Sulle orme dell'Esodo - amicizia ec romagna

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Sulle orme dell'Esodo

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Il Signore del deserto
(Pensieri durante un viaggio in Egitto e Giordania: "Sulle orme dell'Esodo")


Il Libro dei Numeri è chiamato in ebraico Bemidbar, ossia "nel deserto". Infatti esso comincia con questa parola: «E parlò il Signore a Mosè nel deserto...».  Il deserto è  lo scenario dove è ambientato il viaggio del popolo d’ Israele, ma esso è anche il vero protagonista del libro e non solo sul piano metaforico.
 È un deserto sconfinato, fatto di rocce  modellate dal vento dei millenni; le pareti sono a strapiombo, le  vallate aspre;  la solitudine lunare delle sue montagne ha qualcosa che intimorisce. Nelle diverse ore del giorno la luce mutevole  disegna ombre misteriose sulle rupi, e vi mette in risalto inverosimili striature  di colore nero, ocra, bianco, rosso; il cielo, sopra il deserto, di notte è così gravido di stelle da sgomentare, di giorno è vuoto, solo il calore  vi sfolgora spietato. Nelle stentate oasi, gli alberi  proiettano sui sassi un’ombra che non riesce a recare sollievo.
 In questa difficile via fra  monti infuocati e impervi, che percorre il sud della penisola del Sinai, è collocato dai più l’itinerario della moltitudine in fuga dall’Egitto e dalla schiavitù, di cui ci parlano le Scritture. Oggi una strada asfaltata percorre il deserto, passando accanto a luoghi che vengono fatti coincidere con le soste del popolo migrante narrate in Esodo: poco dopo l’attraversamento del canale di Suez, che oggi si effettua in tunnel, una piccola oasi, protetta da poche palme, reca il nome di Ain Musa e cioè sembra conservare  il nome di Mosè, il ricordo antichissimo del suo passaggio.  L’esistenza di due cisterne abbandonate ha fatto identificare la località vicina con la Mara biblica, dove gli Israeliti assetati trovarono con gran delusione l’acqua salmastra. Accanto alle antiche cisterne, bancarelle per turisti, sorvegliate da donne velate, espongono collanine di vetro e  altra povera merce. In lontananza, navi in attesa di attraversare lo stretto, simili a miraggi nel deserto, sembrano solcare le dune.
 Più avanti si scorgono al largo isole artificiali per l’estrazione del petrolio,  poi la strada si divide in due: una prosegue diritta verso sud, lungo la costa del mar Rosso, l’altra, non asfaltata, porta all’interno, alle grandi miniere di manganese e turchese dove lavoravano gli schiavi dei faraoni. La strada asfaltata sale verso le montagne del deserto del Sin. È una zona particolarmente brulla, dove il popolo di Mosè dovette  giungere  sfinito, assetato e affamato. Sappiamo che si alzarono proteste contro Mosè e Aronne:  « "... ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine?" Allora disse il Signore a Mosè: "Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo..."». Infatti la sera un grande stormo di quaglie migranti, portato dal vento del deserto, si abbatté sull’accampamento. Il mattino seguente poi il terreno era coperto di qualcosa di minuto e granuloso che gli Israeliti guardarono con stupore chiedendosi: Man hu’? Che cos’è questo? Lo assaggiarono: aveva il sapore di focaccia col miele. Quel "cibo degli angeli" fu poi chiamato manna.
 A Refidim Israele trovò un’oasi rigogliosa con abbondante acqua, appena in tempo perché Mosé non venisse lapidato dal popolo che cominciava a dubitare: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Ma non bastava. I fuggiaschi dovettero affrontare anche un assalto di predoni del deserto, gli  Amaleciti;  Mosè osserva dall’alto lo scontro, e prega con fervore mentre i compagni lo aiutano a tenere le braccia supplici levate al cielo. Il sole al tramonto infiamma le montagne e getta lunghe ombre su quello che forse è stato il campo di battaglia; sembra di vedere in lontananza i predoni  messi in fuga.
