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Attività

Leggere il Vangelo di Matteo come testo giudaico del Secondo Tempio
(Prof. Gabriele Boccaccini)
(il testo non è stato rivisto dall'autore)


Terzo giorno seconda lezione

Dunque, riprendiamo il nostro discorso sui farisei, ora. Abbiamo visto nella prima parte della mattinata il rapporto, se volete, molto semplice, tra Gesù e il suo movimento e i sadducei, che è un rapporto molto lineare perché si colloca sempre su una stessa linea di opposizione. Non ci sono varianti significative.
Le comunità cristiane dopo il 70 non introducono ulteriori varianti semplicemente perché con la distruzione del tempio il movimento sadduceo ha perso il potere. A questo punto i romani si appoggiano più sull'elemento farisaico.
Quindi, quello che volevo dire, nella tradizione evangelica, anche nel Vangelo di Matteo, non vediamo degli sviluppi sul rapporto tra i cristiani e i sadducei per due ragioni, ripeto. Uno, perché il rapporto si mantiene univoco nel tempo, è un rapporto semplicemente di opposizione.
I sadducei rappresentano un partito con il quale non si dialoga. Certo, si dialoga con il tempio, si affronta il problema del tempio, ma l'autorità del tempio è una autorità illegittima. La tradizione apocalittica addirittura ritiene che il tempio sia contaminato - lo vedremo meglio stasera parlando degli esseni - addirittura che sia contaminato perché il tempio usa un calendario che non è quello che si dovrebbe usare, quindi celebrano le feste al momento sbagliato. Le persone che celebrano i sacrifici, i sacerdoti, sono persone che hanno profanato il proprio lavoro, e quindi non sono legittimamente autorevoli. Il tempio è una istituzione che avrà una sua fine alla fine dei tempi.
E quindi, come vedete, tutti questi elementi portano a una situazione di rottura. Il conflitto permane anche dopo la morte di Gesù. Il movimento sadduceo è protagonista di quei tentativi di repressione del movimento gesuano che avvengono, in una delle quali, fra l'altro, sarà coinvolto anche lo stesso Paolo.
E questa storia di conflitto si esaurisce soltanto, poi, con  la distruzione del tempio, quando il movimento sadduceo perde il potere. Quindi i Vangeli scritti dopo il 70 non introducono novità perché nessuno domanda agli Evangelisti: e allora noi cosa dobbiamo fare con i sadducei? È una domanda che non esiste più. La storia del conflitto si è già risolta con la scomparsa dei sadducei.
Il discorso dei farisei è completamente diverso, perché qui si mischiano molti altri elementi. Prima di tutto i farisei e i cristiani hanno molti punti in comune, quindi hanno molte cose di cui discutere.
Secondo, i farisei e i cristiani condividono molte cose, per cui i cristiani devono in qualche maniera distinguersi da… Quando si è molto simili bisogna anche dire ciò nel quale non siamo d'accordo.
Cioè più siamo simili, e però vogliamo mantenere una identità diversa, e più bisogna dire: sì, voi ci vedete tutti uguali, però in realtà noi siamo diversi da loro, non siamo proprio della stessa [pasta]. Questo ovviamente avviene sia da parte cristiana sia da parte farisaica.
Quindi fin dall'inizio il rapporto è molto complesso. Le occasioni di dialogo sono molte. Il conflitto è determinato proprio da una forte competizione. Ci si rivolge essenzialmente allo stesso tipo di pubblico, e però si prospettano soluzioni lievemente diverse. E quindi in pratica si cerca di attrarre dallo stesso bacino.
Nessuno pensa di convertire al proprio gruppo una persona sadducea, però i cristiani e i farisei, entrambi si rivolgono a uno stesso tipo di persone che vogliono portare dalla propria parte, ma in prospettive diverse.
Il terzo elemento importante è che la storia fra cristiani e farisei non si esaurisce con Gesù, non si esaurisce nel periodo successivo alla morte di Gesù, quindi non si esaurisce con Paolo, e non si esaurisce dopo la rivolta del 70.
Anzi, è dopo la rivolta del 70 che per certi versi vi è un cambiamento, anche, nei rapporti. Perché almeno in certe aree, non dappertutto, e senz'altro nell'area matteana, nell'esperienza di Matteo, i farisei diventano non soltanto dei "compagni che sbagliano", cioè delle persone che sono simili, ma si muovono in direzioni non del tutto corrette, ma diventano la controparte, diventano un gruppo che ha assunto una sua autorità, e al quale i cristiani in qualche misura si trovano sottoposti dal punto di vista politico se vogliono rimanere all'interno della comunità ebraica.
