sposare un parente qualsiasi del marito. In questo senso il testo della Torah porta un po' più di ordine, anche per tutelare la donna.
Il libro di Rut ci presenta una situazione in cui sembra che si sia tornati all'antico. Anche qui si fa intravedere la possibilità che la vedova di un defunto possa essere sposata non da un fratello, ma anche da un parente qualsiasi. Tra l'altro ci vengono presentate anche delle modalità di negoziazione; e questo è importante dal punto di vista della storia del costume, perché getta un po' di luce su come si possa fare a realizzare un diritto dal punto di vista giuridico.
Ma tutte queste cose sono abbastanza marginali; il problema, invece, è un altro e cerco ora di spiegarlo. Si parla, nel libro di Rut, della terra di Moab. Chi erano i moabiti, discendenti di Moàv? Si tratta di una popolazione stanziatasi al di là del Giordano, nel territorio dell'attuale Giordania. Spesso nella Bibbia sono nominati insieme agli Ammoniti, discendenti, questi ultimi, del fratello di Moàv, di nome appunto Ammòn. Secondo la narrazione biblica questi due fratelli erano i discendenti di Lot, nipote di Abramo. Sappiamo che dopo essere uscito da Sodoma, come unico superstite insieme alle sue due figlie vergini, Lot si era rifugiato in una località deserta. Pensando che tutto il mondo fosse stato distrutto e non solo Sodoma, le due figlie di Lot, decidono di unirsi al padre per portare avanti la razza umana. Nonostante il divieto biblico di avere rapporti col proprio padre, le due figlie, a turno, fanno ubriacare il padre e si uniscono a lui. Da questa unione col padre nascono appunto Moàv e Ammòn. E' tutto anche un po' ridicolo, perché il nome Moàv è una parola semitica che può significare "dal padre", ma in senso ironico; tutti i bambini nascono dal padre, ma questo era nato dal padre della madre. Più padre di così non si può! Invece il nome Ammòn fa venire in mente la parola 'am, che vuol dire "popolo", "nucleo familiare" e cioè potremmo dire "quello che è nato in famiglia".
La tradizione ebraica non condanna questa cosa, perché questo era un caso eccezionale; era indispensabile portare avanti il genere umano. Se ci pensiamo bene, ci accorgiamo che questi due bambini potevano chiamare il loro padre, sia papà, che nonno che zio. Credo che il testo biblico deliberatamente ci ponga davanti questa situazione, per criticare determinati atteggiamenti che noi abbiamo, per es. nei confronti della purità del sangue, a cui a volte teniamo così tanto.
Torniamo a Moàv e ad Ammòn, discendenti di Abramo, in quanto suoi pronipoti. Bene, da loro hanno origine i popoli degli Ammoniti e dei Moabiti, che si stanziarono nell'attuale Giordania. Ammàn, la capitale della Giordania, prende il nome proprio da Ammòn.
Col susseguirsi della storia, ci viene raccontato che gli Ebrei escono dall'Egitto, sono incamminati verso la terra promessa e si trovano a dover attraversare il territorio dei Moabiti e degli Ammoniti. Mosè era convinto che non ci sarebbero stati problemi, proprio per la parentela che li univa a loro. Invece il transito viene assolutamente proibito, nonostante ripetute ambascerie e proposte di risarcimento da parte di Mosè. Perciò Israele è costretto a combattere e conquista il loro territorio. In relazione a questo fatto, la Torah decide, dal punto di vista normativo, che gli Ammoniti e i Moabiti, non potranno mai entrare a far parte del popolo ebraico. Si può accettare anche un egiziano, nonostante tutto quello che è successo; ma gli Ammoniti e i Moabiti no, mai, perché ci hanno negato l'ospitalità, anche a pagamento, con l'aggravante di essere nostri parenti. Portano su di sé un marchio che impedisce loro di diventare ebrei. Ovviamente stiamo parlando del periodo in cui c'erano gli Ammoniti e i Moabiti, mentre adesso non esistono più queste cose.
Rut era moabita. Quindi immaginate come si sia presentato un problema molto grave. Proprio lei diventa progenitrice di Davide. E ci chiediamo come sia stato possibile, visto che lei non poteva diventare ebrea. Se andiamo a guardare la genealogia di Davide, vediamo che lui non era ebreo, perché aveva una bisnonna non ebrea. E' interessante questo. Pensate: Davide non è ebreo! Ma non solo. Il Messia, quando nascerà, sarà della stirpe di Davide e allora nemmeno il Messia è ebreo. E il Messia che voi cristiani avete accolto, anch'egli discendente di Davide, non era ebreo.