 La strada continua a inerpicarsi sulle pendici di montagne sempre più selvagge, fra gole inquietanti, tanto che anche Mosè cade in preda al timore: «Signore, se tu non camminerai con noi, non farci salire di qui...». Ma il Signore passò accanto a lui come un alito di vento, e Mosè credette di scorgerne le spalle, mentre si allontanava. Riconfortato, condusse il popolo fino al Sinai, dove lo fece accampare. Dopo tre giorni, era appena spuntato il mattino, la montagna cominciò a tremare, si udì un boato  assordante come il suono di mille trombe  e una nube nera si levò dalla cima del monte, fra folgori e baleni. Sul  Sinai era sceso il Signore e parlava a Mosè con voce di tuono: ... non ti farai idoli, non pronuncerai invano il nome del Signore, ricordati del giorno del sabato...
 Molti pensano che il monte dove il Signore parlò a Mosè sia quello che oggi, presso il monastero di Santa Caterina, viene scalato alle tre della notte da frotte di turisti giapponesi, da riottosi cammelli  che risparmiano la fatica del salire ai turisti più fiacchi, da pellegrini in preghiera, ansiosi di giungere alla cima, per godere lo spettacolo del sole che spunta sul deserto. Certo  questa  desolata regione è una delle zone al mondo più soggette ai terremoti e in Esodo 19 abbiamo senza dubbio la descrizione più antica di un terrificante evento sismico. Ma Dio può parlare all’uomo anche attraverso eventi naturali,  può terrorizzarlo con l’esplosione di un  vulcano, può ridargli speranza tracciando nel cielo una luminosa scia di colori, oppure può fargli sentire la sua presenza con un leggerissimo fruscio di vento nel silenzio, come accadrà al profeta Elia  alcuni secoli dopo, proprio in questo stesso deserto.
  Però quei profughi israeliti non erano ancora pronti a percepire una voce divina così fievole, così irriconoscibile, così imprevedibile, che non romba sopra una moltitudine, ma che sussurra alla coscienza. E, mentre Mosè proseguiva il suo dialogo con Dio in solitudine sul monte, essi pretesero un dio accessibile, visibile, meraviglioso, luccicante d’oro, come ne avevano visti in Egitto...  Aronne comprese la loro esigenza di uomini limitati e  concesse l’idolo. Tutti ricordano l’ira tremenda di Mosè al suo ritorno nell’accampamento, ma forse non si riflette abbastanza sull’atteggiamento che Mosè assunse davanti a Dio, il quale voleva distruggere di peste tutto quel popolo irriconoscente e infedele: «Signore, perdona loro, se no cancellami dal tuo libro». Cioè Mosé è pronto a rinunciare a tutto quello che ha faticosamente raggiunto fino a quel momento, compresa la sua straordinaria esperienza mistica, se Dio non perdonerà al suo popolo. E  Dio si convince che vale ancora la pena tentare, se a capo di Israele c’è un così strenuo intercessore.
 Da qui l’itinerario dell’antico Israele, narrato in Esodo, si perde nel deserto. È il Libro dei Numeri, il Bemidbar, che si incarica di raccogliere e unificare alcune tradizioni confuse: il  passaggio per l’attuale zona di Eilat, la permanenza nella valle di Kadesh Barnea, ricca di sorgenti, il deserto di Paran, il monte Seir...  Dal Sinai verso est si scende  per stretti canaloni che diventano poi vallate più ampie, veri e propri wadi dove il  transito è obbligato. Si tratta di zone che ai tempi di Mosè erano battute da  carovane provenienti  da Canaan e  dall’Arabia, dirette in Egitto e viceversa.
 Oggi, presso qualche sorgente disseccata, si riconoscono antichi luoghi di sosta: sulle rocce spiccano ancora graffiti e iscrizioni, qualcosa a metà fra ideogrammi e vere parole scritte, o disegni di cammelli stilizzati che circoscrivono lettere di un alfabeto indecifrabile, misterioso. Si tratta forse di segnali, di indicazioni che i carovanieri lasciavano per comunicarsi distanze, giorni di cammino, oppure quei graffiti sono segni di riconoscimento fra tribù  migranti, quasi appuntamenti fra nomadi del deserto per ritrovarsi accanto a un pozzo, per raccontarsi nella notte,  attorno a un fuoco, antiche storie, e  tramandare così  nomi, leggende, costumanze... .