Questo è il dilemma di Matteo: come posso rimanere all'interno di una comunità in cui i farisei sono, oggi, l'autorità politica, pur non condividendo la loro autorità morale e religiosa.
Questo fa sì che, per es., nelle nostre fonti i riferimenti ai farisei cambino non soltanto in quantità, ma anche in qualità. Se voi prendete il Vangelo di Marco, il Vangelo di Marco presenta una serie di controversie che mettono su questioni teologiche, diciamo così, o su questioni pratiche, da un lato l'accento, in alcuni casi, sul fatto che i farisei innovano, e allora i cristiani sono contrari ad alcune innovazioni dei farisei, nell'altro lato abbiamo delle situazioni in cui farisei sono contrari ad alcune delle innovazioni dei cristiani.
Questo ve lo volevo dire anche perché, tante volte, noi magari, si pensa: i farisei sono responsabili delle tradizioni, i cristiani vogliono rinnovare. Per cui i farisei sono coloro che si oppongono alle novità cristiane. Guardate che ci sono degli esempi in cui sono i cristiani ad opporsi alle novità dei farisei. Quindi non è che i farisei sono sempre conservatori e i cristiani sono sempre [innovatori].
Per es., sulla questione del divorzio, o sulla questione della tradizione dei Padri i cristiani giocano il ruolo dei conservatori, rispetto ai farisei che vogliono innovare la tradizione. Perché l'idea dell'esistenza di una legge orale è una novità farisaica, non è un elemento che è accettato da tutti nel mondo ebraico. L'idea che la tradizione dei Padri abbia una autorità nell'interpretazione delle Scritture è una novità dei farisei, alla quale i cristiani si oppongono dal punto di vista della tradizione. Noi siamo contrari ad una innovazione.
Nella questione del divorzio i farisei hanno un atteggiamento innovativo, nel senso di modifica della tradizione, i cristiani si oppongono dal punto di vista "in origine non era così". Quindi si pongono come un movimento conservatore.
In altri casi, invece, sono i cristiani che innovano e i farisei giocano il ruolo di coloro che si oppongono alla novità cristiana.
In altri casi cristiani e farisei concordano, per es., nella critica ai sadducei, o nell'interpretazione dell'amore come elemento centrale, che è superiore a ogni forma di sacrificio. O sulla resurrezione. Cioè questi sono elementi sui quali farisei e cristiani concordano. Questi elementi sono innovazioni, perché l'idea della resurrezione non è una idea tradizionale, è una idea innovativa.
L'idea della fine dei tempi, l'idea del giudizio finale, l'idea della resurrezione, del mondo a venire e del regno di Dio sono idee nuove. Non sono idee che fanno parte del patrimonio accettato, come ora, di ebraismo e cristianesimo. Sono idee nuove che vengono portate avanti da entrambi i gruppi.
Per cui da un lato noi abbiamo una situazione in cui cristiani e farisei concordano su alcuni principi comuni di novità, concordano sull'idea della resurrezione, del mondo a venire, del regno dei cieli e della fine dei tempi, il primato delle opere sui sacrifici, per es. Questo è un altro elemento sul quale farisei e cristiani concordano, rispetto all'elemento sacrificale del tempio: la critica antisacerdotale. Anche se in ambito farisaico questa critica antisacerdotale è svolta in maniera meno radicale, che non nella tradizione apocalittica cristiana.
La cosa principale che divide i cristiani dai farisei è proprio questa diversa concezione dell'origine del male e del motivo per cui il mondo è corrotto. La tradizione farisaica respinge completamente l'idea cristiana apocalittica di una corruzione cosmica, del peccato originale, tanto per dirla in termini.
Il farisaismo si oppone a questa idea sulla base dell'idea che invece l'uomo sia libero di fronte all'obbedienza alla legge. Quindi tutti quei discorsi cristiani che riguardano la restaurazione di una dignità dell'uomo nei confronti di Dio, come risposta di Dio alla corruzione intervenuta con il peccato cosmico sono discorsi che rimangono completamente estranei alla tradizione farisaica.