Vedete, io penso che tutto questo sia finalizzato a dirci una cosa molto importante: cioè di smetterla col razzismo. Se andiamo a guardare le origini di ognuno, salta fuori di tutto.
I nostri maestri cercano di salvare capra e cavoli. Affermano, infatti, che il testo biblico dice che è vietato far entrare in seno al popolo ebraico il moabita e l'ammonita, mentre nel nostro caso si tratta di donne, come se il divieto riguardasse solo gli uomini. Ma questo è darsela a intendere.
Un altro insegnamento ricavano i maestri indirettamente. E' sottile, attenzione. Il Talmud dice: "Non si dà un'autorità a qualcuno a meno che quel qualcuno porti sulle spalle uno zaino pieno di serpenti". Che vuol dire? Il significato è questo. Quando cerchi un'autorità, non cercare una persona perfetta, ma cerca qualcuno che abbia degli scheletri nell'armadio, cioè che si porti addosso qualcosa di negativo. Perché chi ha l'autorità, è portato a esercitare la sua autorità anche con violenza, a volte e perciò bisogna potergli mettere davanti agli occhi le sue deficienze, magari anche i suoi difetti di origine.
Il caso di Davide calza alla perfezione, perché nonostante sia il re per antonomasia, se si va ad esaminare il suo passato, si trova abbondanza di materiale negativo.
Mai idolatrare qualcuno! Rispetto, affetto, devozione, ma mai andare oltre un certo limite.
Qualcuno si pone il problema di chi sia l'autore del libro di Rut. Sembra scritto in un ebraico classico, con alcune paroline in qualche modo arcaiche, ma nonostante ciò alcuni affermano che sia stato scritto in epoca relativamente moderna. L'autore adopera deliberatamente delle parole arcaiche, per dare al suo libro una parvenza di antichità, mentre in realtà è moderno. Come se io scrivessi un libro oggi, usando termini antiquati, ad es. imperciocché, laonde, ecc.
Comunque sia, l'autore del libro di Rut è ignoto.Il testo comincia con queste parole: "Avvenne nei giorni del giudicare dei giudici", cioè significa che questo episodio è avvenuto al tempo in cui operavano i Giudici in Israele, immediatamente prima della monarchia e subito dopo Giosuè. I nostri maestri, sempre molto attenti, si chiedono cosa significhi questo incipit del libro.
Intanto, bisogna ricordare che quando un testo biblico inizia con le parole "E avvenne..,", così come suona in ebraico non è solo una voce del verbo essere "e fu", ma è anche un grido di dolore, come se si volesse dire: "Ahi!". E ciò sta ad indicare che nel brano troveremo qualcosa che non funziona, non sarà tutto tranquillo.
Inoltre questo giudicare dei Giudici può essere interpretato come il tempo in cui venivano giudicati i Giudici stessi, il che significa che abbiamo dei giudici inetti.
E la situazione negativa è che una famiglia ebraica, a causa della carestia, è costretta ad emigrare da Israele per andare ad abitare nel territorio di Moàv.
E il racconto ci dice che questa famiglia è costituita da un certo signore con una moglie, di nome Noemi e due figli, Machlòn e Chiliòn, che poi sposano due donne moabite; anche questo è un elemento negativo, perché teoricamente era proibito per un ebreo sposare una donna straniera.
Volevo suggerirvi un'altra riflessione. Cosa significa il nome Rut? In ebraico non vuol dire niente. Qualcuno dice che è una forma condensata della parola reùt, che vuol dire "amicizia"; quindi Rut diventerebbe "l'amica, la carina, la simpatica". Ma i maestri ci invitano ad affrontare il termine dal punto di visto ortografico e numerico. La parola Rut - resh, waw, tav - vale numericamente 200+6+400, cioè 606. Vi dice qualcosa questo numero? Dunque: nella Torah abbiamo 613 precetti. Nel suo nome Rut portava 606 precetti, ai quali vanno aggiunti i 7 precetti noachidi, quelli che, secondo la tradizione, ogni essere umano ha indipendentemente dalla sua origine. Un tale che non sia ebreo, basta che metta in pratica 7 norme della Torah, ed è perfettamente a posto.
Se poi leggiamo questo nome al contrario, abbiamo tur, che significa "esplorare", "andare in giro". Quindi Rut è una che non sta ferma, ma cerca nuovi orizzonti.
Chi fa questi giochettini, non vuole darcela a intendere, ma vuole spingerci a cercare più a fondo.
