Camaldoli 2018 - amicizia ec romagna

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Camaldoli 2018

 
XXXIX Colloquio Ebraico-Cristiano di Camaldoli 2018

 
 
CUSTODI DEL CREATO
 
Una vocazione comune per ebrei e cristiani
 
 

Nel segno del Salmo 24 : "Ad Ha Shem appartengono la terra e quanto contiene, le terre abitate e coloro che vi dimorano" Bruno Segre, con la sua  ampia relazione, ha trovato la chiave laica, pluralista e globale, per trattare i problemi attuali dell'ambiente naturale, introducendo il discorso dell'ecologia senza  idolatria. In particolare ha affermato  che le tre grandi religioni del ceppo abramitico, facendo ciascuna riferimento ai propri depositi sapienziali risalenti a epoche remote, devono affrontare insieme il compito di rapportarsi in termini positivi con la modernità. "Con lo sguardo rivolto alle generazioni future, sforziamoci qui, nel dialogo, di cercare la verità e di scegliere la vita, tutti insieme".
 
 Di qui ha preso il via il Colloquio "Custodi del Creato" che, ha seguito tre direttrici: la prospettiva ebraico-cristiana per la custodia del creato, la sfida ecologica che interpella ebrei e cristiani e le tradizioni comuni di telogia e liturgia.
 
Il tema della custodia del creato è stata trattata da Alexander Rofè e da Giulio Michelini. Nella Bibbia, prevale una concezione mitico-poetica: in Genesi, in Geremia, in Giobbe e altrove,  omicidio, adulterio, oppressione, profanano e contaminano la terra, provocano la sua reazione, come se fosse una creatura con una sua vita e una sua coscienza. Nel Nuovo Testamento, al di là dell'atteggiamento estatico di Gesù verso la natura, il fondamento è forse proprio nell'annuncio del Regno: perché la creazione deve essere oggetto di cura se non  perché lì c'è il Regno? Bisogna vedere ciò nella prospettiva della sorte ultima di questo mondo: "Il mio Regno non è di questo mondo". Infatti non viene da questo mondo, ma è in questo mondo. E la salvezza è qui, l'uomo ne è responsabile, è chiamato a essere sacerdote della creazione.
 
La sfida ecologica che interpella ebrei e cristiani è stata oggetto di una profonda trattazione dell'urbanista Luca Zevi e della pastora valdese Letizia Tommasone. Il primo ha dimostrato che, per superare le gravi resistenze ai cambiamenti che si prospettano al mondo di oggi, ai rivolgimenti storici che sono alle porte, soprattutto al tramonto della nostra millenaria civiltà di insediamento stanziale, come radicamento in un territorio e suo adattamento alle nostre necessità di vita, può fornire un aiuto prezioso l'esperienza storica del popolo ebraico che, costretto a continui spostamenti, provocati da discriminazioni  e persecuzioni, ha trasformato questa condizione di precariertà obbligata in occasione di sperimentazione esistenziale e culturale. Questo ha unito i membri del popolo ebraico sul terreno dei valori etici culturali e sociali. E questo è il grande insegnamento per affrontare la modernità, mettendo in discussione la necessità di un radicamento stanziale, per aprirsi a  nuove forme di strutture urbane e abitative (di cui ci ha mostrato diapositive di interessanti progetti) che evitino errori e orrori di megalopoli, baraccopoli e opprimenti  baluardi, e favoriscano la gestione corretta del territorio, l'integrazione e la condivisione del lavoro.
 
La pastora valdese Letizia Tomassone ha parlato di una relazione tra giustizia, conversione climatica e armonia del mondo: la civiltà occidentale ha inferto molte ferite al mondo, il neocolonialismo, il furto di terre, lo sfruttamento eccessivo e avido delle risorse, tutti attentati alla sicurezza alimentare e all'economia di sussistenza. Adesso è il momento di accettare gli antichi insegnamenti biblici: bisogna sentirsi ospiti sulla terra, ritrovare i ritmi della natura, quelli segnati dalle feste ebraiche. Bisogna spezzare l'inganno dell'alterità, siamo tutti della stessa materia, tutti polvere di stelle, come disse Margherita Hach. E' anche necessario un nuovo patto fra esseri umani e animali: la teologia degli animali di Paolo De Benedetti vuole essere un modo di porre un limite alle violenze sulle bestie, esseri preziosi quanto gli uomini. L'uomo deve diventare consapevole che il nostro stile di vita occidentale è insostenibile, dunque occorre  coscienza della responsabilità che abbiamo verso la creazione, soccorrere chi impoverisce per insufficenza alimentare e ospitare i profughi climatici. Il Leviatano di Giobbe è simbolo della natura violentata che si ribellerà e farà fallire le nostre  speranze di sfruttarla nel nostro interesse.
 