La concezione del Messia celeste, che è tipica dei movimenti apocalittici, di nuovo rimane estranea al farisaismo. Il Messia non ha nulla a che fare con il giudizio. Il giudizio è di Dio sulla base del dono della legge, e non c'è bisogno di un Messia che sconfigga gli angeli ribelli, o, nella visione cristiana, offra un perdono dei peccati alle persone che sono sotto il potere del male.
Il farisaismo reagirà molto decisamente rispetto a questa teologia, soprattutto perché nella visione farisaica il Messia viene quasi, come è vero, e come di fatto poi avviene nel cristianesimo, quasi a prendere una dignità e il posto stesso di Dio, a diventare Dio egli stesso.
C'è un famoso passo che è attribuito nella tradizione rabbinica a R. Aqiba che riguarda l'interpretazione di Dn 7. Ricordatevi che, ne facevo riferimento i giorni scorsi, in Dn 7 noi abbiamo un grosso problema interpretativo. Perché noi abbiamo la visione di troni (plurale) che vengono stabiliti. E poi abbiamo una visione di giudizio. Ma poi in realtà vi è un solo giudice.
Allora, perché si parla di troni e non di trono? Questa è una domanda esegetica. L'autore di Daniele, probabilmente, aveva l'idea di Dio che si siede sul trono, come un giudice, circondato dalla corte celeste, dagli angeli. Cioè non credo che lui avesse in mente tanto di più.
Però rimane questo punto, che c'è questa visione di troni e poi c'è soltanto una persona che si siede sul trono a compiere il giudizio, l'antico dei giorni che è Dio, che siede sul trono del giudizio a compiere il giudizio e a giudicare gli animali, le bestie e il figlio dell'uomo e il popolo di Israele, al quale invece viene dato il potere.
Ricordate il libro delle parabole di Enoch. La tradizione spiega perché ci sono i troni. In realtà ci sono troni perché i troni sono due, uno per Dio Padre e uno per il Messia, per il figlio dell'uomo che siede alla destra del Padre a compiere il giudizio. Questa è la visione anche cristiana. Gesù con la resurrezione è ora - qui le fonti divergono perché qualcuno dice: è ora in piedi, nella visione di Stefano, forse, probabilmente la visione originale, perché ancora non è seduto, ancora non c'è il giudizio.
Comunque è in cielo pronto a sedersi, o già seduto sul trono del giudizio insieme a Dio Padre per compiere il giudizio. Quindi questa è la ragione per cui ci sono i due troni, uno è per Dio Padre e uno è per il Messia, per il figlio dell'uomo.
La tradizione rabbinica ha un passo molto interessante che è attribuito a R. Aqiba. R. Aqiba, è dell'inizio del II secolo, è un famoso rabbino della tradizione farisaica. Indipendentemente dal fatto che sia stato lui o no, comunque è interessante questo passo, in cui R. Aqiba legge Daniele. E legge che dei troni saranno posti per il giudizio. E R. Aqiba dice: un trono è per Dio, un trono è per il Messia.
Al che tutti gli altri rabbini dicono: Ah, R Aqiba! Ma cosa ci vieni ma dire! Perché in questa maniera ci sono due poteri in cielo, non c'è più un solo Dio. Abbiamo Dio che condivide il proprio potere con qualche altro, con il Messia, con il figlio di Davide (quello diceva Aqiba). R. Aqiba ci ripensa e dice: Sì, certo, avete ragione, non può essere così. Allora un trono è per la misericordia di Dio e un trono è per la giustizia di Dio. Cioè è Dio che occupa entrambi i troni con gli attributi che manifesta nel momento del giudizio.
A questo punto tutti i rabbini sono d'accordo e dicono: bravo Aqiba, questa è l'interpretazione di Daniele, perché non ci possono essere due poteri in cielo. Questo è un po' il problema del messianismo del libro delle parabole e anche un po' il problema del messianismo cristiano. Che il Messia acquista un ruolo che è comparabile al ruolo stesso di Dio.
Tanto che poi nella tradizione cristiana il Messia, Gesù, è la manifestazione di Dio stesso, è lo stesso, è divino. Anche se questo non avviene nella tradizione enochica e non è subito esplicitato nella tradizione cristiana fino al Vangelo di Giovanni. Il Vangelo di Giovanni afferma che Gesù è la manifestazione, è l'incarnazione di una manifestazione di divina, del Logos divino, della Parola divina.
