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Attività

Leggere il Vangelo di Matteo come testo giudaico del Secondo Tempio
(Prof. Gabriele Boccaccini)
(il testo non è stato rivisto dall'autore)


Secondo giorno Seconda lezione

Dire che il dono della salvezza, il dono della remissione dei peccati è un dono che è dato ai peccatori, alle pecore perdute della casa di Israele non vuol dire che Gesù dica: Non c'è salvezza tra i gentili, la salvezza è soltanto per Israele. Gesù parte dal presupposto che i giusti fra le genti siano salvati. Il problema è se i peccatori, i malati tra i gentili possano o siano i primi destinatari di questo dono, che viene ad aggiungersi.
Perché il problema della salvezza - questo lo sottolineiamo molto, oggi, soprattutto oggi pomeriggio parlando di Paolo - non è identico col problema della remissione dei peccati. Sono due cose diverse. Prima di tutto avere la remissione dei peccati non significa necessariamente essere salvi. Perché io posso essere perdonato dei miei peccati passati, e poi non vivere una vita secondo la volontà di Dio, e quindi non passare il giudizio. Perché non è che il perdono dei peccati sia una assicurazione per fare tutto il male che voglio, perché, tanto, ho ricevuto il perdono dei peccati, allora a questo punto posso fare quello che mi pare, perché, tanto, ho ricevuto questa assicurazione. Non è così.
Il perdono dei peccati è una opportunità che viene data a una persona peccatrice di potere avere un'altra opportunità nella propria vita, di non vivere più sotto il peso del peccato precedente, di potersi liberare del proprio passato. Anche dall'esperienza che voi potete avere sapete benissimo quanto sia importante, e poi anche Gesù Cristo lo sottolinea, quanto sia importante anche il perdono nell'esperienza anche interpersonale. Tante volte è la possibilità per chi è perdonato di potersi liberare del peso del passato, perché poi gli impedisce di vivere una vita piena. Cioè il discorso del perdono dei peccati non è un discorso che è identico al discorso della salvezza.
Quindi quello che volevo ribadire è che Gesù si muove in un orizzonte concettuale e religioso in cui non si afferma che solo gli ebrei sono salvi. Si afferma che i giusti fra gli ebrei e fra i gentili sono salvi, perché il giudizio è secondo le opere. E quindi il problema sono i molti che sono peccatori, non sono uno o due, o sono pochi: sono molti. E sono sia ebrei che gentili. Nell'imminenza del giudizio sembra che Gesù affermi, predichi all'interno della casa di Israele alle pecore perdute della casa di Israele, offrendo loro, ai peccatori della casa di Israele…
Però, ripeto, tutto questo è in un'ottica generale in cui la salvezza non è rinchiusa soltanto a chi usufruisce di questo dono. Sarebbe come un dottore che dice: io guarisco una persona e quella vivrà per sempre, mentre quella che non ho guarito morirà. Perché deve morire? Se sta bene… Cioè, pensate a Gesù come dottore. È quello che ci viene detto in maniera molto concreta. Il dottore si preoccupa di chi sta male, non di chi sta bene. Ci sono persone che campano cent'anni senza vedere un dottore. Cioè, mica che sia necessario vedere un dottore per campare a lungo. Però chi è malato ne ha bisogno, perché il dottore può darti una possibilità di sopravvivenza.
Quindi quando alla cananea Gesù dice le cose sante non devono essere date ai cani, non vuol dire: la salvezza vi è negata. Dice che questo perdono dei peccati, questa opportunità di perdono dei peccati che viene manifestata dal figlio dell'uomo nell'imminenza del giudizio è un dono che è dato ai figli. La donna risponde: va bene, però anche i cani ne possono usufruire se cadono delle briciole. In fondo, io ti ho incrociato e anche se tu non sei venuto a cercarmi per aiutarmi - qui è la donna che va da Gesù - io sono riuscita a usufruire di questo dono.
Che la predicazione ai gentili non fosse la priorità nella prima comunità cristiana è anche manifestata dagli Atti degli Apostoli. Ricordate, gli Atti degli Apostoli sono scritti da Luca. E Luca, abbiamo visto, rispetto, per es., anche a Marco o Matteo, è l'Evangelista che è più interessato, forse anche più influenzato da Paolo, è quello che negli Atti degli Apostoli rende Paolo il protagonista del libro. Quindi è colui che sarebbe più interessato a dirvi: guardate, morto Gesù, risorto, assunto in cielo, noi ci siamo tutti trovati insieme e abbiamo incominciato a fare i piani per predicare ai gentili.
Invece no. Non sono io che lo dico come professore di storia. È quello che dicono gli Atti degli Apostoli. Ripeto, Luca dà una visione molto sommaria a grandi tappe, però Luca non ha nessun interesse a creare una narrazione che crea difficoltà, o perlomeno contraddice. Voi vi sareste aspettati: i primi discepoli…, poi subito si predica alle genti.
Invece cosa ci dicono gli Atti degli Apostoli? Gli Atti degli Apostoli ci dicono che Gesù è risorto al cielo, i primi discepoli si incontrano, ci sono i discepoli e c'è la famiglia di Gesù. La famiglia di Gesù, i fratelli di Gesù e la madre di Gesù… Dopodiché ci dà anche i numeri. Ci dice, ripeto, è una sintesi, però ci dice che sono 130 persone, le persone che sono in questa sala. Cioè noi qualche volta pensiamo alla predicazione di Gesù, le folle, tutte queste cose. Questi ci danno i numeri della prima comunità cristiana e si dice 130 persone. Questa è tutta la prima comunità cristiana.
Nella comunità cristiana c'è la famiglia, che nei Vangeli è abbastanza evanescente, nei Vangeli sinottici è molto evanescente. Noi cerchiamo di mettere Maria dappertutto, ma Maria non c'è. Non c'è, per es., nella passione di Gesù. C'è in Giovanni, ma non c'è nei sinottici. Ci sono le Marie, ci sono altre donne, ma non c'è la madre di Gesù. Interviene soltanto una volta nell'esperienza di Gesù andando a salutare suo figlio in un'occasione, per sentirsi, poi, dire che quelli che seguono la volontà del padre mio nei cieli sono i veri discepoli di Gesù. Però, ecco, Luca mette insieme questi due gruppi.
