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 Un libro su Giorgio la Pira fondatore della prima
Amicizia Ebraico-Cristiana in Italia



Venrdì 13 maggio il professore Nino Giordano
di Firenze ha presentato a Ravenna il suo libro : “Un cristiano per la città sul monte. Giorgio La Pira” della Libreria Editrice Fiorentina, collana XXI secolo.
Lo ha introdotto la prof.ssa Anna De Lutiis. Il libro, ha detto, riporta documenti inediti, testimonianze e dialoghi che fanno conoscere l'uomo La Pira nella sua profondità e nella sua semplicità. Vi sono percorse le tappe della carriera di La Pira, docente universitario, membro dell'Assemblea Costituente, sindaco di Firenze, si parla del suo impegno internazionale per la pace e di tanto altro. Tutti questi argomenti contengono continui suggerimenti per l'attualità. Fu uomo politico e di lettere. Era nato a Pozzallo, in Sicilia, ma Firenze fu la sua città di adozione, e volle farne una comunità di alto livello dal punto di vista etico. Questo libro scritto per essere interpretato a teatro, infatti diventerà un  film e lo vedremo in televisione.
Poi è intervenuta Maria Angela Baroncelli, presidente dell'Associazione Amicizia Ebraico-Cristiana della Romagna e docente di Ebraico biblico all'Università “Bosi Maramotti” di Ravenna. Ha esordito affermando che forse La Pira dal cielo approverebbe l'insegnamento dell'ebraico nel testo biblico originale. Ha continuato rievocando le occasioni in cui ha incontrato La Pira, ricordando che fisicamente  non aveva niente di attraente, non aveva neppure grandi capacità oratorie, ma il suo atteggiamento era pieno di spiritualità, di desiderio di comunicare con tutti. Considerava il mondo dello spirito prima di quello terrestre. Per la prima volta lo vide nel 1950, quando l'allora arcivescovo mons. Lercaro lo convocò a Ravenna per il convegno “Aggiornamenti sociali”. Nello stesso anno 1950 La Pira fondò l'Amicizia Ebraico-Cristiana a Firenze con Aldo Neppi Modona e col card. Elia Della Costa, emulando L'Amitié Judéo-Chrétienne fondata nel 1948 dal suo amico Jules Isaac in Francia. Durante la guerra e la persecuzione antisemita, La Pira si era adoperato molto per salvare gli ebrei, nascondendoli nei seminari, inserendo bambini con documenti falsi in molte famiglie e col cardinale Della Costa aveva creato un comitato clandestino di collaborazione con i monasteri di Assisi per salvare gli ebrei fiorentini. C'era nel mondo un grande desiderio di riscatto e di conoscenza dopo l'immane tragedia degli Ebrei. L'associazione AEC, fondata da Giorgio La Pira, è poi stata portata avanti da Fioretta Mazzei  e da Manuela Sadun Paggi, due  grandi donne oggi scomparse, che furono molto amiche di Maria Angela Baroncelli. Il 21 giugno 1995  Fioretta Mazzei, presidente dell'AEC di Firenze, organizzò una celebrazione nella sala dei Convegni di via Folco Portinari, per la dedicazione di 100 alberi in Israele a nome del prof. Giorgio La Pira, grazie all'Associazione Keren Kayemeth Leisrael, rappresentata dalla figlia di Aldo Neppi Modona, Lionella Viterbo. Essa consegnò certificati come segno di riconoscimento a persone che nel corso degli anni si erano prodigate per il dialogo ebraico-cristiano e per far conoscere gli scopi dell'Amicizia. Anche Maria Angela Baroncelli ricevette un certificato per cinque alberi.
Infine Maria Angela  ha rievocato i cortei festosi che La Pira organizzava quando veniva a Ravenna con la delegazione comunale di Firenze a portare  a Dante l'omaggio dell'olio dei colli fiorentini, cosa che avviene ininterrottamente dal 1908. Ne faceva un'occasione molto solenne.
