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Attività

Leggere il Vangelo di Matteo come testo giudaico del Secondo Tempio
(Prof. Gabriele Boccaccini)
(il testo non è stato rivisto dall'autore)

Primo giorno - Prima lezione

Dunque, grazie a voi innanzitutto per l’invito. Per me è sempre un piacere, tornando in Italia, potere incontrare anche gruppi, esperienze qui in Italia. Lo faccio spesso a Camaldoli, l’ho fatto a Milano, a Roma. È sempre un grande piacere, e in particolare qui a Bologna, nella vostra comunità, nella vostra esperienza, di cui ho sempre sentito molto parlare fin da bambino. Quindi non è una cosa nuova per me.
Non vorrei vedeste qui un corpo estraneo. Non sono mai venuto, né ho partecipato alle vostre iniziative, ma ho imparato a conoscere della vostra attività e della vostra presenza, del valore della vostra esperienza sin da quando ero bambino a Firenze. Quindi per me è un particolare piacere potere essere qui con voi oggi. Quindi grazie prima di tutto per l’invito.
E io mi domandavo perché - so che voi fate questi incontri annuali - e mi domandavo appunto come mai fosse importante per voi quest’anno invitare una persona come me che viene qui a parlarvi come storico. Io non sono un teologo, io sono un povero professore universitario che studia i testi. Ecco, non è che faccio molto di più.
Ma mi domandavo qual è l’importanza, quale può essere l’importanza della storia, di una prospettiva storica, anche per l’esperienza, per la vostra esperienza.
Quindi perdonatemi qualche piccola premessa, prima di entrare proprio sul tema del Vangelo di Matteo.
Il rapporto fra storia e riflessione religiosa o teologica è stato qualche volta un po’ complicato. Qualche volta o si ha paura dello storico, nel senso che lo storico è visto come quello che mette in discussione con il suo senso critico i fondamenti della fede, quasi come una minaccia. Ci sono ambienti cristiani in cui purtroppo degli studi storici nemmeno di vuole sentir parlare. Nemmeno che noi si fosse strumenti del demonio, venuti in terra per instillare il dubbio tra i poveri credenti.
Dall’altro lato io mi trovo qualche volta in atteggiamenti opposti, quasi di eccessiva fiducia. Come se la storia avesse il potere di risolvere ogni dubbio, ogni domanda.
Se questo vi aspettate da me, mi dispiace, io non  ho nessuna risposta ultima da offrire, né nel senso di contestare o demolire principi della fede cristiana, ma neppure nel senso di confermarli. La ricerca storica può dare tanto, può offrire tanto, ma non ha questo potere.
Quindi non date mai allo storico il potere sulla fede, perché è un potere che noi non abbiamo, e che anche non vogliamo avere.
Quindi la storia, lo storico può dare un contributo per comprendere quello che è il contesto originario, quello che è il significato originario dei testi.
I testi cristiani, i testi della Scrittura sono testi che ci provengono da molto lontano, da molti secoli fa, scritti in una lingua che non è la nostra. Gesù che cosa fosse l’italiano non aveva nemmeno l’idea, non c’era, non esisteva. Quindi sono testi scritti in lingue diverse dalla nostra, in una cultura molto diversa dalla nostra, in un universo religioso, anche, profondamente diverso dal nostro, e avendo in mente problemi molto diversi da quelli che abbiamo noi oggi.
Cioè questo distacco dalle fonti credo che sia sempre importante averlo. Molti dei problemi che noi oggi abbiamo e consideriamo, diciamo, prioritari nella nostra esperienza di fede non erano i problemi che Gesù e i primi Apostoli avevano. Avevano altri problemi che magari per noi sono secondari, o nemmeno riusciamo qualche volta a capirli nella loro interezza.
Quindi logicamente la storia ci aiuta a non leggere i testi, gli antichi testi della Scrittura come se fossero stati scritti oggi. Altrimenti noi li leggiamo trasferendo su di loro quella che è la nostra cultura e la nostra mentalità, e quindi tradendone, poi, il significato.
I testi della Scrittura sono l’inizio di un processo di interpretazione che è durato secoli, che continua ancora oggi. Chi di noi non è più giovane o giovanissimo già si rende conto che il modo con cui leggevamo la Scrittura, con cui io leggevo la Scrittura da ragazzo non è più il modo con cui io la leggo oggi. Non soltanto perché ho studiato, ma perché oggi abbiamo altri problemi. La Chiesa in Italia è molto diversa da quello che era 30, 40, 50 anni fa.
Quindi la Scrittura, come ci viene detto anche nei testi teologici e del magistero, cresce con i suoi lettori. E questo è vero sin dall’inizio. Anche quando leggiamo il Vangelo non leggiamo la parola di Gesù, leggiamo l’interpretazione che della parola di Gesù è stata data da un gruppo di suoi discepoli. Questo non lo dovremmo mai dimenticare. Noi leggendo il Vangelo, ripeto, non leggiamo la parola di Gesù. Gesù non ha scritto nulla, Gesù ha predicato. E quello che noi abbiamo, i quattro Vangeli, sono già una prima interpretazione che i suoi fedeli hanno dato del suo messaggio, alla luce di quelli che erano i problemi diversi.
Quindi i quattro Vangeli non sono, come qualche volta sento dire “sono diversi perché sono quattro racconti di quattro testimoni diversi. E se quattro persone vedono un incidente queste quattro persone lo racconteranno in maniera diversa”. No, non è così.