E c'è la Pentecoste. Noi spesso prendiamo la Pentecoste come l'inizio della predicazione alle genti. Ma in realtà la Pentecoste non è la predicazione alle genti, è la predicazione agli ebrei della diaspora. Non è la predicazione ai gentili, è la predicazione agli ebrei della diaspora. Cosa ci racconta questa storia? Ci racconta che i primi discepoli di Gesù approfittano della festa al tempio, dove le feste ebraiche sono feste di pellegrinaggio al tempio, quindi dove ci sono persone che vengono a Gerusalemme dai diversi luoghi dove la diaspora è dispersa, ebrei che parlano diverse lingue. Perché è come oggi, gli ebrei parlano le lingue dei luoghi dove sono, quindi vengono dall'Asia minore, da tutti…
È una visione ideale, naturalmente. Ma quello che esprime è che il primo bacino di allargamento della comunità cristiana, che all'inizio è presentata come una comunità di persone dalla Galilea, essenzialmente di persone galileiane, 130 persone della Galilea, si allarga, poi, a includere persone della diaspora, cioè ebrei che vivono anche al di fuori della Palestina, vivono nella diaspora ebraica. Queste persone si uniscono alla comunità, e, come succede,  come succederà, vedremo, negli Atti degli Apostoli spesso, entrano a far parte della comunità, portandosi dietro anche le proprie sensibilità diverse.
Gesù ha predicato in un ambiente galileiano, dove dovevano essere molto forti le correnti apocalittiche delle quali si nutre. Anche Gesù sarà stato come tutti i ragazzi di questo mondo, sarà cresciuto non soltanto all'interno della religione ebraica, all'interno di una particolare comunità ebraica, molto probabilmente una comunità di tipo apocalittico o essenico, che è la cosa più logica. Certamente Gesù non è una persona educata nell'aristocrazia sadducea, e non credo molto probabile che Gesù sia stato, sia nato, sia cresciuto in un ambiente farisaico. Mi pare molto più probabile che Gesù… Anche perché noi non sappiamo che cosa abbia fatto nei primi trent'anni della vita. Non lo potremo mai sapere.
Ma ci sono due elementi che, diciamo, propendono per la formazione apocalittica o essenica di Gesù. Il primo elemento è che la sua prima manifestazione pubblica è con Giovanni Battista. Se anche Gesù apparteneva a qualsiasi altro ambiente la sua prima manifestazione è al fianco di un predicatore apocalittico legato al movimento esseno. Quindi qualunque scelta abbia fatto prima Gesù, la sua prima scelta di cui si conosca è questa scelta.
Lo stesso fatto che i Vangeli ci presentino Gesù attivo dal punto di vista religioso dopo i trent'anni corrisponde esattamente a quello che ci si aspettava dagli esseni. Il discorso degli esseni era, praticamente, che la persona doveva fino ai  trent'anni svolgere i proprio doveri sociali, metter su famiglia, avere figli, crescerli. E quando aveva adempiuto a questi obblighi poteva dedicarsi alla vita religiosa. Questa era l'ideale esseno. Loro ammettevano come membri pieni nella comunità soltanto persone che avessero superato trent'anni.
Trent'anni, noi ora pensiamo a Gesù come un giovane. Ora, soprattutto, in Italia si chiamano ragazzi anche i cinquantenni. Però trent'anni era una età rispettabile. Considerando che le persone si sposavano intorno ai 14 anni, 12 anni, e avevano figli molto presto, e avevano l'obbligo di mantenerli fino a 10 anni, voi potete immaginare una persona a trent'anni aveva già numerosa prole, e aveva una prole che si era già emancipata, già lavorava. In una società agricola un bambino di 10-11 anni è un bambino autosufficiente, è una persona che lavora. È una persona, quindi, che ha la capacità di tenere su la famiglia, mantenere anche la madre o i genitori anziani o i fratelli più piccoli.
Quindi una persona di trent'anni, dal punto di vista esseno, è una persona che ha già ottemperato ai suoi obblighi sociali, si è già sposata, ha già messo su famiglia, ha già educato i propri figli, ha già perlomeno educato alcuni figli maggiori che possono già provvedere al sostentamento dei loro fratelli e sorelle più piccoli, o della madre, o addirittura della moglie, che in qualche caso gli esseni lasciavano, pur avendo l'obbligo di continuare a mantenerla.
Il celibato esseno, di cui tante volte si parla nelle fonti, non è la verginità. C'era anche quella, perché nelle fonti ci vengono descritti dei casi di persone che nell'interno del movimento essenico decidevano anche di non prendere moglie. Ma la maggior parte dei casi che ci vengono descritti all'interno del movimento essenico sono di persone che si sono sposate molto giovani, hanno già figli grandi abbastanza da potersi sostenere, e che a questo punto non svolgono più le funzioni famigliari, cominciano a vivere una esperienza celibataria, uomini, e donne, in alcuni casi, e vivono una esperienza di dedicazione completa a Dio nella seconda parte della loro vita.
Quindi il fatto, anche, che Gesù sia rappresentato come un trentenne che dedica la propria vita a Dio lo mette vicino, perlomeno, a questo tipo di spiritualità apocalittica.
Negli Atti degli Apostoli si dice quindi che il messaggio viene diffuso agli ebrei della diaspora. E come succederà, lo vedremo: le divisioni, l'appartenenza di origine di colui che si fa membro della comunità, di coloro che hanno avuto il perdono dei peccati, dei santi, più che dei salvati. È una comunità di cui ora fanno parte anche ebrei della diaspora. Infatti gli Atti degli Apostoli ci dicono anche dei primi problemi che nascono all'interno della comunità, e sono problemi che nascono soprattutto fra due gruppi. Un gruppo è chiamato il gruppo degli ebrei e un gruppo è chiamato il gruppo degli ellenisti. Gli ellenisti non sono gentili, gli ellenisti sono ebrei ellenisti. Quindi la distinzione che si crea è tra gli ebrei che provengono dalla Palestina o probabilmente dalla esperienza essena e gli ebrei che provengono dalla diaspora, e sono chiamati ellenisti.
Qual è il problema? Il problema è che queste persone provenendo da gruppi diversi seguono rituali di purità e regole alimentari diverse. L'ebraismo, vi ho detto ieri, è diviso in denominazioni diverse, e ci sono elementi che dividono i gruppi, non soltanto delle teologie diverse, o delle interpretazioni diverse, ma anche delle pratiche di vita diverse. È soprattutto la pratica che rende diversa, e ciò che rende diverso un fariseo da un esseno o da un giudeo-ellenista o da un sadduceo è la pratica religiosa. Sono le norme di purità che essi seguono, e le norme alimentari diverse che essi seguono.
Ovviamente seguendo norme diverse diventa difficile la convivenza. Ma i primi cristiani dovevano convivere, però dovevano fare qualcosa che rendeva difficile la convivenza, soprattutto la condivisione del pasto comune, accanto al battesimo, che è il rituale del perdono dei peccati, attraverso il quale i discepoli, diciamo, continuano l'azione di Gesù, del figlio dell'uomo, nel perdono dei peccati.
Quindi il battesimo diventa l'atto nel quale la comunità cristiana, che ha ricevuto l'autorità, e sempre ha ricevuto l'autorità dal figlio dell'uomo, di continuare l'azione di perdono dei peccati, trasmette questa sua autorità non più nel suo nome. Gesù poteva perdonare nel suo nome, i discepoli perdonano in nome di Cristo, perdonano nel nome di Dio. Quindi si fanno strumento, mediatori di questo atto di perdono dei peccati.