A me non interessa sapere se questa storia sia effettivamente avvenuta o no, anche perché i libri storici della Bibbia hanno lo scopo di raccontarci un fatto da cui possiamo trarre degli insegnamenti utili alla nostra vita di oggi.
Ci sono due filosofie riguardo l'attribuzione di questo libro. Secondo alcuni è antichissimo, perché scritto al tempo dei Giudici, ma altri collocano questo libro in un periodo molto più tardo, circa nell'anno 550 prima dell'era volgare, allorché era diventato un problema scottante il poter verificare chi fosse ebreo o no. Nei primi libri biblici non venivano posti questi problemi: chi è ebreo, chi non lo è, come si fa a diventare ebreo e penso che si ragionasse in questi termini: noi abitiamo in questo territorio; se un tale viene ad abitare qui, automaticamente diventa ebreo, perché assume le nostre connotazioni, tradizioni.
Ma a un certo punto il problema diventa importante. Allorché nel 586 a. E. v. lo Stato ebraico viene distrutto dai Babilonesi, che distruggono Gerusalemme e il suo santuario, deportando in Babilonia una parte notevole della popolazione. Dopo circa 40-50 anni Ciro re dei Persiani, sconfigge e fa crollare l'impero babilonese. Ciro emana un editto, nel 538, secondo il quale tutti gli Ebrei deportati in Babilonia possono tornare a Gerusalemme e promette anche di aiutarli nella ricostruzione del santuario e nella riedificazione di uno Stato pseudo-indipendente. E' stato un evento veramente importante per noi. Bene, noi ci saremmo aspettati che tutti gli Ebrei sarebbero tornati a casa, ma non fu affatto così; anzi, molti rimasero là, perché ormai erano inseriti bene. Sembra che solo circa un 10% sia ritornato.
Chi ha guidato il ritorno nella terra dei padri è stato il famoso Esdra con Neemia. Due personaggi, dei quali uno più proteso verso gli aspetti ideologici del popolo ebraico, e l'altro più proteso verso gli aspetti pratici, come la ricostruzione, la riorganizzazione dello Stato, ecc. Uno dei problemi che hanno dovuto affrontare è stato proprio quello che molti dei rimpatriati avevano portato con sé mogli e figli babilonesi e in quanto tali pagani. Per la prima volta nella storia si pone così il problema di chi sia veramente ebreo e chi non lo sia. Tutte quelle mogli pagane erano viste come pericolose, perché avrebbero inquinato l'ebraicità dei mariti e introdotto i loro riti pagani.
E' la storia che si ripete. Recentemente, circa vent'anni fa, la grande migrazione ebraica dalla Russia verso Israele, ha presentato la stessa problematica. Tra le decine di migliaia di migranti provenienti dalla Russia, una buona parte non erano ebrei, ma si sono aggregati a questa onda migratoria per raggiungere uno Stato moderno.
Ebbene, Esdra decide di fare un editto, secondo il quale gli uomini ebrei dovevano rimandare le loro mogli e i loro figli babilonesi. Ma questa legge è stata del tutto ignorata, perché assolutamente irrealizzabile: pensiamo a una coppia, sposata da 10, 20, 30 anni con tanti figli e nipoti; come si poteva rimandare tutta la famiglia a Babilonia? Questa cosa ha suscitato una grande polemica in seno al popolo ebraico.
Qualcuno dice che il libro di Rut sia stato scritto proprio come risposta a questo problema, per mostrare quale fosse l'atteggiamento degli Ebrei verso i pagani o gli ex pagani. Qualcuno dice che il libro sia stato scritto in contrasto con le disposizioni di Esdra. Perfino i Moabiti sono entrati nel popolo di Israele e hanno dato origine a Davide! Tutta la storia di Israele dimostra che la purità del sangue non c'è mai stata e non potrà mai esserci. Tutti siamo inquinati.
Qualcuno dice il contrario, cioè che il libro voglia in qualche modo avallare le ordinanze di Esdra, affermando però che gli stranieri possono essere accolti in seno ad Israele solo se sono come Rut. Che è un caso eccezionale.
Rut risponde a Noemi, che la invitava a rimanere nella sua terra, con queste parole: "No, io ti seguirò, perché la tua famiglia è la mia famiglia, la tua terra è la mia terra e il tuo Do diventa il mio Dio". Rut si distingue, perché, essendo straniera, ha accettato globalmente la tradizione, la cultura, la religione degli Ebrei.
Io non so chi abbia ragione tra queste varie teorie. Comunque vediamo le cose, sta di fatto che il libro si presenta come una presa di posizione notevole contro i puristi della razza. Fin dalle origini, già da Adamo, tutta la nostra storia è attraversata da due elementi: una normativa molto severa e degli aspetti di vita che vanno contro questa normativa.