Perché i quattro Evangelisti, i quattro scrittori non sono semplicemente quattro testimoni oculari di un evento, sono persone che hanno riletto quell’evento alla luce delle domande, degli interrogativi, dei problemi delle loro comunità. Sono quattro diverse comunità che hanno, dopo molti anni, non il giorno dopo, ma dopo diversi decenni, cominciato a riflettere cosa l’esperienza di Gesù significasse per loro. Che è esattamente quello che facciamo noi quando leggiamo la Scrittura. Noi ci domandiamo da un punto di vista religioso cosa questa esperienza significa per noi, cosa ci dice per la nostra vita, per le nostre comunità, per le nostre domande.
Quando leggete i Vangeli pensate la stessa cosa: una comunità che riflette insieme e si interroga su quello che è il significato di un evento che già per loro era lontano. Perché, diciamo, è un evento che come minimo era di 30, 40 anni prima, in alcuni casi, addirittura, come il Vangelo di Giovanni, di 70 anni prima, o forse più. Quindi che riflettono sulla storia passata per verificare, per riflettere insieme quello che è il significato per loro.
Questa differenza non è solo - e questo vorrei sottolineare, oggi soprattutto che siamo così sensibili anche a problemi della globalità, del mondo globale - questa differenza dei Vangeli non è soltanto cronologica, non è soltanto distanza cronologica rispetto agli eventi, è anche una distanza geografica.
Chiunque di noi ha esperienza di altri Paesi sa che, per es., essere cristiani negli Stati Uniti, oggi, è molto diversi che essere cristiani in Italia, essere cristiani in Africa è molto diverso che essere cristiani in Italia, essere cristiani in India è molto diverso. Cioè anche l’aspetto geografico-culturale gioca una enorme importanza.
I Vangeli sono diversi non soltanto perché hanno una distanza temporale rispetto al messaggio di Gesù, ma anche perché sono il prodotto di ambiti religiosi, geografici, culturali molto diversi. Tra un Vangelo scritto nella terra di Israele e un Vangelo scritto a Roma, o scritto in Grecia o in Asia Minore, logicamente, c’è una grossa diversità anche di sensibilità religiose e culturali.
La storia ci aiuta, e spero di farvelo vedere, di farvelo toccare in queste giornate. La storia ci aiuta a farvi toccare con mano questo processo, queste tappe, tra un significato originale, tra il messaggio originale e le sue interpretazioni, la storia delle sue continue interpretazioni, in un processo che è aperto all’infinito, che ci accompagnerà fino alla fine dei tempi.
Questa idea, qualche volta, di comunità che pensano di avere trovato il significato ultimo e inamovibile, e incambiabile delle Scritture è, diciamo, una illusione. Perché in realtà cambiando le nostre domande, cambiando noi, cambiando gli interlocutori cambia anche il suo significato. E questo, ripeto, è un processo che ci accompagnerà sempre.
E allora la storia non dà risposte ultime, come dicevo all’inizio, dalla storia non vi aspettate risposte ultime o definitive su come si dovrebbe leggere il Vangelo.
Però la storia ci aiuta a comprendere che leggere il Vangelo, leggere la Scrittura è un continuo processo, e questo processo, per rimanere fedele a se stesso, deve continuamente cambiare e modificarsi. Deve continuamente cambiare. In realtà se si vuole essere fedeli bisogna cambiare.
Alle volte si pensa che la fedeltà consiste nel non cambiare idea. No. La fedeltà tante volte consiste nel cambiare, nel rimanere al passo con i tempi, non nel rimanere fermi.
E quindi ci aiuta a vedere, a ricostruire queste tappe.
Al tempo stesso la storia non ci limita nelle nostre possibilità. Perché se leggiamo i Vangeli in una prospettiva di fede, sappiamo che la nostra lettura è nello Spirito Santo, che continuamente invita a nuove aperture, a nuovi significati, ci fa capire nuove cose in un testo che rimane lo stesso.
Però la storia è importante perché ci aiuta, richiamandoci a quello che era il significato originale dei testi, a non imporre sui testi le nostre idee. Qualche volta noi potremmo avere quasi la tentazione di cambiare la storia per poter sostenere le nostre idee. Questo è qualcosa che non ci è permesso. Non si può cambiare la storia.
E quindi il richiamo continuo alla storia, al Gesù storico, a quello che Gesù disse e fece nel suo ambiente originario è un continuo richiamo a ritrovare una fedeltà, non a rimanere prigionieri di quel momento. Perché noi non possiamo ricostruire la Chiesa del I secolo, non possiamo ricostruire quell’esperienza del I secolo. Perché siamo diversi. Arriviamo venti secoli dopo, abbiamo una cultura, abbiamo delle domande diverse da quel tempo.
Però non possiamo nemmeno nella nostra interpretazione contemporanea andare contro a quella che era l’origine di questi testi, e cambiare il messaggio originario sulla base delle nostre interpretazioni.
Quindi, ripeto, la storia ci offre un contributo. E spero, ripeto, in queste tre giornate di potervi dare qualche esempio, di dare un contributo che in se stesso, ripeto, non è esaustivo. In una prospettiva di fede non possiamo leggere i Vangeli soltanto dal punto di vista storico. Ci rimarrebbe un po’, come dire, un senso di insoddisfazione. Però è un importante riferimento per qualunque interpretazione successiva si voglia costruire questo continuo richiamo alle fonti.
Queste cose che ho detto spero che alla fine dei nostri incontri risultino, poi, più chiare. Ma ve le ho volute accennare all’inizio proprio per stabilire alcuni confini della mia analisi. Io sono uno storico. E qui parlerò da storico, non da teologo.
Quindi se in quello che dico troverete, come dire, qualcosa che non è sufficiente per la vostra esperienza di fede contemporanea, avete ragione. Però vi inviterei ad ascoltare con molta attenzione e a riflettere su quello che è il contributo che ci viene da una ricerca sul contesto originario dei Vangeli. Perché apre delle prospettive, a mio giudizio, tante volte liberanti rispetto all’interpretazione dei testi.