Accanto a questo rito l'altro rituale del banchetto eucaristico. Banchetto eucaristico nel quale si ricorda la memoria della morte di Gesù. E logicamente la morte di Gesù, poiché il perdono dei peccati è il centro, è stato fin dall'inizio il centro del messaggio di Gesù, anche la sua morte viene interpretata per il perdono dei peccati. Anche la morte di Gesù viene immediatamente reinterpretata come un sacrificio per il perdono dei peccati.
Quindi l'Eucarestia diventa un elemento centrale di condivisione comunitario, ma anche di ricordo, di memoria del perdono ricevuto.
I primi cristiani si organizzano - ripeto, ieri dicevo un po' paradossalmente, Gesù non è che ha lasciato istruzioni molto precise su cosa fare - naturalmente. Anche perché i primi discepoli di Gesù si erano organizzati in una comunità itinerante, lasciando moglie e figli. I discepoli di Gesù erano persone sposate. Ricordate il miracolo della suocera di Pietro, quindi aveva famiglia. E poi ci è ricordato anche da Paolo che Pietro viaggiava con la propria sposa e i propri figli, la propria prole. La comunità cristiana si organizza naturalmente secondo il modello essenico, un modello che mette molto al centro il banchetto comunitario, che veniva fatto probabilmente ogni giorno, ogni sera, come facevano gli esseni, riservato soltanto ai membri della comunità, quindi ai peccatori salvati, a coloro che hanno ricevuto il battesimo, a porte chiuse.
Anche gli esseni lo facevano a porte chiuse, se non eri iniziato nella comunità non potevi entrare nel banchetto, nel refettorio. Giuseppe Flavio ci dà queste bellissime descrizioni della sinagoga degli esseni. C'è il vestibolo dove gli esseni si cambiano, si mettono la tunica bianca, poi salgono nel piano superiore, dove c'è il banchetto, dove soltanto i membri della comunità entrano. E racconta come le persone che non sono essene ascoltano meravigliate i canti che escono dalla sala, e ascoltano questi inni che vengono cantati dagli esseni, e immaginano come in questa sala si consumi questo incontro tra regno celeste e gli esseni. I quali non a caso si mettono la tunica bianca come gli angeli, per poter incontrare gli angeli.
Noi abbiamo perso un pochino nell'Eucarestia, soprattutto nella tradizione occidentale, questo aspetto. Ma, per es., la tradizione orientale con l'iconostasi, con il grande pannello che chiude il presbiterio, dove soltanto ogni tanto le porte si aprono perché si lascia intravvedere la visione del cielo, è molto in linea con quello che era l'origine del banchetto eucaristico, che è non soltanto una assemblea della comunità, è una prefigurazione del banchetto celeste, è rendere culto a Dio insieme agli angeli, è diventare angelo per un momento. Questo è essenziale per la tradizione cristiana.
Qual è il problema? Che seguendo le persone norme di purità diversa e avendo norme alimentari diverse diventa difficile sedere alla stessa mensa. Un motivo molto pratico: non posso sedere alla stessa mensa. Perché contaminerei il mio vicino, e poi non ho regole alimentari comuni. E allora cosa si fa? La cosa più logica: si fanno due tavoli. In un tavolo ci sono gli ebrei, nell'altro ci sono gli ebrei ellenisti. Sono tutti ebrei, però ci sono due tavoli perché questi due gruppi di ebrei seguono norme diverse.
Dopo un po' gli ebrei ellenisti cominciano a lamentarsi. Perché? Perché tutti i discepoli, gli Apostoli siedono nel tavolo degli ebrei e non nel tavolo degli ellenisti. Allora, ricordate il famoso evento dove si dice: si sentivano trascurati, si sentivano messi in un angolo, a parte. Immaginate, io sto in una comunità con chi ha conosciuto Gesù e io non sono mai al tavolo insieme. Allora chiesero quelli che noi chiamiamo diaconi di avere dei propri leaders. Non a caso il numero è sette, perché il numero sette è il numero del mondo, della diaspora, è il numero della creazione. È il numero più importante che riguarda gli ebrei della diaspora perché l'esperienza ebraico-ellenistica è molto fondata sulla rivelazione della creazione come centro della rivelazione universale, Dio.
Leggete questi nomi dei sette diaconi, e voi leggete un bel elenco di persone che hanno nomi greci, ma ricordate che questi sono ebrei, tra cui leader è Stefano. Ma tra cui ci sono anche altre persone rilevanti dal punto di vista della tradizione futura della Chiesa, in particolare abbiamo Stefano, uomo di fede e Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas e Nicola, un proselito di Antiochia. È interessante il proselito, perché il proselito significa che era una persona che originariamente era nata gentile, ma che si era fatta ebrea. Dal punto di vista legale non è più gentile, un proselito non è un gentile, un proselito è circonciso, è diventato ebreo. Quindi sono tutti circoncisi e tutti ebrei, anche se appartengono a comunità ed esperienze diverse, ebrei della diaspora ed ebrei palestinesi.
A questo punto volevo cominciare ad accennarvi… Poi continueremo la nostra discussione sulla storia della prima comunità dopo, perché vedremo cosa succede con il battesimo. Nessuno di loro predica ai gentili. Non c'è nessun esempio che ci viene detto del battesimo dei gentili. Ci vien detto, però, che la presenza di questi ebrei ellenisti crea problemi all'interno della comunità e crea dei problemi anche all'esterno della comunità. Tanto che la prima persecuzione che avviene è una persecuzione che non colpisce tutta la comunità cristiana, ma colpisce soltanto gli ebrei ellenisti.
Quando Stefano viene lapidato, e la lapidazione naturalmente indica che le autorità sadducee vedono in questi cristiani ellenisti un gruppo che è andato troppo in là, quindi vuol dire anche che c'è una combinazione "teologica" e di pratica che non corrisponde all'obbedienza alla legge - ricordate invece che i primi discepoli di Gesù vengono in qualche maniera, secondo gli Atti degli Apostoli, controllati dal punto di vista politico, ma vengono lasciati in pace dal punto di vista religioso - quando Stefano viene perseguitato gli Apostoli rimangono a Gerusalemme, cioè i cristiani ebrei non vengono perseguitati. Mentre il gruppo dei sette lascia Gerusalemme.
È molto interessante questo discorso. Prima di tutto è difficile da capire cosa sia successo. Perché Stefano viene accusato? Sembra che questa combinazione fra il messaggio apocalittico di Gesù ed una pratica di vita legale che era già considerata abbastanza discutibile in ambiente palestinese - gli ebrei della diaspora seguivano una norma, una pratica di vita diversa dagli ebrei della Palestina - fosse considerata una miscela troppo esplosiva anche per essere digerita dal punto di vista della Giudea, dell'ortodossia giudaica sacerdotale. Però, vedete, c'è una persecuzione selettiva. Stefano viene ucciso, lapidato.
