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MUSEO EBRAICO DI S.ANNA  DI  TRANI          
(voluto e diretto dal Prof. Cesare Colafemmina)


  Ho avuto occasione, nei giorni scorsi, di recarmi a Trani e ho trovato una città molto cambiata rispetto al passato: è una bella città mediterranea, luminosa, con le terrazze sui tetti delle case, con nobili palazzi, chiese medioevali e barocche: l'abitato più antico è raccolto intorno al porticciolo, alla magnifica cattedrale e al castello svevo. Ma circa trent'anni fa aveva un'aria di degrado, molti antichi palazzi erano puntellati, chiusi, deserti. Ora tutto è stato restaurato accuratamente,  è stata curata la scenografia di ogni strada e vicolo che sboccano verso un mare azzurrissimo. Nella parte più alta vari interventi di restauro hanno dato risalto al quartiere ebraico o Giudecca, e alle sue sinagoghe medioevali,  trasformate in chiese cristiane. Ora sono state restaurate, una è stata restituita al culto ebraico, l'altra è trasformata  in museo dove sono raccolti antichi reperti ebraici.

  L'insediamento degli Ebrei in Puglia e soprattutto nella città di Trani, è molto antico, risale ai primi secoli dell'Impero romano. Gli ebrei pugliesi, oltre a dedicarsi all'agricoltura e al commercio,  lavoravano nelle manifatture tessili imperiali: sappiamo questo dal Targum aramaico del libro di Ezechiele, cap. 27, vv. 6-7, dove il testo biblico, che parla di "stoffe delle isole di Kittim e di Elišah", è reso con "tessuto di Puglia" e "giacinto e porpora della terra d'Italia".
  Le scuole rabbiniche pugliesi divennero molto rinomate, tanto che allora era in voga un detto: "Da Bari esce la Torah e la parola del Signore da Otranto" che parafrasava il detto dei profeti Isaia e Michea: "Da Sion uscirà la Legge e la parola del Signore da Gerusalemme".  
  Sotto il regno dei Normanni e degli Svevi, soprattutto sotto il grande Federico II, gli Ebrei vissero un periodo di pace e  prosperità, tanto da avere un vasto quartiere tutto per sé a Trani, non coatto, dove  nel corso del XIII secolo costruirono quattro sinagoghe. Ma poi con l'avvento degli Angioini, degli Aragonesi e di Ferdinando il Cattolico di Spagna cominciarono le discriminazioni e le conversioni forzate al cattolicesimo e la comunità conobbe periodi di crisi fino a una prima espulsione nel 1510 e a una seconda definitiva nel 1541. Le sinagoghe furono trasformate in chiese e di esse ci restano quelle di Santa Maria in Scolanova (restituita al culto ebraico) e San'Anna in Scolagrande (trasformata in Museo).

  Dal 1992 lo studioso Cesare Colafemmina, ebbe l'idea di istituire, proprio nella ex chiesa di S.Anna, la sezione ebraica del Museo Diocesano dell'Archidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, e ne divenne poi direttore scientifico. Infatti S.Anna era chiusa da diversi anni e bisognosa di restauri, mentre le numerose testimonianze superstiti della storia della comunità ebraica tranese, che aveva avuto un ruolo rilevante nella storia della città, richiedevano una sistemazione. L'edificio della chiesa di S. Anna, che racchiude in sé le caratteristiche della sinagoga e della chiesa, in una storia architettonica e religiosa che spazia dal Medioevo all'Ottocento, doveva diventare il pezzo più importante e suggestivo del museo. L'insieme richiama quegli edifici mediterranei ispirati alle tombe-mausoleo islamiche, aperti sui quattro lati verso i punti cardinali, simile a  molti edifici mediorientali, come la chiesa di Sant'Anna a Gerusalemme. Nella cripta rifatta nel Settecento, si aprono alcuni piccoli ambienti più antichi, che dovevano fare la funzioni di. Di questa sinagoga è esposta nel Museo l'epigrafe commemorativa della fondazione, una delle poche testimonianze di iscrizioni sinagogali di età medioevale, risalente al 5007 dalla creazione del mondo, cioè al 1246-47 dell'era cristiana. Essa descrive la sinagoga come possiamo ammirarla (e immaginarla) oggi e conclude: "sia la sua pietà ricordata dinanzi a Colui che abita nei cieli di zaffiro".