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Io vorrei cominciare subito di nuovo dalla domanda che forse riprenderemo alla fine. Mi è stato chiesto di parlare del Vangelo di Matteo. E subito mi veniva in mente la domanda: il Vangelo di Matteo, secondo voi, è un testo cristiano o un testo ebraico? Quindi permettetemi di cominciare dalla domanda: che cosa ne pensate? Il Vangelo di Matteo è un testo ebraico o un testo cristiano? Tutti e due.
Questo è interessante. Però vediamo un pochino di capire. Perché qualche volta si dice: il Vangelo di Matteo è il Vangelo più ebraico del Nuovo Testamento. L’avete sentito dire, no? Il Vangelo di Matteo è il testo più ebraico… Allora non è tutti e due, perché se è più ebraico vuol dire… Oppure, il testo di Matteo non è più ebraico, ma cristiano.
Questo modo di parlare ci accompagna. Qualche volta facciamo anche delle graduatorie nel Nuovo Testamento: ci sono dei testi più ebraici e dei testi meno ebraici. Paolo è meno ebraico, forse, Giovanni è meno ebraico, Matteo è più ebraico, Marco insomma… Anche il nostro linguaggio rispecchia una storia. E rispecchia una storia dei rapporti tra ebraismo e cristianesimo. Quindi prima diincominciare andiamo a definire un momento questa breve storia.Con l’aiuto anche di qualche immagine.
Voi sapete che il cristianesimo è nato come movimento messianico all’interno della religione ebraica. Gesù è ebreo non soltanto per l’anagrafe, perché è nato in Palestina. Gesù è ebreo perché è nato, è cresciuto, è vissuto ed è morto da ebreo. Non ha conosciuto nessun’altra religione.
Qualche volta scherzo con i miei studenti, perché dico loro: pensate un pochino a Gesù, pensate, poi, a voi, a cosa voi considerate fondamentale della vita cristiana. E scoprite che Gesù non l’ha mai fatto. Gesù non è mai andato a messa, non ha mai sentito una predica di un prete, non c’erano preti, sacerdoti cristiani a quel tempo. Non ha mai celebrato il Natale. Forse il compleanno, ma ne dubito perché un povero bambino in Galilea non credo che si potesse permettere di celebrare il compleanno, aveva altre cose da fare. Non ha mai celebrato la Pasqua, la Pasqua cristiana. Non ha mai letto il Nuovo Testamento. Non ha mai conosciuto Paolo.
Cioè tutto quello che per noi è distintivo della vita cristiana, tutto quello che è fondamentale per noi dell’esperienza di vita cristiana Gesù non lo ha fatto.
Gesù è stato circonciso all’ottavo giorno, Gesù ha frequentato le assemblee, le sinagoghe della comunità ebraica, ha celebrato la Pasqua ebraica, ha glorificato Dio nel tempio di Gerusalemme.
Tutte quelle cose che, ripeto, per noi sono distintive della vita cristiana Gesù non le ha fatte, Gesù e i suoi primi discepoli non le hanno fatte.
Quindi noi sappiamo che il cristianesimo è nato come movimento ebraico, come movimento messianico ebraico.
Una serie di circostanze, poi, storiche hanno portato a una separazione tra ebraismo e cristianesimo. Separazione anche dolorosa, acuita anche dalla vicinanza. Voi sapete che le separazioni più dolorose sono quelle tra i famigliari. Più si è vicini più si soffre. O tra gli amici. Più si è vicini più si soffre per la separazione. Non si soffre per la separazione con persone che non si conoscono. Si soffre quando si è vicini.
Che non è proprio una separazione tra ebraismo e cristianesimo, è più una separazione tra il movimento cristiano e gli altri gruppi ebraici del loro tempo. Una separazione, poi, che avvenne con tempi molto lunghi. Non è che avvenne in tempi brevi. Avvenne nei secoli. E con conseguenze diverse anche dal punto di vista di diversi ambiti geografici.
Come sempre succede nelle separazioni conflittuali fra amici o consanguinei si litiga e poi si giunge anche a un certo tipo di compromesso, a una idea comune sulla quale si possa essere d’accordo anche nell’essere in disaccordo. E questa idea comune è che il cristianesimo rappresentasse il nuovo e l’ebraismo rappresentasse il vecchio, dal quale il cristianesimo è nato.
Noi ancora oggi parliamo di Vecchio e Nuovo Testamento. Anche se è impropria questa dizione, ma parliamo comunemente… E quando parliamo dell’ebraismo, molto spesso in ambito cristiano pensiamo a qualcosa di vecchio, pensiamo a qualcosa di...
Io mi ricordo, una volta ebbi una discussione con gli amici del giornale diocesano della Toscana perché tutte le volte che facevo un articolo sulla giornata per il dialogo ebraico-cristiano mettevano qualche fotografia di un vecchio rabbino. E dicevo: metteteci qualche volta anche una persona giovane, metteteci una foto dell’asilo della comunità ebraica di Firenze. Perché ci devono essere sempre tre vecchi rabbini tutte le volte che si parla dell’ebraismo?
Perché l’idea nostra è molto questa idea del vecchio. L’ebraismo è il vecchio padre, è il vecchio nonno dal quale siamo venuti, mentre, invece, il cristianesimo è il nuovo. Noi studiamo l’ebraismo per imparare quello da cui siamo venuti. Come se il popolo ebraico fosse una specie di fossile vivente del tempo che fu. A parte che vi dirò che non è così proprio per nulla dal punto di vista storico, ma l’idea è questa.