Interessante la lapidazione perché non è come Gesù, crocifisso per motivi politici. Gesù non verrà mai accusato di aver trasgredito la legge, e nessuno dei suoi Apostoli viene accusato di aver trasgredito la legge.
Stefano invece sì, ma Stefano perché segue le norme legali del giudaismo ellenistico, che era visto con sospetto in ambito palestinese, quindi la combinazione delle due cose probabilmente rappresenta una miscela troppo esplosiva. Il gruppo viene disperso. Ed è Filippo, secondo la narrazione di Luca, degli Atti degli Apostoli, che prima di tutto si reca in Samaria, dove comincia una predicazione ai samaritani.
Voi sapete, i samaritani sono un gruppo a mezzo fra gli ebrei e i gentili, vengono considerati dei cugini un po' eretici, etnicamente sospetti perché discendenti dei coloni assiri che hanno preso il posto della popolazione israelita, sono rimasti in Israele durante l'esilio. Quindi sono considerati più sospetti dal punto di vista religioso, sono scismatici perché hanno il loro tempio rivale, celebrando i sacrifici, come ancora oggi fanno, sul monte Garizim.
Chiunque di voi vive in Israele sa che è vicina a Nablus la comunità dei samaritani, o in Israele o in California. Sa che sul monte Garizim avvengono offerte, c'è ancora un sacerdozio di tipo saddocita. La linea del sacerdozio teoricamente, almeno teoricamente, è ininterrotta dal punto di vista della successione aronita, di Aronne, fino ai giorni nostri. C'è un sacerdozio aronita, e se voi assistete alla Pasqua samaritana voi potete vedere come la Pasqua era celebrata al tempo di Gesù. Non nelle case col seder pasquale come facciamo oggi, ma attraverso i sacrifici, nel caso dei samaritani all'aperto, perché luogo del tempio, nel caso di Gerusalemme venivano fatti nel tempio, con il concorso delle persone. Quindi è una cerimonia pubblica che raccoglie un vasto numero di persone in un luogo simbolico dove il sacrificio viene effettuato.
Il racconto dice che Filippo predica ai samaritani, ma soltanto in un secondo tempo Pietro e Giovanni vengono. Dopodiché Filippo lascia Samaria e si reca sulla via di Gaza. Luca gioca molto su questo simbolismo delle vie. Prima della via di Damasco, che è la cosa più famosa di Paolo, c'è la via di Gaza. Ne parliamo un po' meno, ma per Luca è altrettanto importante, perché è sulla via di Gaza che Luca incontra un eunuco etiope. Questa persona è la prima persona non ebrea della quale si racconta il battesimo. Chi fa il battesimo non è uno degli Apostoli.
Cioè noi ci saremmo aspettati: andate e predicate a tutte le genti, e Pietro e Giovanni prendono la leadership di andare a cercare i gentili e battezzarli. Fra l'altro non avevano neanche da girar tanto perché di gentili ce n'erano tanti anche a Gerusalemme. In realtà non succede nulla di tutto questo. Anzi, gli Atti degli Apostoli descrivono questo come una specie di incontro casuale. Dal punto di vista dell'autore degli Atti è naturalmente un incontro provvidenziale. Ma è un incontro casuale.
Si mette in cammino ed ecco che un eunuco, un etiope, un funzionario di Candace, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme… Non è un pagano. Qui bisogna cominciare a distinguere tra gentili e pagani. Non è una persona che è di un'altra religione, o di un culto politeista, è un timorato di Dio. È uno che è venuto a Gerusalemme per celebrare il culto.
Qui impariamo una cosa molto importante. Noi di solito si dice: gli ebrei erano una religione chiusa all'interno del loro orticello, che pensavano che tutti i gentili andavano all'inferno, ecc., pensavano a se stessi come popolo eletto. E poi scopriamo che invece c'erano moltissimi gentili che già si erano uniti all'ebraismo. L'ebraismo è una religione che nell'impero romano ha moltissimi seguaci. Quindi l'idea che non esistessero gentili che erano aderenti all'ebraismo prima del cristianesimo, che il cristianesimo sia stato il primo movimento ebraico missionario non è storicamente corretto. Il primo movimento ebraico missionario, a parte la possibilità che è sempre aperta di accogliere i proseliti… Ma questo è un altro discorso perché apro le porte a te per entrare a far parte del popolo straniero che può diventare circonciso, può diventare membro a tutti gli effetti, quindi esiste il proselitismo. Ma io sto parlando di accogliere i gentili senza farli diventare ebrei.
Le comunità giudaico-ellenistiche accoglievano gentili già da lungo tempo. il giudaismo ellenistico si sviluppa soprattutto dopo la venuta di Alessandro Magno, dopo la formazione delle prime grosse comunità della diaspora, soprattutto ad Alessandria d'Egitto, poi anche ad Antiochia, in Siria, in Asia Minore, in Grecia e a Roma.
Noi abbiamo questa immagine un po' tradizionale della diaspora laica che comincia con la distruzione del Tempio: queste sono storie teologiche. La diaspora ebraica comincia molto prima e non ha nulla a che fare con la distruzione del Tempio. Fra l'altro la distruzione del Tempio non  provoca nemmeno particolare diaspora, se non movimento di profughi tra la Giudea e la Galilea. Cioè storicamente i movimenti di diaspora provocati dalla guerra giudaica sono abbastanza secondari e si risolvono all'interno della terra di Israele tra la zona sud e la zona nord, cioè c'è una migrazione dalla Giudea in Galilea, dal punto di vista diasporico.
La diaspora si è formata lungo tempo prima, è cominciata già dopo la conquista di Alessandro Magno, quando Israele si trova all'interno dei regni ellenistici, continua con grande vigore durante l'impero romano, e si consolida. Quindi quando Gesù predica e quando i primi cristiani predicano si trovano già di fronte a una situazione di diaspora ebraica. Esistono più ebrei fuori della Palestina che in Palestina, al tempo di Gesù.
Non solo, ma l'ebraismo è una delle poche se non l'unica principale religione monoteistica all'interno di un mondo che è in maggioranza politeista. Questo fa sì che sia una minoranza, ma anche che sia una minoranza che attrae molto, perché il monoteismo durante questo periodo tende a diventare più popolare. Perché esiste anche, diciamo, un monoteismo filosofico, c'è un movimento monoteistico anche all'interno della cultura ellenistica, e molti trovano nell'ebraismo una religione antica. Per i romani era molto importante, loro distinguevano tra la religio, che è una religione stabilita, antica, e la superstitio, la superstizione, che invece è un culto recente. Per loro l'ebraismo è una religione antica, consolidata che predicava una visione puramente monoteistica che attraeva molto.
Come risultato anche dell'unione di queste comunità ellenistiche la popolazione ebraica, il numero delle persone legate all'ebraismo cresce esponenzialmente. Quando i primi cristiani predicheranno il Vangelo, la buona notizia del perdono di Gesù Cristo troveranno comunità numerose nelle principali città dell'impero romano. Se voi seguite l'espansione della comunità cristiana voi vedete che segue esattamente i luoghi dove esistevano queste comunità giudaico-ellenistiche, le quali includevano ebrei e gentili.