Comunque il discorso fondamentale cristiano sarà appunto questo, che Gesù, per virtù della resurrezione, è ora posto, è ora in piedi o seduto sul trono di Dio pronto per il giudizio. Dopo aver assolto alla sua funzione di colui che ha portato il perdono dei peccati è pronto adesso a svolgere alla sua funzione di giudice. Gesù si manifesterà alla fine dei tempi come giudice.
Interessante anche che la tradizione cristiana, specialmente quella più antica, non presenta degli elementi di particolare tensione e opposizione nei confronti dei farisei, certo, di differenza, di distinzione, di competizione, ma non di scontro frontale.
Tanto che nella tradizione di Marco, per es., i farisei sono completamente assenti al momento della passione. Se leggete il Vangelo di Marco, Gesù discute con i farisei in più occasioni durante la sua predicazione. Qualche volta concordando con i farisei su questioni significative, per es., sul primato dell'amore, qualche volta contestando certe novità farisaiche, tante volte mostrando certe novità cristiane in opposizione a una posizione più conservatrice dei farisei.
Ma i farisei sono posti sullo stesso piano di gruppi che noi oggi consideriamo naturalmente molto vicini ai cristiani. Per es., secondo me l'esempio più interessante è quello che è dato dal passo che c'è in Marco, Matteo e Luca riguardo alla controversia sul digiuno, nella quale i farisei sono accomunati a un gruppo di persone che voi pensereste estremamente vicine a Gesù, i discepoli di Giovanni Battista.
Si dice: I discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunavano. E il popolo venne e disse a lui: Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano? E Gesù disse, praticamente, che quando lo sposo arriva non si digiuna più.
Questo vuol dire che per i farisei e per i discepoli di Giovanni Battista lo sposo non era arrivato.  Ovviamente per i cristiani Gesù è lo sposo, quindi è arrivato. E quindi questo li differenzia sia dai seguaci dei farisei sia dai seguaci di Giovanni Battista.
Interessante molto perché, intanto qui impariamo, come in altri passi, che non è che il movimento di Giovanni Battista scompare nel momento in cui emerge il movimento di Gesù. Qui abbiamo un colloquio che continua con i discepoli di Giovanni Battista, e non tutti i discepoli di Giovanni Battista diventeranno cristiani. Anche se possiamo assumere che alcune delle persone che, magari, Gesù ha conosciuto come seguaci di Giovanni Battista, poi facciano parte della prima comunità cristiana.
Sembra, anche considerando quello che ci dice il Vangelo di Giovanni, è molto probabile che molti dei primi discepoli di Gesù non siano persone incontrate per caso per strada in Galilea, ma sono persone con le quali Gesù ha già stabilito dei contatti e dei rapporti di amicizia, di fratellanza nel periodo in cui essi sono con Giovanni Battista.
È questa, per es., la posizione che sembra suggerire la lettura del Vangelo di Giovanni, che colloca la formazione della prima entità cristiana già nel momento in cui Gesù si trova con Giovanni Battista.
Quindi è molto probabile che è Gesù che ha lasciato Nazareth per unirsi a Giovanni Battista, ha trascorso diverso tempo, senz'altro, nella Perea, poi non ritorna a Nazareth, ma si reca a vivere con altre persone che lui aveva incontrato, con le quali aveva condiviso l'esperienza di Giovanni Battista, e che questo sia il primo nucleo di persone che costituisce il primo movimento gesuano.
La tradizione di Matteo, e in misura minore la tradizione di Luca invece presentano alcuni passi molto più diretti contro i farisei in occasione non soltanto di altri episodi della vita di Gesù, ma soprattutto, poi, in occasione della passione di Gesù. Suggerendo, quasi, che alcuni farisei possano essere stati in rapporto o abbiano condiviso la decisione dei leaders saducei. Questo è particolarmente forte, senz'altro, in Matteo, ma ci arriveremo su Matteo.
Quello che riguarda la storia delle relazioni tra Gesù e i farisei ci parla quindi di un rapporto di vicinanza e al tempo stesso di un rapporto di competizione che avviene durante il periodo della predicazione di Gesù.
Ci sono anche dei passi interessanti che riguardano l'esperienza della prima comunità cristiana. Soprattutto negli Atti degli Apostoli sono abbastanza interessanti alcuni episodi che mettono in rapporto i farisei con il movimento gesuano.
Il primo passo è quello famoso agli inizi degli Atti degli Apostoli, dove alcuni discepoli di Gesù vengono arrestati e i farisei intervengono a difesa dei seguaci di Gesù, in particolare Gamaliele.