Quindi diciamo così: questa è, però, una idea tradizionale che si è affermata, paradossalmente si è affermata non soltanto da parte cristiana, ma anche da parte ebraica. Perché l’idea che i cristiani fossero coloro che avevano accolto la nuova rivelazione, che si erano aperti alla nuova rivelazione dello Spirito, quindi accogliendo il messaggio di Gesù, paradossalmente serviva anche da parte ebraica a promuovere l’idea opposta, che i cristiani erano quelli che avevano tradito il messaggio originario e si erano allontanati dal messaggio al quale invece gli ebrei si erano mantenuti fedeli.


Qui vedete questa immagine. Questa è la tradizionale rappresentazione dal punto di vista cristiano della chiesa, con la bandiera vittoriosa, e la sinagoga, invece, con la lancia spezzata e la benda agli occhi, che era l’immagine tradizionale della cecità ebraica. La sinagoga era rimasta cieca alla nuova rivelazione di Gesù. E quindi per questo aveva perso la propria dignità: il capo abbassato in atteggiamento sottomesso. Mentre la Chiesa, dall’altra parte, la figura della donna-Chiesa è eretta, con il bastone e la bandiera della vittoria, la corona in testa e gli occhi aperti. Questa immagine della cecità ebraica, che veniva vista come una incapacità di accogliere il nuovo.
Tenete presente, da parte ebraica questa immagine veniva ribaltata: Noi siamo quelli che siamo rimasti fedeli, che non abbiamo tradito, che soffriamo per la nostra fedeltà. Mentre invece i cristiani sono quelli che si sonio lasciati corrompere da idee nuove, e non basate sulla volontà divina.
Come vedete, questa idea del vecchio e del nuovo poteva agire, vista da una parte e dall’altra, in maniera diversa al servizio della comunità. Naturalmente dal punto di vista polemico.
Purtroppo nei secoli all’immagine della cecità, cioè l’immagine della incapacità di aprirsi al nuovo, si è cominciata ad aggiungere anche l’idea che questa cecità forse non era dovuta soltanto ad un essere rimasto indietro incolpevole - in fondo si può dire: poveretti, non ce l’hanno fatta - ma invece veniva vista come una cecità colpevole: non ce l’hanno voluta fare, non hanno voluto. Perché? Perché hanno deciso di seguire il demonio, o addirittura hanno deciso di seguire idee corrotte, perverse. Quindi come popolo che ha una sua malvagità insita.
E purtroppo nel medioevo queste sono immagini terribili, perché sono immagini che ci rimandano a un pregiudizio che noi abbiamo dimenticato, ma che è stato fondamentale per secoli nell’Europa cristiana. L’idea dell’omicidio rituale dei bambini. Si riteneva che gli ebrei fossero responsabili, soprattutto in occasione delle feste di Pasqua, con uno straordinario rivolgimento di tutta la funzione ebraica, perché addirittura si riteneva che in occasione della Pasqua gli ebrei rapissero un bambino cristiano per poterne cavare il sangue, da mescolare, poi, con le azzime per la preparazione delle azzime pasquali. Senza considerare non soltanto l’assurdità dell’idea, ma anche il fatto che questo andava, contrariamente a tutta l’idea ebraica della legge contraria all’assunzione del sangue.
Per cui ogni volta che un povero bambino moriva per incidente, o, come succedeva anche allora, vittima di qualche abuso, la comunità ebraica veniva accusata di averlo rapito e seviziato e martirizzato.
E le nostre chiese erano piene di questi santi bambini, anche in Italia: S. Simonino, a Trento, S. Vincenzino, in Toscana. Noi li abbiamo un po’ dimenticati questi santi bambini di cui erano piene le nostre chiese, anche in Italia, molto più all’estero, in Germania o in Polonia.
Se voi pensate che l’ultima accusa di omicidio rituale… Qualcuno mi sa dire in quale anno c’è stata l’ultima uccisione di ebrei per l’accusa di omicidio rituale in Europa? 1947 in Polonia, dopo l’olocausto!
C’erano dei problemi, forse, alla radice di questa [accusa], ci furono anche delle beghe molto semplici. La popolazione locale, con la scarsezza di case, non voleva restituire le case a questi ebrei tornati dai campi di concentramento. Quindi cosa più conveniente che accusarli di omicidio rituale? E ci furono morti, e non pochi.
Quindi diciamo che questo pregiudizio era molto diffuso. Un altro pregiudizio molto diffuso era che gli ebrei rubassero le ostie consacrate nella chiesa per potere uccidere, ripetere, come popolo deicida, la morte del Cristo. E uccidere di nuovo Gesù. Anche l’uccisione del bambino era vista come una specie di passione, di ripetizione della passione.

Se guardate questa immagine, ricorda, anche come immagine, le immagini medievali della passione di Gesù, dell’oltraggio di Gesù prima della sua crocifissione, sia nella postura del bambino, sia nell’atteggiamento generale: una specie di crocifissione, degli strumenti della passione.
La conseguenza è che gli ebrei venivano torturati, uccisi, condannati al rogo. Ne abbiamo avuto anche in Italia molti casi, poi denunciati in tempi più recenti. Ma, diciamo, la contestazione di deicidio è avvenuta soltanto nel secondo dopoguerra, in tempi molto recenti. L’idea del deicidio è una idea rimasta molto forte nella tradizione cristiana fino a tempi recenti.
Io vengo da una famiglia in cui da parte di mia madre abbiamo parenti ebrei. E mi ricordo che quando ero piccino - non sono Matusalemme! - ma quando ero piccino mi ricordo che andammo una volta alla messa, ed era prima della Nostra Aetate, e ci fu una predica pazzesca, spaventosa contro gli ebrei, in cui si diceva - mi ricordo questo prete, non ricordo che cosa disse, ma deve aver detto qualcosa che mi turbò. Tanto che io, avendo i parenti ebrei, tornai a casa un po’ turbato.