Qual era il discorso fondamentale? Noi abbiamo delle bellissime descrizioni di queste comunità soprattutto da Filone di Alessandria, che è un filosofo ebreo, ed era il capo, è stato anche il capo della comunità ebraica ad Alessandria d'Egitto. Famoso filosofo, anche con una grossa reputazione nei circoli filosofici dell'epoca. Fra l'altro era anche fratello di una persona che ha fatto una bellissima carriera all'interno dell'amministrazione romana. Era ricco, le aveva tutte, insomma, per essere una persona importante ad Alessandria, oltre che uno dei principali filosofi neoplatonici dell'epoca, con grande reputazione anche fuori degli ambiti monoteistici.
Filone di Alessandria ci descrive come le comunità giudeo-ellenistiche mettessero al centro della loro riflessione non, come si penserebbe noi, la Torah, o il tempio. Per loro la cosa più importante era la sapienza, sophia. Cos'è la sapienza? La sapienza è l'ordine naturale dato da Dio attraverso la creazione. La sapienza viene data a tutti. Questo per loro è al cosa importante. La Torah è meno importante della sapienza, perché la vera legge divina non è stata data nella Torah, la vera legge divina è stata data nella sapienza, nell'ordine naturale, di cui la Torah, poi, diventa la perfetta espressione per gli ebrei. Ma la Torah dipende dalla sapienza, non è l'opposto.
Quindi qual è l'obiettivo della vita spirituale, della vita religiosa? È quello di vivere secondo la sapienza divina. E questo è un obiettivo che Dio, secondo gli ebrei ellenistici, ha dato a tutti gli uomini, ebrei e gentili. Pur avendo, poi, dato delle leggi particolari agli ebrei tramite la Torah. Ma la sophia, la sapienza è la legge universale data a tutti gli uomini. Quindi la comunità giudeo-ellenistica è una comunità di ebrei e gentili che si sforzano di vivere secondo l'insegnamento della sapienza celeste.
Voi sapete che ci sono anche dei libri della Bibbia che si chiamano sapienziali, dove al centro c'è l'idea della sapienza divina. Loro si rifacevano espressamente a questi libri. Infatti per la tradizione giudico-ellenistica, accanto a Mosè, Salomone è il grande personaggio, perché Salomone è il sapiente per eccellenza. Fra l'altro Salomone ha rapporti, secondo la tradizione, la leggenda ebraica, con i non ebrei, con la regina di Saba, è un eroe cosmopolita. Questo non voleva dire che la distinzione fra ebrei e non ebrei veniva abolita, ma soltanto che veniva inquadrata in una prospettiva diversa.
Filone ha delle bellissime pagine in cui dice che, esattamente come nel popolo ebraico c'è una distinzione tra sacerdoti e laici. Guardate, nella religione antica di Israele non si è sacerdoti per scelta, non si va in seminario, non si va a scuola per diventare sacerdoti, si è nati sacerdoti, e si è nati laici. È un fatto di nascita.
Per cui Filone poteva dire: così come nel popolo ebraico si nasce sacerdoti o si nasce laici, così nell'umanità si nasce ebrei o si nasce gentili. Questo non ha nulla a che fare con la salvezza, né con la pratica di vita, perché tutti siamo chiamati allo stesso obiettivo, di vivere secondo la sapienza divina. Ma questa distinzione è stata fatta perché così come all'interno del popolo ebraico c'è una distinzione tra sacerdoti e laici, così all'interno dell'umanità c'è una distinzione tra ebrei e  non ebrei, perché gli ebrei per nascita sono i sacerdoti dell'umanità. La comunità giudaico-ellenistica è formata a immagine e somiglianza della comunità di Israele.
Il popolo di Israele è fatto di sacerdoti e laici, l'umanità è fatta di ebrei e gentili, che sono un unico, che però vive secondo la sapienza divina seguendo leggi e norme diverse e avendo una funzione diversa. Ma tutte le leggi, tutte le norme, tutte le feste ebraiche hanno significato per il popolo di Israele, ma hanno anche un significato per l'umanità. Sono feste che celebrano la natura divina.
Il giudaismo ellenistico è la grande forma dimenticata di ebraismo. Noi conosciamo il giudaismo apocalittico, perché, che lo vogliamo o no, noi cristiani siamo gli eredi del giudaismo apocalittico. Conosciamo il farisaismo, perché, volendo o no, gli ebrei di oggi sono in gran parte gli eredi della tradizione farisaica. Conosciamo poco l'ebraismo ellenistico perché l'ebraismo ellenistico non ha lasciato eredi contemporanei. Anche se vivrà per secoli con grande successo e grande fortuna all'interno dell'impero romano e poi all'interno dell'impero bizantino, fino alla conquista musulmana, fino al VII secolo, dove gradualmente scomparirà.
È proprio perché il giudaismo ellenistico si era legato così profondamente alla tradizione ellenistica dell'impero romano e alla tradizione dell'impero bizantino che troverà poi difficoltà a sopravvivere alla caduta dell'impero bizantino. Mentre il giudaismo rabbinico si espanderà anche nelle zone…
Ma se voi andate in Israele, per es., trovate ancora oggi le rovine di sinagoghe ellenistiche, giudeo-ellenistiche. Le riconoscete immediatamente perché voi in una sinagoga non vi aspettate di trovare immagini, mentre queste sono sinagoghe dove trovate molte immagini. E al centro di queste sinagoghe, normalmente, nel pavimento a mosaico, trovate delle bellissime raffigurazioni dello zodiaco. Non soltanto lo zodiaco, trovate lo zodiaco come veniva rappresentato in epoca ellenistica, con al centro il dio sole. E dite: questi sono politeisti! No! Questi vedevano nella mitologia ellenistica una manifestazione, una raffigurazione della sapienza divina.
Lo zodiaco è l'immagine caratteristica del giudaismo ellenistico perché lo zodiaco è l'immagine dell'ordine dell'universo. Il messaggio centrale del giudaismo ellenistico è che l'universo ha un ordine, quest'ordine si ripete ciclicamente, e lo zodiaco è la manifestazione dell'ordine divino, della sapienza divina. Quindi al centro della sinagoga ellenistica voi avete la raffigurazione dello zodiaco, accanto, spesso, alla raffigurazione del sacrificio di Abramo, o meglio del bendaggio di Isacco, del sacrificio di Isacco, che [vede (?)] la Torah di Mosè. Queste sono un po' le immagini principali.
La tradizione giudaico-ellenistica è una tradizione [in cui] in alcuni casi la maggioranza dei suoi adepti sono non ebrei. Gli ebrei rappresentano la leadership sacerdotale. Ricordate quello che ho detto prima di come Luca interpreta la guarigione del centurione? È una persona così buona che ha costruito la nostra sinagoga.