Gamaliele è uno dei più grandi esponenti del movimento farisaico in questo periodo. Voi sapete che anche Paolo dice di essere stato discepolo di Gamaliele a Gerusalemme. È interessante che gli Atti degli Apostoli si richiamino all'autorità di Gamaliele.
Ripeto, non  sappiamo se è una cosa storica o meno, però è interessante che gli Atti degli Apostoli affermino, riconoscano, nonostante tutte tensioni e difficoltà, che i farisei hanno aiutato il movimento di Gesù.
La posizione dei farisei è molto netta, Gamaliele la esprime nel senso di dire che il movimento di Gesù appare a lui come altri movimenti simili messianici, come Teuda o Giuda il galileo. Sappiamo di queste persone da Giuseppe Flavio.
Quindi vuol dire che dal punto di vista di un ebreo del II secolo l'esperienza di Gesù non appariva, in fondo, molto dissimile da quella di altri predicatori, di altri messia, pretendenti messianici del I secolo.
Il ragionamento di Gamaliele praticamente è quella che diventerà, poi, la posizione ufficiale nella tradizione rabbinica: l'indifferenza rispetto al problema del Messia. Nel senso che non vi è Messia senza regno. È inutile domandarsi chi sia il Messia prima della manifestazione del regno.
Anche perché sottintesa a questa posizione è l'idea che non avendo il Messia nulla da fare prima della fine dei tempi non ha assolutamente senso ogni discussione sulla identità messianica prima della fine dei tempi. Quando c'è la fine dei tempi, quando il regno di Dio è stabilito allora si saprà chi è il Messia. Prima perché se ne discute? La situazione è abbastanza agnostica.
Cioè non c'è bisogno di dire che Gesù non è il Messia, non c'è nemmeno bisogno di discutere se Gesù sia o no il Messia. Quando il regno è stabilito - non c'è Messia senza un regno - si vedrà chi è il Messia.
Ovviamente la posizione dei cristiani è diversa, perché per i cristiani, come vi ho sottolineato i giorni scorsi, il Messia ha qualcosa da fare prima della fine dei tempi, che è l'offerta del perdono dei peccati. Ma dal punto di vista ebraico il Messia non ha nulla da fare.
Fra l'altro questa posizione di Gamaliele è anche una posizione antizelota. È inutile, anzi, è pericoloso discutere chi è il Messia. Infatti lui si rifà a messia come Teuda, o come Giuda il galileo, che hanno avuto anche delle tendenze radicali di tipo violento. Quindi la posizione di Gamaliele è anche una posizione antizelota.
Nessuna discussione sul Messia è una discussione che ha senso, in una direzione o nell'altra. Dal punto di vista ebraico che una persona dica di essere il messia è completamente ininfluente. Ognuno è libero di pensare quello che vuole. Guardate che questa è la posizione, oggi, anche dell'ebraismo in generale.
Ci sono persone che nella tradizione ebraica si sono dichiarate messia, e ci sono persone anche oggi che si sono dichiarate essere messia, messia finale. Ma la posizione ebraica è: benissimo, non c'è nulla di male. Se un gruppo di persone ritiene che il loro fondatore sia il messia, buon per loro. Ma fino al momento in cui il Messia non è stabilito la proclamazione messianica non ha nessun senso, è completamente irrilevante.
Ci sono dei gruppi hasidici, oggi, che ritengono che il loro fondatore, che è morto qualche anno fa, sia il messia - specialmente uno -, e si debba rivelare come messia alla fine dei tempi. La posizione dell'ebraismo ufficiale è: benissimo. Lo dite voi, buon per voi. Lo si vedrà.
Guardate, questa è anche la posizione nei confronti del cristianesimo. Non è quello il motivo per cui il rabbinismo ha un contrasto col cristianesimo rispetto al Messia. Voi dite che il Messia è Gesù? Buon per voi. Lo si vedrà. Voi dite che il Messia è venuto per fare il perdono dei peccati? Boh, a noi non torna, perché non c'è bisogno. Voi dite questo? Buon per voi.
I problemi di conflitto sono altri. I problemi di conflitto sono stati, con il rabbinismo, più di tipo anche storico, nel senso delle storie delle relazioni, quello che vi facevo vedere all'inizio dei mio primo incontro. Storie di conflitti che hanno poco a che fare anche con questioni teologiche. Hanno più a che fare col fatto che il cristianesimo si è trovato in certe situazioni in Europa per lungo tempo, nella posizione di poter governare e regolare la vita degli ebrei. Quindi ha avuto un potere su… Questi sono i motivi del conflitto.