E la mia mamma ne approfittò per una lezione bellissima. Mi disse: Ma il babbo ed io non ti abbiamo mica insegnato che tu debba dare retta a tutto quello che dicono i preti. Ascoltali, ma devi pensare con la tua testa. Cioè la mia mamma la mise sul binario giusto dicendo: No, non è proprio così, il prete ha espresso al sua opinione, ma le cose, lo sai, non stanno così. Perché conosci i tuoi cugini, conosci i tuoi zii, conosci i parenti, ecc.
Questo discorso dell’antigiudaismo purtroppo fu rafforzato anche con la Riforma. Martin Lutero scrisse, purtroppo uno dei pamphlet più tragici contro gli ebrei, Degli ebrei e delle loro bugie, dei loro inganni.
Pensate che durante l’epoca nazista, quando ci fu un tentativo di opposizione da parte della Chiesa riformata alle persecuzioni antiebraiche hitleriane, in Germania, Hitler fece ripubblicare questo pamphlet, questo libro di Martin Lutero. Dicendo che lui metteva semplicemente in pratica il programma di Lutero.
E in effetti in questo libro Lutero dice che si devono bruciare le sinagoghe, che si devono rinchiudere gli ebrei nei ghetti, che si devono privarli di tutti i loro beni, ecc. Addirittura Hitler creò un istituto religioso. Queste cose non fanno piacere ripeterle, ma nel ‘38 Hitler creò un istituto religioso che si chiamava Istituto per la degiudaizzazione del cristianesimo, che era diretto da un famoso teologo luterano, Walter Krugmann, dell’epoca, che, fra l’altro, ha avuto una carriera di teologo di primo piano anche dopo la guerra. Il compito di questo istituto - pensate, gli anni dell’olocausto - era quello di eradicare, togliere dal cristianesimo tutti gli elementi che erano ancora rimasti del giudaismo, considerati come dei residui passivi e tragici culturali dai quali il cristianesimo doveva liberarsi.
Nello stesso periodo nel quale Martin Lutero scrisse queste parole anche i cattolici, naturalmente, non sono voluti rimanere da meno, e Papa Paolo IV nel 1555, con l’enciclica Cum nimis absurdum, creò i ghetti, e quindi l’obbligo di risiedere nei ghetti, di cui le nostre città ancora portano tracce urbanistiche evidenti.


Soltanto con la Rivoluzione francese… Questa ve la volevo far vedere, perché questo è Napoleone. Se voi avete presente il bassorilievo dell’Arco di Tito a Roma, vedete, la menorah, il candelabro ebraico, qui è Napoleone che compie l’opposto dell’imperatore Tito. Mentre Tito ha tolto gli arredi sacri da parte ebraica Napoleone li ha restituiti. Con l’emancipazione della rivoluzione francese, l’emancipazione degli ebrei. Quindi Napoleone che viene salutato come il liberatore, il nuovo Ciro, il liberatore degli ebrei.
In quegli anni, a metà Ottocento, avviene anche l’emancipazione degli ebrei in Italia. Gli ebrei, fra l’altro, partecipano da protagonisti al processo di unificazione italiana. Voi sapete che a quell’epoca esisteva la scomunica da parte cattolica alla partecipazione al processo di unificazione nazionale, che era visto come processo anticattolico, perché presumeva la fine del potere temporale della Chiesa, la liberazione di Roma, ecc.
Ci furono cattolici che sfidarono la scomunica e parteciparono al processo risorgimentale, incluso Giuseppe Verdi, Alessandro Manzoni, Rosmini, queste figure di grandi cattolici liberali. Oggi quando leggiamo I Promessi Sposi a scuola i nostri studenti dicono: O mamma mia! Com’è uggioso, tutto religione, provvidenza! Manzoni era un rivoluzionario nella sua epoca. È una persona che ha rischiato la scomunica nella Chiesa, accettando di fare il senatore del Regno d’Italia. Non era un cattolico, diciamo, conservatore e tradizionalista. È stato uno dei più grandi innovatori del pensiero cattolico italiano.
Bisognerebbe, anche quando lo si presenta ai nostri ragazzi a scuola, forse, farli più presente, questi aspetti innovativi del pensiero manzoniano, verso il quale io ho una grossa simpatia.




Naturalmente, poi, agli aspetti antigiudaici si sono mischiati gli elementi antisemiti. Queste sono edizioni dei cosiddetti Protocolli dei Savi di Sion in varie lingue, che esaltavano la cospirazione ebraica contro l’Europa cristiana e l’Occidente cristiano.


La questione, la storia dell’ebreo errante, anche questa fu usata… Questo è il poster del film Der Ewige Jude, che fu un film di propaganda tedesca, fatto durante la seconda guerra mondiale con lo scopo anche di preparare, educare l’opinione pubblica tedesca all’olocausto. Venivano fatte mostre sull’ebreo errante e sull’antisemitismo.
Senza dover menzionare, qui, anche le leggi razziali, in Italia, nel ‘38, delle quali ci siamo troppo velocemente autoassolti. Perché quando si parla delle leggi razziali del ‘38 si dice che furono un regalo a Hitler, furono imposte da Hitler, e non è vero. Perché le leggi razziali potevano benissimo non essere fatte in Italia. Ci sono stati Paesi in Europa sotto Hitler che non hanno emanato leggi razziali: la Danimarca, la Bulgaria. Cioè ci sono stati dei regimi fascisti che non hanno emanato leggi razziali. Anche la Spagna, che pure non è entrata in guerra. Non è che la cosa fosse così automatica. Ci sono state responsabilità molto grosse delle quali, poi, noi ci siamo un po’ velocemente autoassolti.