Ecco, noi abbiamo iscrizioni, più di una iscrizione che ci ricordano come molte sinagoghe ellenistiche siano state costruite da non ebrei. E a queste sinagoghe partecipavano i non ebrei, che si sentivano a tutti gli effetti membri di questa comunità. L'etiope è uno di questi laici gentili. C'era un termine tecnico che veniva usato per loro, ed era quello di timorati di Dio.
Quindi quando voi nel Nuovo Testamento leggete dei timorati di Dio, questi timorati di Dio sono dei laici gentili che sono membri della comunità giudeo-ellenistica, e sono a tutti gli effetti membri della religione ebraica, anche se non sono etnicamente ebrei, né sono circoncisi. Nessuno gli chiedeva di circoncidersi.
Filippo incontra questo eunuco, e si mettono a parlare, anzi, l'eunuco era sul suo carro di viaggio che leggeva Isaia. Come vedete, non è una persona che deve essere istruita sulla religione ebraica. Questo è un membro della religione ebraica che legge Isaia, legge la Scrittura. Filippo lo raggiunge e cominciano a parlare insieme del profeta Isaia. E l'eunuco gli chiede di istruirlo.
Si mettono a discutere e Filippo gli annuncia la descrizione, rifacendosi all'immagine del servo di Dio di Isaia, che veniva, già nella tradizione del libro delle parabole, associato alla figura del figlio dell'uomo, e ora, a maggior ragione, per via della morte di Gesù, la sofferenza del figlio dell'uomo veniva associata all'immagine del servo di Dio. E Filippo gli dice che queste parole della Scrittura che si riferiscono al servo di Dio si riferiscono a Gesù.
Proseguendo lungo la strada giunsero a un luogo dove c'era l'acqua. E l'eunuco disse: Ecco, qui c'è l'acqua, che cosa mi impedisce di essere battezzato? Guardate che non è Filippo che dice: ti ho convinto, ricevi il battesimo, è l'eunuco che fa una domanda,  dice: qui c'è dell'acqua, perché, cosa è che mi impedisce - guardate che è molto simile alla donna cananaica - di essere battezzato? Filippo non sa cosa dire, non trova nessun  impedimento e lo battezza. Questo, secondo la tradizione cristiana, è il primo battesimo nella storia del cristianesimo.
Una persona dell'Etiopia a cui non viene annunciato il battesimo, ma che chiede di essere battezzato. Non è uno degli Apostoli, dei seguaci più stretti di Gesù, né un membro della famiglia di Gesù, né uno dei Dodici che battezza, è uno dei sette, Filippo, il quale battezza l'eunuco perché l'eunuco gli domanda che cosa impedisce. È molto simile alla donna cananaica. Cosa mi impedisce di ricevere il battesimo, cosa mi impedisce di ricevere questo dono del perdono dei peccati. E Filippo battezza.
Dopodiché si apre un altro capitolo, ma qui mi fermo, perché volevo lasciare un quarto d'ora per alcune domande perché abbiamo messo un sacco di carne al fuoco, e stasera ne abbiamo altrettanta. Quindi fermiamoci qui un momento.
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Appendice di domande.
Raccogliamo un pochino di domande, anche sulla prima parte, su Gesù e… Questo era un pochino per confermare che, vedete, il discorso di Gesù, sono venuto soltanto per le pecore di Israele, è confermato non soltanto da quello che leggiamo nei Vangeli, ma anche da come Luca ci racconta dell'apertura ai gentili.
Domanda. Come si spiega la seconda moltiplicazione dei pani?
Risposta. Quello ci arrivavo stasera, ma perché ci sono due banchetti? Perché in uno avanzano dodici e nell'altro sette? Perché ci sono due tavoli. Allora il racconto della moltiplicazione dei pani viene sdoppiato - è un unico racconto a livello originale - in due parti perché tutti e due i gruppi si sentissero egualmente aventi la stessa dignità. Gesù non soltanto ha fatto un banchetto per gli ebrei, ha fatto un banchetto anche per i non ebrei, o meglio, per i sette, per i giudeo-ellenisti, i quali poi si espandono a includere anche i gentili.
Ricordate che il giudaismo ellenistico comprendeva anche i gentili. Quindi non è un caso che siano questi ebrei che vengono dalla tradizione giudaico-ellenistica, i quali sono più a loro agio con i gentili. È molto probabile che gli Apostoli abbiano avuto anche nella loro vita inizialmente scarsissimi rapporti coi gentili.
Mentre invece gli ebrei ellenistici avevano rapporti quotidiani con i gentili. Quindi logicamente fungono da [annunciatori] con la componente gentile, perché già avevano una esperienza di rapporto con i gentili stessi. Non seguivano le leggi di purità che permettevano loro di stare insieme con i gentili, e di condividere la stessa mensa con i gentili.
Però, giusto. Perché ci sono due [moltiplicazioni dei pani]? E non in tutti i Vangeli. Luca ne ha una sola, mentre invece Matteo ne ha due.
Domanda. Io avrei tre domande. Cerco di essere più sintetica possibile. La premessa di stamattina sull'universalismo e l'esclusivismo. Sono rimasta un po' interdetta perché io personalmente avevo sempre inteso l'universalismo in un altro senso, cioè non tanto la capacità di accoglienza degli altri - questa può essere una conseguenza - ma l'universalismo nel senso: a chi è destinata la salvezza, chi sono i destinatari della salvezza nel pensiero di Dio. E in questo senso io ho sempre ritenuto…
Cioè la questione del fondamentalismo io la metterei da parte, perché queste sono deviazioni umane, conosciute nell'islam, nel cristianesimo, nell'ebraismo. Ma non vuol dire che non siano universaliste. In questo senso io ho sempre ritenuto che in realtà anche l'ebraismo è una religione universalista, che se ci possono essere delle correnti che lo intendono riservato ai figli di Israele secondo la carne, secondo me sono deviazioni. Ci possono essere, però ci sono anche altre correnti che non intendono così. Questa è la prima cosa.
La seconda. Vorrei capir meglio sui giusti che non hanno bisogno di essere giustificati, diciamo così, cioè che si ottengono la salvezza da soli. È chiaro che noi leggiamo tenendo presente tutto il Nuovo Testamento, anche: è difficile leggere a sezioni. Comunque anche ieri ha detto che l'idea del peccato originale, per es., è presente anche da prima di Cristo. Quindi una certa necessità di salvezza per ogni uomo, giusto o peccatore che sia, ci vuole.
Terza cosa. Per es., la lettura fatta dell'episodio della sirofenicia… Cioè io non so esattamente il Cristo storico - perché non ho mai fatto studi in questa direzione - il Cristo storico dove arrivi, se arrivi a comprendere anche Gesù risorto. Comunque io non ho mai letto il mandato finale del Vangelo, andate e predicate a tutta la creazione, come, diciamo, un tentativo un po' in extremis degli Evangelisti di fare rientrare anche questa dimensione così essenziale per il messaggio cristiano.