  Gli interventi di restauro alla chiesa di S.Anna non hanno voluto recuperare soltanto l'antico tempio ebraico, eliminando le aggiunte posteriori e i rifacimenti, come è avvenuto in altri luoghi, ma sono stati finalizzati al recupero di tutta la storia dell'edificio.  Visitando il Museo si può constatare che è stata salvata e messa in luce tutta la stratigrafia dell'edificio: i più antichi resti urbani rinvenuti durante gli scavi archeologici, poi la struttura originaria della sinagoga con il suo livello pavimentale, l'abside e le aggiunte laterali della chiesa medioevale con le decorazioni seicentesche, l'altare ligneo, la cripta settecentesca a levello di ambienti che anticamente si aprivano sulla sinagoga e avevano funzioni di miqweh o di genizah; e infine l'attuale livello della chiesa ottocentesca: tutto è stato disposto in modo da poter essere abbracciato dall'occhio del visitatore, fino alla bellissima cupola che nell'epigrafe di fondazione è detta giustamente "alta e maestosa". In questo ambiente molto articolato, che costituisce la sezione ebraica del Museo diocesano, sono stati sistemati molto opportunamente e in modo degno tutti i reperti della storia ebraica cittadina, appartenenti ai secoli XIII- XV, già in possesso dell'Archidiocesi o provenienti da prestiti e donazioni come lapidi sepolcrali e frammenti di   manoscritti ebraici. Si nota tra l'altro una mezuzah, cioè un astuccio che è stato trovato durante la demolizione della cosiddetta "casa del rabbino", abitazione che si trovava nell'attuale piazza Scolanova di fronte alla sinagoga. La mezuzah, oggetto rituale ebraico, è formato da un piccolo contenitore allungato che racchiude una  pergamena arrotolata, in cui è scritta a mano la prima parte della Shema' dai capitoli 6 e 11 del Deuteronomio: "Ascolta, Israele: il Signore è il Dio nostro, il Signore è uno" che costituiscono la professione di fede nell'unicità di Dio. La mezuzah era posta sullo stipite destro della porta di casa, perché chi entrava lo potesse toccare e baciare con venerazione. Questa mezuzah del Museo di Trani è ricavata da una canna palustre e la scritta interna è databile al XIII secolo.

  Molti altri documenti sono raccolti nel Museo, e ci forniscono testimonianze di vari avvenimenti della storia della Comunità ebraica di Trani. Ad esempio il Museo è in possesso del manoscritto del viaggio che Benyamin bar Yonah, un ebreo di Tudela in Navarra, fece attorno al 1160  attraverso l'Europa fino in Asia. Egli annota il numero degli ebrei residenti in varie città da lui visitate, fra cui Trani; è curioso notare che a Trani vivevano 200 famiglie ebree, come a Roma. Solo Marsiglia, Napoli e Salerno ne avevano di più.  Poi possiamo vedere denunce che nel 1492 e nel 1494 gli Ebrei sporsero per  essere stati fatti segno di sassaiole specie durante la Settimana Santa, da parte di una ragazzaglia che impediva loro di pregare. La situazione peggiorò quando Carlo VIII di Francia invase il Regno di Napoli; vari documenti ci descrivono il sequestro dei beni dei neofiti che dovettero fuggire a Barletta e in altri paesi vicini.