Ma anche ci siamo un po’ redenti con il processo della Resistenza, dopo l’8 settembre, in cui una larga parte della popolazione italiana ha cooperato contro l’olocausto. E soltanto il 20% degli ebrei italiani sono deceduti nell’olocausto. Dico soltanto, perché in altri Paesi si è trattato di percentuali dal 70 al 90%. Però altri Paesi hanno fatto meglio. L’Albania ha fatto meglio di noi, la Bulgaria ha fatto meglio di noi, la Danimarca. Cioè ci sono stati Paesi che hanno fatto meglio dell’Italia.
Però l’Italia è stata, tra i Paesi, il Paese nel quale dal ‘43 al ‘45 c’è stato un movimento di popolo a favore dei perseguitati ebrei, del quale dobbiamo essere orgogliosi, e del quale anche molte persone, molte congregazioni religiose, molti sacerdoti, molti laici… Ne parlavo ieri a cena: Gino Bartali, il campione del ciclismo che tutti ricordiamo. Gino Bartali girava la Toscana con dentro la canna della bicicletta soldi e documenti falsi per aiutare tutti gli ebrei. La centrale di aiuto degli ebrei in Italia era Genova. Da Genova i soldi venivano distribuiti al nord e al sud fino ad Assisi e a Roma. E Bartali è stato uno dei corrieri della Delasem, questa organizzazione clandestina che ha aiutato gli ebrei italiani.
E figure importanti di sacerdoti, di vescovi. Dalla Costa a Firenze. Mons. Facibeni della Madonnina del Grappa, Card. Boetto a Genova sono stati delle persone che hanno rischiato la loro vita e hanno avuto un ruolo fondamentale durante l’olocausto.



Vedete, sono immagini.


Volevo soltanto far vedere l’immagine di questa persona di cui non vi dico il nome, ma è una persona che conosco bene e che ha passato un anno e mezzo della sua vita ad Auschwitz, qui è subito dopo la liberazione mentre fa vedere… Per dirvi che l’olocausto non è una cosa… Si parla di sei milioni. È meglio parlare di una persona sola, o delle sette persone della mia famiglia che sono finite ad Auschwitz, comprese due bambine di 14 e 7 anni. Perché quando si parla di grandi numeri poi si dimenticano le persone. E quindi è forse meglio che vi rimanga negli occhi una persona, un bambino che passa la sua infanzia ad Auschwitz. E potete immaginare in che condizioni, in che situazione riesce a sopravvivere.
E naturalmente passiamo, poi, al nostro dialogo ebraico-cristiano. Oggi la situazione è diversa. Dopo la Nostra Aetate, dopo la visita del Papa alla sinagoga di Roma è normale per noi adesso vedere rappresentanti delle diverse religioni insieme, in situazioni di preghiera, ebrei, cristiani, musulmani. Ma, di nuovo, questo è un evento nuovo. Un evento nuovo che è avvenuto durante la nostra vita, durante la vita di molti di noi. E molti di noi ancora possono conservare memoria di quando non era così, di quando questo non era possibile, e di quando questo non avveniva, di quando di questo non si poteva nemmeno immaginare l’accadersi.
Quindi, perché vi ho fatto questa breve carrellata? Per farvi vedere come anche il nostro modo di affrontare un problema storico dipende poi dalle categorie che usiamo e dal valore che diamo a certi termini.
Nel rispondere alla domanda se il Vangelo di Matteo è ebreo o cristiano, nel rispondere alla domanda se Gesù è ebreo o cristiano, nel rispondere alla domanda se Paolo è ebreo o cristiano dipende anche molto cosa per noi sono cristianesimo ed ebraismo. Non è semplicemente una domanda astratta, è una domanda che ci interroga anche su cosa per noi vogliono dire queste due categorie, cosa è l’ebraismo, cosa è il cristianesimo, qual è il loro rapporto.
Ovviamente finché noi pensiamo ebraismo e cristianesimo come due sistemi religiosi ben definiti e contrapposti o diversi, ovviamente o sei l’uno o sei l’altro. Non si può essere contemporaneamente ebrei e cristiani. O si è l’uno o si è l’altro. O si è l’uno e non si è più l’altro, i testi cristiani non sono più testi ebraici; o si è l’altro pur avendo mantenuto qualcosa del prima, in Matteo, che è un pochino più ebraico degli altri, perché ancora non è diventato completamente cristiano nella sua integrezza.
Però questo, ripeto, è più una proiezione di una storia che non una analisi di quello che era la situazione del I secolo. Il I secolo, il cristianesimo non esiste come religione separata. Esiste come movimento distinto all’interno della religione ebraica.
Se voi aveste detto ai primi cristiani che loro non erano più ebrei, anche - e questo lo voglio sottolineare - ai cristiani non ebrei etnicamente, anche agli ebrei gentili, anche agli ebrei greci e romani, che il loro movimento non era un movimento ebraico loro avrebbero spalancato gli occhi e non avrebbero capito di cosa voi steste parlando. Perché per loro il cristianesimo era un modo di vivere la religione ebraica.
Nessuno oggi si domanda se i benedettini sono cristiani o benedettini, o se i francescani sono francescani o cristiani, o se i dossettiani sono dossettiani o cristiani. Qualcuno sì, ma voi capite immediatamente qual è l’atteggiamento: qualcuno sì, non tutti. Forse qualcuno metteva in discussione, anche chi non era cristiano, qualcuno metteva in discussione che i cristiani fossero ancora ebrei. Come, bisogna dire, anche i cristiani mettevano in discussione che qualcun altro ebreo non fosse ancora il vero Israele. Perché, ricordate, il discorso è un pochino reciproco, non è soltanto di chi metteva in discussione.