Ma che poi gli Apostoli e i discepoli possano non averla capita subito, per cui si vede tutto il percorso degli Atti, questo è un altro discorso. Però come, diciamo, una economia divina che si sviluppava in questo modo. Per me nell'episodio della sirofenicia è anche fondamentale quella piccola parola che Gesù dice nel Vangelo di Marco: lascia prima che si sazino i figli. Lasciando intendere in questo modo che c'è un dopo in cui gli uomini sono chiamati ad essere saziati da lui.
Risposta. Velocemente. Prima di tutto sull'universalismo, d'accordissimo. Cioè io ho fatto quella premessa perché qualche volta si legge l'universalismo in maniera diversa, ma sono d'accordo: questo è il modo in cui bisogna leggerlo. Cioè l'universalismo è la capacità di riconoscere l'azione di Dio ovunque, quindi di essere inclusivi. Dico che tante volte ci sono gruppi, nel cristianesimo, nell'ebraismo o nell'islam che identificano l'appartenenza al gruppo con la salvezza. Si diceva: extra Ecclesia nulla salus. Si diceva: tutti possono entrare nella Chiesa, siamo universalisti, però fuori della Chiesa non c'è salvezza. Allora in quel caso è universalismo o no? Dipende da cosa si intende per universalismo.
Io sono d'accordissimo. Il vero universalismo è la capacità di riconoscere la universalità dell'azione divina. Non è nel porre barriere tra il nostro gruppo e gli altri. In questo senso un ebreo che dice: nessun gentile può entrare nel mio gruppo, cioè l'ebraismo è un religione non missionaria, però esistono giusti fra le genti, è particolarista o universalista? È logico che è particolarista nel senso di appartenenza e universalista nel senso della salvezza. Poi c'è anche chi è particolarista nel doppio senso, cioè soltanto alcune persone entrano in questo gruppo, tutti quelli di fuori sono [dannati]… Cioè c'è anche questo. Qumran è anche peggio. Dicevano che soltanto i membri della comunità di Qumran erano salvi, tutti quelli fuori, inclusi gli ebrei erano tutti figli delle tenebre. Ne abbiamo tanti di questi esempi.
La domanda se tutti sono peccatori. Ecco, questa è una domanda importante, perché sarà una delle domande al centro del dibattito del primo cristianesimo. Dunque, il figlio dell'uomo è venuto per dare il perdono dei peccati ai peccatori. La prima domanda è: chi sono i peccatori? Ebrei, non ebrei, tutti e due. Rifacendomi al terzo punto sono d'accordo. Non bisogna contrapporre il Gesù storico ai discepoli. Cioè il fatto che Gesù storicamente, da quello che posso capire, non abbia predicato ai gentili non vuol dire che sia sbagliato predicare ai gentili. Tutt'altro.
L'episodio della sirofenicia dimostra che c'è qualcosa nell'insegnamento di Gesù che poteva essere sviluppato in quella forma. E di fatto fu sviluppato in quella forma. Quindi nella teologia cristiana c'è questa consapevolezza della crescita nella comprensione di Gesù. Quello che poi Gesù realmente intendesse non lo posso sapere dal punto di vista storico.
Però, ripeto, non bisogna contrapporre quello che i primi cristiani fecero a quello che ha fatto Gesù. Bisogna domandarsi che cos'è in quello che ha fatto Gesù che poi ha fatto discutere i primi cristiani, ha fatto pensare i primi cristiani, li ha fatti crescere, gli ha fatto capire cose nuove. Perché in fondo è quello che facciamo anche oggi. Continuiamo continuamente a pensare a quello che Gesù ha fatto e a scoprire, a tirare fuori cose nuove dall'otre vecchio. Cioè c'è tutto questo discorso, che è importante.
Quello che volevo dire è questo. L'esperienza di Gesù è una esperienza che va intesa, va inquadrata in una prospettiva che non è la nostra, perché è fortemente apocalittica, fortemente segnata dal fatto di una attesa imminente della fine dei tempi. Quindi c'è un messaggio che è come un pugno. La fine sta venendo, bisogna decidersi, non c'è tempo. Chi è peccatore bisogna che faccia qualcosa se non vuole finir male. E Dio ha fatto qualcosa, perché Dio ha mandato il figlio dell'uomo a dare il perdono dei peccati come dono ai suoi figli. Del quale poi possono usufruire anche e usufruiscono anche, già di fatto, i gentili, anche se questo non è il centro.
Però nella comunità cristiana, dopo la resurrezione, ovviamente, cominciano a porsi delle domande. Logicamente queste domande sono essenzialmente: chi sono i peccatori. Ebrei, non ebrei, si può estendere… Pensate alla domanda che qui ci vien detta dagli Atti: cosa impedisce a me peccatore di ricevere il battesimo? Qui avete uno dei pochi casi in cui il testo vi dice esattamente quella che è la domanda che dovettero porsi. I primi cristiani dovettero porsi esattamente questa domanda: cosa impedisce, in fondo, ai peccatori gentili di ricevere questo dono? In fondo anche la cananaica, la sirofenicia ha ricevuto la guarigione per la sua figlia. E in fondo anch'essi appartengono…
Ovviamente chi apparteneva, chi era, chi veniva da una sensibilità, come i giudeo-ellenisti che si uniscono al movimento di Gesù, che avevano già sviluppato da molto tempo questa sensibilità di incontro coi gentili, erano quelli più pronti anche a un incontro. Perché di fatto avevano rapporti, avevano contatti con i gentili.
La seconda domanda, e su questo mi soffermerò stasera, la seconda domanda che si pongono i primi cristiani è: quanti sono i peccatori? Esiste persona senza peccato? Esiste persona che possa non aver bisogno del perdono dei peccati? Quello che in ogni caso volevo dirvi è questo. Qui non si parte da una prospettiva in cui i discepoli predicano: se non prendete il battesimo andrete all'inferno.
Io purtroppo vivo in un paese dove è molto forte il movimento evangelico. Vengono nel campus universitario con queste bandiere, stendardi dove c'è scritto: battezzati o andrai all'inferno. E poi sono tutti contenti di ricevere insulti, perché dicono: vedete, ci perseguitano perché amiamo dire la verità. Io una volta mi sono messo accanto a questi del campus, sono salito sul podio con un cartello: non giudicate se non volete essere giudicati. E mi sono messo lì in silenzio per un pomeriggio. Qualche anno fa. Perché c'era questo gruppo che veniva…
Cioè noi dobbiamo fare i conti con questo problema, che è un problema che si domandano i primi cristiani. È una domanda, che poi è una domanda complessa. Perché prima di tutto una cosa è dire: non c'è nessuno che non abbia mai peccato. Su questo tutti erano d'accordo. Cioè sul fatto che non esista una persona che nella sua vita non commetta nemmeno un peccato, sadducei, farisei, cristiani, esseni, giudei ellenisti sono tutti d'accordo. Però il commettere un peccato non fa di una persona un peccatore se la legge o se la religione fornisce anche degli elementi alla persona di pentirsi e di poter fare una conversione.