E dal punto di vista teologico la remora è non tanto nella proclamazione messianica di Gesù, ma nella teologia cristiana riguardo alla divinità di Gesù e all'autorità data a Gesù. Il problema dell'incarnazione, dei due poteri in cielo, il fatto di aver trasformato il Messia in un essere divino. Queste sono le remore principali.
Finché i cristiani si esprimono nei termini della, teologia del figlio dell'uomo, questo non è un problema. Perché il figlio dell'uomo non è Dio, il figlio dell'uomo è un essere che viene dal cielo, di cui non è ben definita la natura. Quindi finché i cristiani si esprimono attraverso la teologia del figlio dell'uomo questo non crea eccessivi problemi. Il problema è quando questa teologia del figlio dell'uomo si trasforma in una teologia dell'incarnazione. Ecco, questo crea problema.
Quello che è anche interessante è un altro episodio che è abbastanza rivelatore e che riguarda sia il processo di Gesù sia il processo di Paolo. Voi sapete che Gesù, una delle ragioni, molto probabilmente per cui non c'è un processo intentato dalle autorità sacerdotali contro Gesù è esattamente per la stessa ragione per cui non c'è un processo dei primi cristiani intentato dalle autorità dei sadducei.
Perché in un sinedrio anche i farisei sarebbero stati presenti, e i farisei avrebbero difeso i cristiani, se non per una comunanza di idee - di solito il nemico del mio nemico è, per lo meno, abbastanza amico mio -, ma anche perché un partito di opposizione non avrebbe mai dato il potere al partito dominante di poter reprimere l'opposizione, se non in condizioni estreme.
Cioè se io permetto ai sadducei di reprimere il movimento gesuano, di reprimere Gesù, il prossimo in linea sono io. Quindi se io voglio che l'autorità sadducea sia tollerante è bene che io difenda gli oppositori.
Questo lo si vede molto bene anche nel processo di Paolo. Ricordate, Paolo ha una situazione privilegiata perché è un cittadino romano. Ricordate negli Atti degli Apostoli come tutto è molto diverso dal processo a Gesù. Gli inizi sono gli stessi. I romani intervengono, c'è un tumulto nel tempio, intervengono.
Però Paolo, nel momento in cui i soldati cominciano a usare violenza nei suoi confronti, usa le parole magiche: Sono un cittadino romano. A questo punto è il soldato romano ad avere paura. Perché aver commesso un atto di violenza nei confronti di un cittadino romano è una gravissima offesa, di cui il soldato poteva essere chiamato a rispondere. Persino il questore, che è il gradino superiore, viene immediatamente a porgere le scuse.
Questo discorso viene ripetuto diverse volte negli Atti degli Apostoli. Ogni volta che Paolo è imprigionato c'è sempre questa rivelazione, sono un cittadino romano. Per cui poi arriva sempre la delegazione che deve chiedere scusa, che, per favore, non lo dica in giro, perché altrimenti ci andiamo di mezzo.
È una situazione per cui i cittadini romani sono una minoranza privilegiata che ha fortissimi poteri e grandissimi diritti. A questo punto nell'arresto di Paolo il questore deve proteggere il cittadino romano.
Addirittura Paolo viene fatto uscire fuori da Gerusalemme in segreto dai romani, che hanno paura che Paolo possa rimanere vittima di un tumulto, di un omicidio. Cioè i romani sono preoccupati dell'incolumità. Se il cittadino romano viene ammazzato è colpa loro, ne risponderanno di persona. Quindi, diciamo, questo cambia completamente [le cose].
Ma vedete anche la storia, di nuovo plausibile, di Paolo che viene portato di fronte a un sinedrio. E Paolo a quel punto dirà una cosa molto interessante. Non dirà: io ero un fariseo. Dirà: io sono un fariseo, e sono qui a motivo del mio credo nella resurrezione. In questo caso poteva dire "io sono un fariseo" perché questo era un credo che i farisei condividevano con i cristiani.
In questa dimensione Paolo si può presentare come fariseo. A questo punto immediatamente i rappresentanti farisei difendono Paolo a spada tratta, e finisce nel nulla. È impossibile trovare un atto d'accusa contro Paolo.