Il problema di fondo è la riscoperta - credo che due cose abbiano cambiato, due elementi abbiano cambiato molto la nostra percezione vera: prima di tutto ovviamente questo tentativo di recupero del valore dell’ebraismo, che è avvenuto nell’Europa, nel mondo occidentale soprattutto dopo l’olocausto. L’olocausto ha un po’ aperto gli occhi. Ci si è resi conto del dramma, dei pericoli dell’antisemitismo. E quindi, diciamo, c’è stato un tentativo, un movimento di recupero della positività dell’ebraismo. Non si poteva più guardare all’ebraismo come a una religione diabolica, una religione degenere, o malvagia, o un popolo deicida. Quindi c’è prima di tutto un recupero della positività dell’ebraismo.
Ma poi la storia ci ha aiutato anche a recuperare alcuni elementi di cui ci eravamo dimenticati. Prima di tutto la diversità ebraica nel I secolo. Tante volte quando noi parliamo dell’ebraismo noi ci immaginiamo l’ebraismo come gli ebrei: un gruppo in cui tutti la pensano alla stessa maniera. Per cui, per es., quando si parla dei Vangeli per prima cosa ci domandiamo: cosa pensavano gli ebrei al tempo di Gesù? Allora si dice: gli ebrei pensavano a questo e i cristiani pensavano a quest’altro.
Il problema è che non c’era un unico modo di pensare ebraico. Sarebbe come voler definire oggi come la pensano i cristiani. Il cristianesimo oggi è una religione… Oggi, pensate alla vostra realtà quotidiana. Pensate se voi volete definire che cosa oggi pensano i cristiani o cosa pensano gli ebrei o cosa pensano i musulmani, senza rendervi conto, senza pensare che ci sono molti modi di essere cristiani oggi nel mondo, ci sono molti modi di essere ebrei oggi nel mondo e ci sono molti modi di essere musulmani oggi nel mondo.
Una delle grosse confusioni, per es., che noi abbiamo oggi nei confronti dell’islam, e non ci capiamo nulla, se non cominciamo a considerare che una cosa è essere sunniti, una cosa è essere sciiti, una cosa è essere sufi, una cosa è essere di una forma di islamismo nelle varie regioni del mondo, una cosa è essere musulmani in Indonesia e una cosa è essere musulmani in Arabia Saudita e una cosa è essere musulmani negli Stati Uniti.
O non ci vogliamo rendere conto di quanto diverso sia anche l’ebraismo, oggi. L’ebraismo oggi: esiste un ebraismo ortodosso, esiste un ebraismo riformato, esiste un ebraismo conservative. Esistono varie forme di ebraismo. Quindi quando parliamo di cosa pensano gli ebrei non possiamo avere un’unica risposta, dobbiamo parlare di cosa pensano diversi gruppi di ebrei.
Lo stesso i cristiani. Come minimo esiste il cattolicesimo, esiste il protestantesimo, esiste l’ortodossia, esiste l’evangelismo negli Stati Uniti. Esistono forme diverse di interpretare il messaggio di Gesù, strutture ecclesiali diverse, modi diversi di intendere e di leggere le Scritture.
Questa realtà plurale non è soltanto un fatto contemporaneo: prima le religioni pensavano tutte la stessa cosa, e poi, invece, sono andate a pensare cose diverse. Non è vero. Questo appartiene alle religioni ebraica e cristiana fin dall’origine.
L’ebraismo al tempo di Gesù è un ebraismo molto diverso, molto variegato, molto plurale. Quindi esistono molte forme di ebraismo tra le quali il cristianesimo si inserisce come una di queste forme.
Ecco allora che è possibile dire che Gesù era al tempo stesso ebreo e cristiano. Perché Gesù è al tempo stesso il fondatore, il leader di un nuovo movimento religioso, e al tempo stesso è parte della diversità ebraica del suo tempo.
Nessuno di voi si domanda se i farisei erano ebrei o farisei. Eppure è esattamente lo stesso che domandarsi se il movimento di Gesù erano cristiani o ebrei. Qui siamo a parlare di diversi gruppi: i seguaci di Gesù, i farisei, gli esseni, i sadducei, i giudei ellenistici... diverse denominazioni ebraiche che esistevano al tempo di Gesù.
Allora, proprio sottolineando la diversità ebraica diventa possibile recuperare l’ebraicità di Gesù, l’ebraicità di Paolo, l’ebraicità di Giovanni, l’ebraicità di tutti i testi del Nuovo Testamento. I quali nel loro tempo non sono testi cristiani che si oppongono all’ebraismo, sono testi di un movimento giudaico, ebraico, in dialogo con altri movimenti giudaici che hanno altre diverse idee.
Secondo elemento è il fatto che l’ebraismo come noi lo conosciamo oggi non esisteva al tempo di Gesù. Se voi pensate di andare a celebrare il seder pasquale per vivere quello che Gesù viveva… mi dispiace, il seder pasquale in quella forma non esisteva. Perché il seder pasquale è una cerimonia che si sviluppa nella tradizione rabbinica. Vengono letti i passi dei rabbini del II-III secolo, i quali codificano una interpretazione della tradizione ebraica alla luce di una tradizione diversa da quella cristiana.