Il discorso della Liturgia ebraica e cristiana e della loro tradizione è stata affrontata prima da Amedeo Spagnoletto rabbino capo di Firenze, che ha preso le mosse dal Qohelet per parlare delle responsabilità dell'uomo nei confronti del creato. Ha proseguito poi col Talmud in cui ha rilevato aspetti molto moderni. L'attenzione verso il creato non è la cosa principale, la cosa principale è l'uomo, tutto ciò che lo circonda ha valore ed è di vantaggio per lui perché è solo un ospite in questo mondo. Tutto nel Talmud riporta alla prassi, non a principi filosofici. Tutto esprime un limite per l'uomo nella sua azione sul creato, necessità di rispetto per le risorse a disposizione e tutela del bene comune. Ciò si ritrova in  bellissimi midrashim, ad esempio: un uomo buttava le pietre fuori dal suo campo: un kassid gli disse: Stupido perché lo fai? Dopo qualche tempo l'uomo dovette vendere il campo e, andandosene, inciampò nelle pietre che lui stesso aveva buttato sulla strada. Capì il senso delle parole del kassid: perché dissodi una proprietà non tua (il possesso è temporaneo) per invadere una proprietà tua (la strada che è di tutti)?" Anche di inquinamento acustico si parla nella storia dell'artigiano che, lavorando, fa rumore, e disturba i vicini. Per lui si deve stabilire un orario di lavoro. Ma se è una scuola di bambini quella da cui proviene il chiasso, esso non si può vietare.
 
Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli, ha poi proseguito l'argomento nel campo del cristianesimo, affermando che la liturgia ci parla della gratuità del tempo, segnato dai ritmi della natura. Nei testi della liturgia vi sono pochi riferimenti al creato, ne è più ricca la liturgia orientale (che purtroppo non abbiamo potuto conoscere a causa dell'assenza del patriarca romeno Joan Coman). Nella liturgia vengono utilizzate immagini della natura per dire ciò che non si potrebbe altrimenti dire, però il testo liturgico non ha finalità di informare, ma di coinvolgere. In questo modo ci si sente toccati dall'opera di Dio. "Tu hai fatto ogni cosa con sapienza e amore..." ci ricorda lo sguardo meravigliato di Dio nella Genesi (tov). L'uomo è creato per farsi imitatore di Dio: "A tua immagine hai creato l'uomo, alle sue mani operose hai affidato l'Universo". La liturgia dunque è una rilettura essenziale del testo biblico. C'è santificazione del lavoro nel concetto che l'uomo col suo lavoro collabora al disegno della creazione divina, nello sforzo comune di cooperare per un mondo più giusto. Anche se tutti questi testi eucaristici rimandano a un mondo essenzialmente rurale, diverso dal mondo industriale di oggi, la cooperazione è la stessa. La salvezza dell'uomo è anche salvezza cosmica.
 
In orari pomeridiani del Colloquio si sono tenuti molti seminari, "Laudato sii"  di Simone Morandini e Giovanni Damiani; "Parola e terra" di Carmine Di Sante e Elia Richetti; "Dalla danza della pioggia nel Talmud ai filatteri vegani: ebraismo ed ecologia ieri e oggi" di Claudia Milani e Miriam Camerini; "Il creato nei Salmi" di Milena Jager-Beux e Urs Jager-Beux; "Diritti umani e diritti animali" di Sandro Ventura; "Giuda, Giudei, Giudea" di Marco Morselli e Gabriella Maestri.
 
Questi temi universali,  trattati nelle conferenze e nei seminari, sono stati costellati da accensioni di luci,  per Hanukka, per lo Shabbat, da  canti di Kaballat Shabbat e Tefillat Shabbat e da celebrazioni eucaristiche, e ciò ha dimostrato che è avvenuto un rafforzamento della condivisione della liturgia fra ebrei e cristiani.
 
Molto interessanti sono stati la presentazione del volume "la Bibbia dell'amicizia" da parte di Marco Morselli e Giulio Michelin, e l'esposizione, a 80 anni dai provvedimenti in difesa della razza, della storia della fine dell'emancipazione degli Ebrei d'Italia, svolta da Gadi Luzzatto Voghera.
 
La fine del Colloquio è stata allietata dall'ormai consueto concerto del sabato sera, quest'anno dal titolo "In vino verytanz" di Maurizio di Veroli, che ha coinvolto i più giovani nel canto e nella danza.
 
L'ultimo giorno, quello degli addii, tutti hanno riconosciuto che i  Colloqui di Camaldoli non si possono concludere in alcun modo, perché ne nascono continuamente spunti per riflessioni nuove e attuali: per esempio la terra  profanata dal sangue degli innocenti ti si può rivoltare contro. Se entri nella vigna del vicino, puoi mangiare l'uva ma non riempirne un cesto da portar via. La vigna è il mondo, possiamo entrare in esso, farne parte, ma non sentircene padroni. Non dobbiamo lasciarlo peggio di come l'abbiamo ereditato. La tenda è luogo mobile, residenza di chi abita la terra da straniero, dunque è residenza divina. Non ferisce la terra come fanno le pesanti fortezze, le megalopoli, le baraccopoli, le muraglie impenetrabili. Con la tenda (che può essere quella di Succoth), entriamo nel mondo senza sentircene padroni assoluti, riconosciamo che la vigna è la terra di Dio, e che noi col nostro passaggio  non dobbiamo impoverirla, ma anzi lasciarvi qualcosa, magari qualcosa di bello.  Il rapporto con il bello nella Bibbia avviene più attraverso il tempo che attraverso lo spazio. Le arti che eccellono non sono legate allo spazio, ma al tempo, come la musica, importantissima per gli ebrei, la letteratura, la poesia.
 
Infine non posso terminare questa relazione senza ricordare il piccolissimo gattino, timido alle nostre carezze, che ci ha accolto quest'anno nel chiostro di Camaldoli, creatura tenera e preziosa che ci ha dato l'impressione di personificare la fragilità della natura a noi affidata.

 
Giovanna Fuschini
 
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