 Lo scenario del deserto è  sempre più fantasmagorico, le rocce lavorate dall’acqua e dal vento assumono aspetti ingannevoli, sembrano strane fortezze, svelano, man mano che si procede, misteriosi meandri. Fra queste antichissime strutture geologiche,  resti di primitivi luoghi di culto si alternano a pozzi attorno ai quali oggi i beduini piantano le loro tende o si costruiscono semplici casette cubiche colore del deserto; qui le donne tutte vestite di nero, ma con splendidi orecchini, vendono fossili e piante medicinali raccolte vicino alle sorgenti, gli uomini fanno pascolare asini e capre, abbeverano cammelli. Qua e là compaiono anche  posti di blocco militari che segnalano la presenza di confini malsicuri.
 Attraverso questi luoghi si snoda il resto del viaggio dal Sinai al Giordano, descritto nel Bemidbar. L’ultimo redattore, di epoca postesilica, ne parla come di una grande e solenne processione guidata da Dio, simboleggiato dall’Arca. Ormai Dio, nonostante continue mormorazioni e ribellioni, nonostante l’ostilità di popoli come Edomiti e Amorrei che si oppongono all’attraversamento delle loro terre, nonostante  i morsi dei serpenti velenosi, conduce il suo popolo verso la terra promessa.
 Certo Israele continua a essere un popolo di poca fede, di scarsa memoria. Ma, come dice il salmo 78, il Signore «molte volte placò la sua ira, e trattenne il suo furore, ricordando che essi sono carne, un soffio che va e non ritorna». E molti  cominciano a morire, infatti: Miriam spira presso le sorgenti di Kadesh, Aronne tra le rosse pareti rocciose di Petra, che  già al tempo dell’Esodo accoglievano una primitiva necropoli. Nessuno di coloro che avevano vissuto con Mosé l’epopea della traversata del Mare delle Canne arriverà alla terra promessa. Le loro tombe saranno nel deserto, dove non è possibile scavare molto a fondo e perciò le spoglie vanno ricoperte di sassi per proteggerle dagli animali da preda.  Neppure Mosè, dopo tanti ammaestramenti al suo popolo, dopo tanti discorsi, riportati dal Deuteronomio, che esortano a una interpretazione spirituale di tutta l’esperienza del deserto, potrà entrare in Canaan. Egli muore sul monte Nebo, monte profetico. Sulla vetta di questo monte, che si affaccia sul fiume Giordano, oggi è stata costruita una balconata di legno ed è stato apposto un cartello recante le distanze dai più importanti luoghi santi, perché i pellegrini  possano immedesimarsi meglio negli Israeliti di tremila anni fa, giunti quasi alla meta, ma impediti da un arcano divieto. Di qui lo sguardo spazia su tutta la valle del Giordano. Fra le nebbie che il calore fa evaporare dalle oasi, compare l’agglomerato di Gerico, a volte si può indovinare  perfino Gerusalemme. È una visione che ci parla del dolore di Mosè, della sua pena  per i tanti anni trascorsi nel deserto ubbidendo a una voce interiore,  per il fardello impostogli da Dio,  per la morte che sente arrivare senza  aver portato a termine il compito.
 Questo viaggio sui sentieri sassosi dell’Esodo termina così. La sua interpretazione metaforica è stata già sviscerata da molti, a partire dal redattore del Deuteronomio: «Ricordati del cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova... per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore...». Concetti elevatissimi e senza precedenti, ripresi anche dai Vangeli; dunque non è il caso di ribadirli, per non renderli ovvi e logori.
 È interessante piuttosto conoscere  le ricerche sul periodo storico  in cui è collocato l’Esodo, ricerche che impegnano  gli studiosi nella fase attuale dello studio biblico.  Fra tali ricerche si inserisce l’indagine sulla vera  etnogenesi di Israele, e sulla evoluzione della sua religione. Oggi si tende a superare l’idea, di diretta ispirazione biblica, della fuga dall’Egitto e della conquista militare di Canaan; prevale invece la teoria di una sedentarizzazione di gruppi pastorali già presenti nell’area, e di infiltrazioni di tribù nomadi dall’adiacente deserto, nell’ambito della grande crisi politica che si verificò nel passaggio  dall’età del bronzo all’età del ferro. E dato che in quel periodo si indebolisce il potere egiziano sul medio oriente, per lasciare spazio all’egemonia babilonese, la tradizione ebraica dell’uscita dall’Egitto potrebbe, secondo alcuni, essere interpretata nel senso di una uscita dall’ambito del  dominio dell’Egitto, e non veramente dal territorio egiziano.