Quindi ecco il secondo elemento fondamentale. Non soltanto l’ebraismo al tempo di Gesù è un ebraismo molto variegato, per cui dobbiamo dimenticarci questa categoria: ci sono i cristiani e ci sono gli ebrei al tempo di Gesù, quelli la pensavano in un modo e i cristiani la pensano in un altro. No. Ci sono diversi gruppi ebraici tra cui ci sono anche i cristiani, i quali hanno la loro specifica dignità, che però non è in dialogo con un altro modo, ma è in dialogo con molti altri modi di interpretazione. Quindi noi dobbiamo parlare del rapporto di Gesù, o del rapporto della comunità di Matteo con i farisei, con  i sadducei, con i giudei ellenisti, non con gli ebrei.
Seconda cosa, dobbiamo sempre ricordarci che il cristianesimo e l’ebraismo come conosciamo noi oggi sono il risultato di uno sviluppo che avviene parallelamente dopo la distruzione del tempio nell’anno 70, e soprattutto dopo la rivolta di Bar Kochba nel 135.
Noi quando pensiamo alla religione ebraica pensiamo subito alla Torah, ai rabbini, alla sinagoga. I rabbini e la sinagoga non esistevano al tempo di Gesù nel modo in cui esistono ora. La Torah non aveva quella centralità che ha oggi. Il giudaismo al tempo di Gesù è un giudaismo fondato sul tempio. Il tempio di Gerusalemme è l’istituzione fondamentale. I leader non sono i rabbini, sono i sacerdoti, il sommo sacerdote e i sacerdoti di Gerusalemme.
Il rabbinismo cioè quello che noi conosciamo come ebraismo - ricordate quello che dicevo all’inizio, noi abbiamo questa idea del vecchio. Ma ricordate, questa idea che i cristiani sono nuovi mentre l’ebraismo è il vecchio è una costruzione teologica successiva.
Spero di farvi vedere oggi che prima di tutto i cristiani non sono, non furono un movimento così innovativo come hanno sempre detto di essere. I cristiani furono un movimento anche molto conservatore. Non sto dicendo che non hanno innovato, sto soltanto dicendo che nel cristianesimo ci sono elementi dell’antica tradizione ebraica, che sono stati perduti nell’odierna tradizione ebraica, ed elementi nuovi che sono venuti con la predicazione di Gesù.
Così come i nostri fratelli ebrei non sono così conservatori come li abbiamo sempre pensati. Il rabbinismo fu un movimento riformatore, che non soltanto conservò molti elementi che si sono persi nel cristianesimo, ma anche introdusse un sacco di nuovi elementi che non esistevano prima della formazione del giudaismo rabbinico.
Quindi quando noi parliamo dell’ebraismo e del cristianesimo di oggi non dobbiamo pensare a un padre e un figlio, dobbiamo pensare a due fratelli, o due sorelle, che sono nati dagli stessi genitori, ma che poi hanno sviluppato questa eredità famigliare in modo diverso, secondo una originalità diversa, secondo un carattere diverso, secondo una accentuazione diversa.
Ovviamente dal punto di vista cristiano al centro c’è la figura del Messia, Gesù, dal punto di vista ebraico, invece, c’è la centralità della legge mosaica. Attorno a questi due perni cristiani e rabbini hanno costruito due movimenti riformatori sulla base della stessa tradizione che condividevano nel periodo del secondo Tempio, nel periodo antico del giudaismo. Usando gli stessi mattoncini, usando gli stessi elementi di costruzione.
Io da piccino giocavo sempre al Lego. Non so se ci giocano ancora i bambini, è molto istruttivo, non i Lego con le cose già fatte, quello originario, con i mattoni e basta, dove doveva essere usata la fantasia di poter creare le cose, le forme più diverse usando gli stessi mattoncini.
Ecco, pensate ai cristiani e ai rabbini come due gruppi che usando gli stessi mattoncini hanno creato due edifici diversi. Per questo possiamo scrivere un commentario al Vangelo sulla base degli scritti rabbinici e un commentario degli scritti rabbinici sulla base del Vangelo. Perché gli elementi di costruzione sono gli stessi. L’edificio non è lo stesso, ma la costruzione è fatta con lo stesso materiale.
Così come la nostra identità di fratelli è fatta con lo stesso materiale che ci è venuto dalla nostra famiglia, che però abbiamo rielaborato secondo una predisposizione originale. Io ho un fratello, io non sono lui, lui non è me, abbiamo su tante cose anche idee molto diverse, però quello che siamo ci possiamo specchiare insieme nei nostri genitori. Perché ciascuno di noi ha portato avanti degli elementi che esistevano in mio padre e mia madre. Anche se io, magari, ho più sviluppato alcuni di questi elementi, e mio fratello più altri elementi.
Ecco, io penso che tra cristiani e ebrei il riconoscersi come fratelli vorrebbe dire esattamente questo, non semplicemente un atto, come dire, di affetto spirituale: siamo tutti fratelli, ci vogliamo bene. Siamo molto di più che due estranei che si amano come fratelli e sorelle. Siamo due fratelli, o due sorelle.
Siamo due persone che si possono specchiare insieme in uno specchio, e nel momento in cui si vedono diverse l’una dall’altra nello specchio non vedono se stesse, ma vedono l’immagine dei loro genitori. Se potessimo insieme, ebrei e cristiani, acquisire questa dimensione di fraternità reale e di gioia nel ricordare e celebrare i nostri parenti, i nostri genitori, come tutte le volte facciamo, io e mio fratello, quando ricordiamo i nostri genitori, come chiunque di noi sa quando un fratello o una sorella ricorda i proprio genitori!
Ecco, io penso che questo è lo spirito del dialogo ebraico-cristiano: due fratelli che si ricordano, che si riuniscono insieme, rispettandosi vicendevolmente per quello che sono diventati, e onorando insieme la memoria dei propri genitori.
Grazie.



 
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