Nino Giordano, l'autore del volume, ha ringraziato dicendo di conoscere l'amicizia di La Pira per Ravenna  e il suo bellissimo rapporto con Dante, di cui era appassionato lettore. La Pira fu prof di Diritto romano, ma di lui si scoprono continuamente tanti aspetti diversi: l'interesse per Dante, per la teologia, per san Tommaso...  Era un personalità poliedrica, grandiosa, difficile da definire, un grande personaggio, in cui convivevano anche straordinari aspetti umani. Diceva: “Non mi teorizzate, io sono soltanto uno che vuol risolvere problemi concreti”. Giordano ha cercato le persone che avevano avuto rapporti diretti con lui. Tutti hanno riferito che  La Pira era straordinariamente generoso, regalava i suoi appunti agli studenti universitari con cui aveva un  rapporto unico; dall'Assemblea Costituente, dove aveva collaborato a scrivere i più importanti articoli della Costituzione, ritornò a Firenze portando  viveri per sfamare i poveri. Spendeva tutto per i poveri fino a restare senza niente. Anche quando andò in Vietnam a incontrare Ho Chi Minh diede tutto ciò che aveva alla gente povera, rimase senza soldi e l'uomo politico vietnamita dovette fargli consegnare 300 dollari perché potesse tornare in Italia.  Allestì anche il villaggio di Metato nelle colline presso Vallombrosa, fatto di casette di legno attorno a una piccola chiesa, affinché i poveri di Firenze potessero godere di qualche giorno di frescura durante i periodi più caldi dell'anno.
 Michele Gesualdi, allievo di don Milani, ricordando un incontro a Barbiana,  ha detto che  La Pira in quell'occasione parlò del ruolo del sindaco con termini molto semplici, ma efficaci (“chi è a capo di una comunità deve curare, fino agli estremi limiti del possibile, che non manchi il pane a nessuno”). Giorgio La Pira veva un grandissima cultura, ma anche una semplicità disarmante. Fidava nella Provvidenza, perché qualcosa cambiasse, ma fu un politico vero, perché si impegnò a risolvere i problemi della gente in modo concreto. Affrontò con determinazione la disoccupazione (“si tratta di una patologia del sistema nazionale e internazionale”). Per questo una notte telefonò a Mattei, quando si voleva chiudere la Pignone. Mattei gli disse: «Bisogna ragionare in termini monetari». Ma La Pira rispose che lo Spirito Santo gli aveva parlato e gli aveva detto che lo Stato è fatto per il cittadino, che bisogna attuare uno statalismo di natura cristiana. Riuscì così a salvare la fabbrica. Pensava che i diritti umani sono diritti naturali e lo Stato deve difenderli e dare lavoro a tutti. Quando diventò sindaco di Firenze, si dimise da parlamentare e riuscì a risolvere tanti problemi del dopoguerra, per esempio fornì il latte giornaliero a 23.000 bambini, fondando le farmacie comunali, risolse il problema dell'acqua, creò cantieri di lavoro per i disoccupati: riteneva fondamentale e sacro il lavoro. Spiegava che nel campanile di Giotto ci sono raffigurati tutti i lavori più importanti che l'uomo può fare, perché l'uomo col suo lavoro continua la creazione di Dio.
Trovava la forza nella preghiera. Nel convento domenicano di San Marco, dove viveva, gli capitava di rispondere al telefono. Un giorno a una signora che gli chiedeva di padre Alfonso, rispose che non poteva passarglielo, ma domandò alla signora se quel giorno avesse recitato le preghiere. Quando la donna seppe che aveva parlato con sindaco di Firenze, rimase sbalordita e confusa.
Rav Joseph Levi ha raccontato che, dopo la guerra dei Sei Giorni, La Pira andò a Ebron e pregò con  Ebrei e Palestinesi insieme, nel nome di un fraterno dialogo fra le tre religioni abramite. Quando andò in Russia, lesse il canto XXXIII del Paradiso, quello dedicato alla Vergine e quando dovette parlare al Soviet Supremo cominciò con queste parole: “Io sono  cristiano e parlo di Cristo Risorto”. Affrontò tutti i grandi della terra, fece amicizia con i Krusciov e la signora mandò le condoglianze in occasione della sua morte.