  Molti dotti rabbini abitarono a Trani nel periodo di relativa calma che ebbe dal 1496 al 1509, quando Trani venne ceduta in pegno ai Veneziani in cambio dell'aiuto dato a Ferrante d'Aragona contro i Francesi. Fra di essi  il  siciliano Rabbi Hayym ben Shabbetay Jona che, nel 1506, copiò il Siddur di Amran Gaon (IX sec), il più antico formulario di preghiere quotidiane ebraiche a noi giunto, custodito nel Museo. Interessanti sono anche frammenti pergamenacei di una Bibbia ebraica manoscritta, databile fra il XIII e il XIV secolo, con indicazioni masoretiche sui margini. Tali frammenti erano stati riutilizzati per rilegature di libri a stampa.

  Un reliquiario  contenente la "sacra particola", cioè un'ostia miracolosa protagonista di una leggenda antiebraica nata a Trani, viene citato in una relazione diocesana del 1617, che descrive lo stato della diocesi. Abbiamo la prima notizia di questa leggenda in un documento del 1611, scritto da un predicatore francescano Bartolomeo da Saluzzo: essa narra che un'ebrea di Trani, in tempo di Pasqua (l'anno non è specificato),  si procurò un'ostia  per provare se "era pane o no". Nella cucina della donna l'ostia cominciò a versare tanto sangue che allagò tutta la casa. L'Arcivescovo, informato dell'accaduto, ordinò che la "sacra particola" fosse custodita in cattedrale e mostrata al popolo il giorno delle Palme. Dopo qualche tempo la memoria popolare del luogo dove sarebbe avvenuto il prodigio svanì e solo nel 1706 il patrizio Ottaviano Campitelli fece identificare la casa dell'ebrea della leggenda; la acquistò e trasformò in cappella dedicata al SS. Salvatore. Poi fu stabilito che da quella chiesa il reliquiario sarebbe stato portato in processione ogni Venerdì Santo.
  Questa leggenda tranese deriva da un "mistero" parigino, cioè un testo del teatro religioso medioevale della fine del '200, che circolò in tutta Europa con molte varianti. In Italia fu riportata da Giovanni Villani nelle sue Cronache scritte nella prima metà del '300. Anche il dipinto di Paolo Uccello, nella famosa predella della "profanazione dell'ostia", ora conservata nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, è una variante della leggenda di Parigi e non è improbabile che essa abbia influito sulla elaborazione della variante tranese.

  La cripta di S. Anna, costruita nel Settecento, reca sopra  l'ingresso un' iscrizione latina "Cogitavi dies antiquos et annos aeternos in mente habui" ripresa dal salmo 76, 6: "Ho pensato ai giorni passati e ho avuto in mente gli anni eterni". Essa aveva la funzione di ricordare al visitatore la caducità della vita terrena, come era costume nelle cripte funerarie sei-settecentesche. Qui però non ci sono i soliti simboli macabri, bensì si trovano avanzi di una pittura murale che rappresenta un paesaggio silvestre, forse il giardino dell'Eden ebraico. Questo fa pensare che i costruttori della cripta settecentesca abbiano tenuto presente l'origine ebraica di quell'edificio di culto.

  L'area sepolcrale degli ebrei tranesi si trovava all'esterno della città,  presso le mura di Federico II. Le famiglie insigni usavano indicare il luogo di sepoltura dei loro cari con epitaffi incisi su cippi funerari. Molti di essi ci sono giunti perché, dopo la distruzione del cimitero, sono stati reimpiegati come materiali da costruzione in case o in chiese cristiane:  per esempio due pietre tombali che erano utilizzate come stipiti del portale di accesso a un giardino, sono state concesse in donazione a questo Museo. Una indicava la tomba della giovane Rebecca, figlia di Hayym, "soave, tutta bella e perfetta" (nayma, chala yafah, vetemimah). L'altra indicava la sepoltura di un'altra giovane, Astruga, figlia di maestro Astruq. Nelle epigrafi ricorre la formula "sia la tua anima avvinta nel vincolo della vita", un augurio di protezione divina desunto da Samuele 25,29, soprattutto nella sua forma abbreviata tav, nun, shin, bet,  he, cioè con le sole consonanti iniziali delle parole.
                             Giovanna Fuschini

 
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