L'atteggiamento farisaico è confermato anche da fonti non cristiane. Di nuovo Giuseppe Flavio. Giuseppe Flavio, voi sapete, non parla essenzialmente del movimento di Gesù, anche se molto probabilmente (io sono tra quelli che lo pensano) originariamente il cosiddetto testimonium flavianum, cioè il passo che Giuseppe Flavio dedica a Gesù, sia, tolte le interpolazioni successive di mano cristiana, sia sostanzialmente un passo autentico, nel quale Giuseppe Flavio descriveva Gesù così come descriveva Giovanni Battista. Giuseppe Flavio descrive Giovanni Battista come un uomo sapiente, ucciso, poi, ingiustamente.
E lo stesso fa di Gesù, descrivendolo in termini molto simili a quelli di Gesù ben Anania. Dice: Gesù è un uomo saggio, che compiva miracoli, che aveva una grossa reputazione tra ebrei e non ebrei. E dice poi che: alcuni dei nostri maggiorenti - questo è il modo con cui lui si riferisce ai sadducei - lo consegnarono ai romani e fu da loro crocifisso sotto Ponzio Pilato, ecc.
Cioè  in questo passo probabilmente questo era il senso originario del discorso di Giuseppe Flavio. È giunto a noi, purtroppo, soltanto in una forma in cui sono presenti le interpolazioni dei cristiani, dove si dice: Gesù è figlio di Dio… Queste non sono cose che Giuseppe Flavio poteva avere detto, perché Giuseppe Flavio non era cristiano. Però il passo ha senso.
Quello che è molto interessante è però un altro passo, che Giuseppe Flavio ha, nel quale parla di Giacomo, fratello di Gesù detto il Cristo, detto il Messia. E parla della sua morte. E racconta una storia molto interessante dal punto di vista proprio della collocazione del primo movimento cristiano all'interno del movimento di Giacomo.
Prima di tutto parla di Giacomo non come di un'altra religione, parla di Giacomo come potrebbe parlare di un altro membro, di un altro esponente, di un altro leader di uno dei gruppi giudaici del tempo. Quindi per Giuseppe Flavio, che scrive dopo il 70, Giacomo era uno dei leader ebrei del tempo, fratello di Gesù detto il Messia.
E racconta come in un breve periodo di interregno, quando vi era un cambio del procuratore romano, il sommo sacerdote approfittò (non c'era il procuratore romano, era morto, quindi da Roma stava arrivando il successore) di questo breve momento di interregno nel quale, probabilmente al sommo sacerdote erano state date delle funzioni legate al governatorato romano, in assenza del governatore romano. Il sommo sacerdote ne approfittò per l'esecuzione di Giacomo. Giacomo viene chiamato anche "il giusto" da parte farisaica.
I farisei reagiscono immediatamente. Quando il nuovo procuratore romano arriva a Cesarea, che è la capitale della provincia, trova una delegazione di farisei. I quali, per prima cosa, portano al nuovo procuratore le loro rimostranze nei confronti del sommo sacerdote che ha abusato del suo potere uccidendo un leader religioso di riconosciuta onestà, di riconosciuta obbedienza alla legge. Le rimostranze sono così forti che il governatore depone il sommo sacerdote e lo sostituisce.
Come vedete, di nuovo, qui abbiamo un esempio molto tipico, e senz'altro certamente non viziato da alcun pregiudizio pro-cristiano, perché Giuseppe Flavio non appartiene certo alla Chiesa cristiana, però poi dimostra l'atteggiamento farisaico nei confronti del movimento cristiano, che è sempre di appoggio in chiave antisadducea.
Ovviamente i farisei potevano avere più remore nei confronti del giudaismo ellenistico, e di Paolo  soprattutto, perché la Chiesa di Gerusalemme, la tradizione cristiana palestinese rimane più profondamente legata all'obbedienza alla legge mosaica. Però, diciamo, l'atteggiamento di fondo del movimento farisaico è quello di includere il movimento cristiano all'interno della diversità giudaica del I secolo.
Le cose cambiano in certa misura con il 70. Perché? Prima di tutto il 70 rappresenta una tappa fondamentale, un versante fondamentale, un crinale fondamentale nella storia ebraica. Cambiano i rapporti di forza, cambiano anche le relazioni fra questi gruppi. Prima del 70 cristiani, farisei, sadducei si trovano insieme nel tempio. Questo bisogna non dimenticarlo.