 Ancora più importante per l’autoidentificazione di Israele è, secondo altri,  l’evoluzione religiosa, dall’arcaica fede nel cananeo El, alla purezza monoteistica dello Jahwismo. Questa evoluzione è accompagnata dall’apporto di culti agricoli e pastorali dei popoli circostanti,  ma anche  dalla spasmodica ricerca di una differenziazione dal contesto sociale in cui il popolo di Israele si inserisce.
 In questa complessa analisi trova spazio anche una più recente teoria: sulla base di analogie tra Genesi e cosmogonia egizia, fra alfabeto ebraico e geroglifici, fra nomi di patriarchi e nomi di faraoni, alcuni hanno creduto di poter attribuire la formazione del nucleo originario del popolo eletto a profughi dell’antica capitale di Ekhnaton, il faraone monoteista.
 Ma tutte queste sono ipotesi, le cui conferme sono sporadiche e non sempre convincenti. Chi  percorre oggi l’itinerario dell’Esodo rimane suggestionato dall’aspetto maestoso, religioso di quel deserto e non può fare a meno di pensare che proprio qui, nel paesaggio sconfinato e strabiliante del Sinai, fra queste  vertiginose  montagne, il popolo in fuga abbia sentito aleggiare lo spirito di Dio come nell’abisso primordiale. Abituati agli angusti spazi delle loro casupole da schiavi, ai vicoli maleodoranti, ai fossi dove pestavano l’argilla e la paglia per i mattoni del faraone, i figli di Israele si trovano improvvisamente in spazi sconfinati, sconosciuti; sono liberi, ma sperduti, indifesi, l’inquietudine del proprio destino li assilla.  Cercano  qualcosa a cui ancorarsi. Hanno bisogno di certezze per forgiarsi una nuova identità di uomini liberi.
 Ecco allora che le strane e maestose montagne di quel deserto suggeriscono un’astrazione della Divinità, l’idea di una inaudita trascendenza. Certe imponenti pareti rocciose possono far pensare alla potenza delle "spalle di Dio" che balena  per un attimo nella mente di Mosè. Forse è questo che fa recuperare a Israele il primitivo nome divino di El Šaddaj, il Signore della montagna, nome già usato dai patriarchi. Ma questo Signore del deserto è troppo impenetrabile per menti ancora legate all’idolatria,  spesso è muto, a volte è ostile.
 Una cosa che infonde  maggior sicurezza a Israele nel deserto è  dare una dimensione al tempo, in quell’immensità infìda dello spazio. È  forse così che nasce l’idea della ciclicità dei giorni della settimana,  col ritorno continuo del sabato sacro, a concludere e ricominciare il ciclo. E allo stesso modo vengono stabilite anche  le date delle feste, delle radunanze, i giorni di riposo, l’inizio del nuovo anno con la celebrazione della Pasqua, cioè la liberazione dalla schiavitù; insomma è nel deserto che gli Israeliti assumono per patria il tempo piuttosto che lo spazio, come è stato detto.
 E, dopo  lunghe giornate di marcia, quando la sera si siedono attorno a un fuoco, reca loro conforto ascoltare i poeti e i cantori. Allora l’estenuato silenzio è interrotto solo da voci che raccontano l’affascinante epopea dei padri: Abramo che si allontana  dalla sua terra al comando muto ma potentissimo di El Šaddaj,  Isacco legato sull’altare del sacrificio,  Giacobbe dai dodici figli,  Giuseppe tradito dai fratelli e diventato reggitore d’Egitto per la salvezza di Israele.
 Insomma, benché le  teorie di molti studiosi moderni tendano a limitare, o addirittura a  cancellare l’esperienza del deserto, essa non  può essere impunemente eliminata dalla storia primitiva di Israele. Non si potrebbero spiegare, altrimenti, i segni indelebili lasciati  su questo popolo dalla vita nel deserto, come il singolare culto dei morti con l’omaggio di sassi alle sepolture,  la dimensione sacra del tempo, il senso rigoroso della trascendenza, il valore della memoria  e, soprattutto, il potere del sogno, che nel tempo ha aiutato gli Ebrei a elevarsi al di sopra delle afflizioni della realtà e ad attendere sempre una superiore salvezza.

        Giovanna Fuschini

 
 
 
 
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