Secondo il racconto biblico, Adamo ed Eva hanno avuto tre figli maschi: Caino, Abele e Set. Se prendo per buona questa cosa, i figli di questi tre figli da dove sono nati? O sono nati perché c'è stata un'unione coniugale tra i figli e la madre, il che è assolutamente proibito, oppure, secondo un'altra narrazione, ma non supportata da niente, sembra che questi tre maschi siano nati assieme a delle sorelle gemelle. Quindi i figli di Adamo ed Eva erano sei; quindi la continuazione dell'umanità sarebbe avvenuta dall'unione dei figli con le loro sorelle, il che è sempre incesto. Quindi tutta la nostra umanità, dai primordi, nasce e cresce sull'incesto.
Se andiamo avanti con la storia, troviamo ancora fatti simili. Giacobbe ha sposato due sorelle, cosa proibita dalla legge e noi siamo nati proprio da questa unione.
Aggiungo un elemento. Sapete che il testo riguardo l'omicidio di Abele è molto ambiguo. Come è avvenuta la cosa? I due perché hanno litigato? Il testo dice che tutti e due avevano fatto delle offerte a Dio, che aveva gradito solo quelle di Abele, mentre aveva quasi ripreso Caino. Poi, senza dirci cosa è successo, il testo racconta che mentre erano in campagna, Caino afferrò so fratello e lo uccise. Forse apposta non ci dice il perché hanno litigato. I nostri maestri si domandano su cosa possono aver litigato i due fratelli e propongono tre possibilità. Io ve le dico, ma guai a voi se le accettate così; dovete prenderle come elementi di stimolo a ragionare. La prima risposta è che il litigio fosse sorto perché non erano contenti di come si erano divisi il mondo: uno si era preso tutto il mondo animale e l'altro tutto il mondo vegetale. Torna il grande contrasto tra contadini e pastori. A un certo momento uno avrebbe detto all'altro che il terreno sul quale stava apparteneva a lui e non aveva il diritto di calpestarlo; mentre l'altro avrebbe risposto che a lui apparteneva tutto quello che proveniva dagli animali e quindi doveva digiunare. Invece di spartirsi le risorse del mondo, hanno deciso di litigare. Squallido! Si sono uccisi per motivi di carattere economico.
Un altro maestro dice che il discorso era più ideologico. Hanno litigato, sì, per questioni territoriali, ma perché tutti e due volevano avere la supremazia sul luogo dove sarebbe sorta Gerusalemme, ombelico del mondo, sede del santuario. Ognuno dei due voleva che la Città sorgesse sul suo territorio. Quindi un conflitto di carattere religioso. Sono i motivi di sempre. Quante guerre religiose sono state combattute per affermare che Dio è più vicino all'uno che all'altro.
Una terza ipotesi sostiene che non abbiano litigato per motivi economici o religiosi, ma per le donne. Ognuno di loro aveva una gemella e ognuno dei due voleva sia la sua gemella che la gemella dell'altro.  
In ogni caso l'insegnamento fondamentale è che nessuno di noi ha il diritto di considerarsi più puro di un altro per la sua provenienza, la sua genealogia; è una lotta trasversale contro ogni tipo di discriminazione e razzismo. Ci sono delle norme che vanno osservate, ma se qualcuno non le osserva, non deve assolutamente essere discriminato, né lui, né tanto meno i suoi discendenti, perché, se guardiamo bene, siamo tutti un po' bastardi.
Pensate. Anche lo stesso Mosè ha sposato una donna midianita. Poi il testo biblico ci dice che è nato da una madre biologica, ma poi è stato allevato da una madre egiziana, tra l'altro una principessa, quindi coinvolta nel regime oppressore. Qualcuno dice addirittura che fosse un figlio illegittimo della figlia del faraone e la storia della madre naturale ebrea è stata inventata per salvare capra e cavoli. Quindi non c'è niente che dimostri l'ebraicità di Mosè e comunque i suoi due figli sono nati da una midianita, figlia addirittura di un sacerdote di Midiàn, quindi uno che faceva parte del clero dei pagani.
Non parliamo, poi, dei figli di Giacobbe, che ne hanno fatte di tutti i colori.
E se penso a me: il mio cognome è, sì, nobile, importante e me ne vanto, ma non serve ad altro che questo.
Tutto il testo biblico, e in particolare questo libricino di Rut, ci dice che le persone vanno giudicate per quello che sono loro e per quello che fanno loro, non per il certificato di nascita o altri tipi di considerazioni.


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