Quindi non necessariamente la persona che ha commesso un peccato, ha commesso alcuni peccati è un peccatore. Come si fa a definire il peccatore? Perché poi nel Vangelo e anche in Paolo troviamo il discorso di non giudicare, alla fine, per fortuna, non dobbiamo fare noi questa scelta. Io sono molto grato a queste pagine, perché così almeno posso dire che non è un problema che mi riguardi. Perché riguarda Dio e se la vedrà lui, per fortuna. Nessuno di noi in questa sala dovrà fare il giudizio, se Dio vuole. Nessuno di noi sarà giudice. Quindi questo problema alla fin fine riguarda Dio.
Però il problema nasce, il problema è reale. Da un lato c'è il problema di quanto si estende la misericordia di Dio, a chi si estende la misericordia di Dio. Dall'altro ci dice: considerato che la forza del peccato è molto forte, quanto si estende questa forza? Tutti gli uomini sono peccatori, che hanno bisogno del perdono del battesimo, oppure no? Questa è una domanda anche oggi. Cioè una persona che non è battezzata, voi pensate che vada all'inferno? È una domanda molto semplice. A parte che si potrebbe rispondere: non sta a noi giudicare.
Ma se noi diciamo che tutti sono peccatori, nel senso che tutti hanno bisogno del perdono, della giustificazione noi diciamo che chi non riceve la giustificazione non è salvo. È quello che vogliamo dire? È quello che gli evangelici dicono negli Stati Uniti: chi non è battezzato nel nome di Gesù Cristo non ha alcuna speranza nel mondo a venire. È quello che vogliamo dire? Non so, lo domando. Poi se lo vogliamo dire lo possiamo anche dire. Io non lo dico. Non mi pare che sia questo il problema.
Però è una domanda seria, una domanda molto seria. Perché è una domanda che riguarda sia i confini, i limiti della misericordia di Dio da un lato: quanto si estende la misericordia di Dio? Dall'altro, quanto si estende il potere del male? Persino in Paolo, lo vedremo stasera, che dice che tutti gli uomini sono schiavi. E guardate, lui si riferisce ad una situazione reale, la schiavitù è una cosa che esisteva al suo tempo, e l'essere schiavi di un padrone malvagio era una realtà reale, concreta. Tutti gli schiavi di un padrone malvagio sono peccatori? Cioè, non è questa l'esperienza. Certo, una persona che è schiava di un padrone malvagio, è molto difficile essere giusti. Perché uno schiavo deve obbedire.
Ma vogliamo dire che era l'esperienza di Paolo che tutti gli schiavi sono tutti peccatori perché sono al servizio di un potere malvagio, o potenzialmente malvagio? O Paolo vuole indicare piuttosto come da questa condizione umana ci si debba liberare perché sia più facile compiere il bene? O vuole condannare tutte le persone che sono nella schiavitù del male? Sono tutte domande. E i primi cristiani danno risposte diverse.
Lo so che noi leggiamo il Vangelo, il Nuovo Testamento come un insieme. Però è anche vero che dal punto di vista storico io lo devo leggere non pensando che una persona condividesse quello che viene scritto da un altro testo, e soprattutto un testo che è scritto più tardi. Ma io lo devo vedere dal punto di vista storico come espressione di un dibattito teologico. La cosa bella del Nuovo Testamento è che i cristiani non hanno nascosto le loro differenze. Per me è un grandissimo insegnamento, perché in questa maniera ci hanno insegnato anche che è possibile avere opinioni diverse all'interno della stessa religione.
Perché se io posso avere Paolo insieme alla lettera di Giacomo, insieme al Vangelo di Matteo vuol dire che c'è spazio, una libertà di dialogo, che stando all'interno di una comunità religiosa non sono costretto ad una uniformità di pensiero. Perché persino nel canone viene riconosciuta la libertà di pensiero. Perché posizioni e sensibilità diverse trovano accoglienza. Sì, è vero che il canone ha abolito alcune posizioni più estreme, è vero che nel canone non c'è il Vangelo di Tommaso, è vero che nel canone non c'è il Vangelo degli Ebioniti, è vero che nel canone non ci sono alcune delle voci più estreme, che pure erano parte della diversità cristiana nei primi due o tre secoli. È vero. Il canone ha agito anche come limitazione.
Però i paletti del dibattito sono stati posti in maniera molto ampia. L'unico che ha cercato di chiudere il dibattito è stato Marcione. E Marcione non è stato seguito, secondo me provvidenzialmente. Ma questo lo posso dire non da storico. Il quale voleva limitarsi ad un unico Vangelo.
Il fatto che abbiamo quattro Vangeli, che esprimono sensibilità diverse, significa che la Chiesa non decise di imporre una totale uniformità di pensiero, ma riconobbe l'importanza del dibattito, quindi preservando voci diverse, nella Bibbia stessa, nell'Antico Testamento. Ma questo anche nella comunità ebraica. Nella Bibbia stessa noi abbiamo testi diversi, abbiamo testi sapienziali dove non si parla della Torah, abbiamo la Torah di Mosè dove non si parla della resurrezione, abbiamo il libro di Daniele dove si parla della resurrezione.
Quindi noi abbiamo testi che esprimono sensibilità molto diverse: abbiamo testi apocalittici, abbiamo testi dove si mette l'accento sulla Torah di Mosè, abbiamo testi dove si mette l'accento sulla sapienza. E tutti questi testi fanno parte delle Scritture di Israele, e fanno parte anche delle Scritture cristiane.
Quindi vuol dire che anche la tradizione cristiana ci ha preservato non soltanto gli echi di un dibattito teologico, ma ci ha anche sancito la legittimità del dibattito teologico, di fronte a ogni tentativo di chiudere il dibattito teologico in una voce unica.
Tante volte pensiamo: i primi cristiani avevano tutti la stessa idea, siamo noi che poi abbiamo complicato le cose e abbiamo creato le divisioni. Non è così. La Chiesa cristiana è stata fin dall'inizio estremamente diversa, e con tensioni anche profonde. Basta pensare tra il gruppo dei discepoli e il gruppo della famiglia, tra la Chiesa di Gerusalemme di Giacomo, lo vediamo stasera, e le Chiese di Paolo, tra i sinottici e Giovanni. Cioè ci sono delle tensioni anche profonde. Però queste tensioni sono state preservate in un canone normativo che legittima la libera discussione, e anche legittima l'avere differenze di sensibilità, di opinioni, di accentuazioni.
E questa, secondo me, è una lezione molto forte che ci viene anche dalla storia. Noi ci aggiungiamo le voci non canoniche ad arricchire ancora il panorama di diversità, ma questa diversità è già nelle fonti stesse preservate dalla tradizione ecclesiale. E credo che di questo dobbiamo essere profondamente grati.


 
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