Era considerato un personaggio politico internazionale. Nei luoghi più difficili, in tempi di guerra fredda, dimostrò sempre uno straordinario coraggio. Il 4 ottobre 1955 convocò tutti i sindaci del mondo. Il sindaco di Mosca quasi si genuflesse davanti al cardinale Elia della Costa. In quella occasione venne firmata una carta di impegno alla pace.
Questo libro, ha dichiarato l'autore, nasce da occasioni eccezionali, che sembrano guidate, come se fosse stato proprio Giorgio La Pira a guidarlo. Accanto a lui ci furono figure straordinarie, Dossetti, Moro, De Gasperi, ...  Alla Costituente fece interventi incredibili, ancor oggi di grande modernità. La sua visione è così articolata che offre continui spunti di discussione; il libro di Giordano affronta tutti i temi della sua vita, e li sintetizza in un “Vocabolario Lapiriano”collocato nelle ultime pagine.
Anche la poesia, quella di Dante specialmente, fu un tema caro a La Pira; sappiamo che cominciò a leggere Dante da ragazzo, in Sicilia, insieme a Salvatore Quasimodo. Fu dopo il terremoto di Messina, quando si trasferì in quella città presso uno zio per studiare. La Pira aveva 13 anni, Quasimodo 16 e studiavano nello stesso istituto di Ragioneria. Passavano la domenica in una baracca (le case erano tutte rase al suolo) a leggere insieme Dante e Dovstoievskij; così nacque fra loro una grande amicizia. Nino Giordano ne ha parlato con Alessandro, il figlio di Quasimodo che è scrittore, attore e regista, e ha messo in scena con lui un dialogo recitato.
La Pira conobbe anche don Facibeni, il fondatore dell'Opera Madonnina del Grappa e lo aiutò con grande fiducia nella Provvidenza (“Ho sempre ricordato ai fiorentini che i denari dati all'Opera era come se li mettessero in banca agli interessi più alti”). La Pira aveva un rapporto straordinario con la fede, era terziario domenicano e francescano. Però non lasciava mai niente al caso, dava il meglio di se stesso. Oggi a Firenze molti giovani non lo conoscono; Giordano ne ha parlato nelle scuole, ottenendo molta attenzione. Ha anche girato un documentario che si può vedere nel sito www.tv2000.it digitando “Giorgio La Pira”.
La Pira è un esempio che deve essere inserito nel contesto del nostro tempo, che va rivalutato, rivissuto, calato dentro la realtà. Se Cristo è risorto, diceva La Pira, noi dobbiamo sempre procedere su questa strada: sosteneva uno statalismo di natura cristiana, non laico e non confessionale, ma pluralista, aperto a tutti, rifacendosi sempre al Diritto romano e a san Tommaso. Nei rapporti coi grandi personaggi del mondo, diceva, bisogna guardare la persona,  non l'ideologo o il politico. Partiva sempre dal rispetto per la dignità umana, per tutti gli uomini di tutte le culture. Quando andava in un paese, prima di incontrare i politici, voleva conoscere la realtà della gente, voleva comunicare con la gente, con tutti. Raggiungere unità di intenti. Durante l'alluvione di Firenze scrisse queste parole indimenticabili:
«Nell'acqua dell'Arno che ha sommerso Firenze sono cadute le divisioni ideologiche, i falsi problemi, gli egoismi e gli strumentalismi miopi. Il problema di Firenze, della sua rinascita può diventare uno dei problemi politici più importanti del mondo. Guerra alle alluvioni, alla fame, alla miseria... Distrarre le energie e gli animi dalla guerra, portarli di nuovo sul dovere e sulla gioia della ricostruzione: argini, case, fogne, fabbriche, strade, e, al vertice, le Chiese. A dimostrazione che tutti gli uomini sono solidali e fratelli: è una verità che ha le sue prime luci già nel pensiero precristiano: indice di quella legge interiore di bontà che Dio ha scritto nel cuore dell'uomo.»
La difficile realtà di oggi purtroppo è molto lontana dallo spirito lapiriano.

         Giovanna Fuschini

 
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