Perché anche tra i gruppi, anche i gruppi che avevano fortissime polemiche e che si odiavano l'uno con l'altro, addirittura non si rispettavano l'uno con l'altro, non si riconoscevano l'uno con l'altro, però in occasione delle feste un sadduceo poteva trovarsi al fianco di un fariseo, di un cristiano, di un esseno, di uno zelota a offrire il sacrificio nel tempio.
Perché anche i primi cristiani, fino al 70, partecipano alla liturgia del tempio. Consideravano il tempio corrotto, i sacerdoti illegittimi. Tutto quello che volete. Ma il tempio era il tempio, e rimarrà lì fino alla fine dei tempi. Anche Paolo  ricordatevi, viene arrestato nel tempio. Luca ci dice che i primi cristiani erano fedeli al culto di Dio nel tempio di Gerusalemme. Il tempio di Gerusalemme è il luogo principale di culto a Dio anche per i cristiani. Questo non bisogna mai dimenticarselo.
Fino al 70 il tempio, le feste ebraiche, il luogo del tempio… Poi si può discutere del modo con cui si va nel tempio. Gli esseni ci andavano nei giorni che loro pensavano fossero i giorni sacri, non i giorni in cui i farisei o i sadducei dicevano che erano i giorni sacri. Però il sabato era un giorno sacro per tutti, nessuno lo metteva in discussione.
I farisei e gli esseni veneravano Dio secondo la loro sensibilità, secondo il loro modo all'interno... Cioè l'atteggiamento col quale partecipavano a questi rituali era diverso. Però partecipavano agli stessi rituali.
I cristiani partecipavano al tempio in un'ottica diversa, però partecipavano al tempio. Potevano non offrire più certi sacrifici, questo è difficile dirlo, se, per es., il sacrificio pasquale continuava ad essere offerto, oppure no. Certo avevano i loro incontri al di fuori del tempio.
Ma guardate, la situazione non era diversa dalla situazione odierna - mi ricordo che ieri vi siete messi tutti a ridere quando dicevo che Paolo si era convertito dai ciellini ai dossettiani.
Però se pensate a questa analogia, se voi andate a messa, oppure andate a un'udienza papale potete trovare benissimo un dossettiano e un ciellino fianco a fianco. Perché questo fa parte della diversità all'interno della comunità. C'è un luogo nel quale potere essere insieme tutti, perché fa parte di un culto condiviso. È un luogo condiviso.
Allora, perché il tempio rimane importante nella prima storia del cristianesimo? Finché c'è il tempio c'è una casa comune, perlomeno un luogo in cui cristiani, zeloti, esseni, farisei si possono trovare insieme, a rendere culto a Dio insieme. In maniera diversa, con  intenzioni diverse, con desideri diversi, ma insieme.
Quando il tempio cessa di esistere praticamente scompare ogni possibilità, o viene molto limitata la possibilità di incontro. Perché quello che rimane quando non c'è più il tempio sono i luoghi di riunione dei movimenti. Quello che rimane è la comunità dei farisei, è la comunità dei cristiani.
Io se sono cristiano non vado alle riunioni dei farisei, se sono un fariseo non vado alle riunioni dei cristiani. Se sono un esseno non vado alle riunioni dei cristiani o dei farisei, se sono uno zelota non vado con gli altri. Se sono un giudeo-ellenista vado alle riunioni dei giudeo-ellenisti, non vado alle riunioni dei farisei o dei cristiani.
Il risultato è che viene a mancare una casa comune. Quindi diventa sempre più difficile sentirsi parte di un'unica religione, di una comunità. Il tempio creava la comunità. L'ebraismo era essenzialmente la comunità del tempio. L'idea che, invece, l'ebraismo sia la comunità della Torah è l'idea farisaica.
Per i farisei non c'è più bisogno del tempio perché ciò che unisce la comunità è la Torah, ma per i cristiani ciò che unisce la comunità è Gesù, il Messia. Ciò che per gli ebrei ellenisti unisce la comunità è la sapienza divina, è lo zodiaco, non è la Torah di Mosè. Perché altrimenti i timorati di Dio sarebbero esclusi.
Allora se il tempio era ciò che univa tutti, indipendentemente dalla propria specifica identità, una volta che il tempio cessa di esistere cessa anche l'identità comune, e quindi le linee cominciano a separarsi. Non ci si sente più parte di una comunità condivisa.
La cosa diventa ancora più drammatica dopo la rivolta di Bar Kochba del 135, perché? Fino al 135 la maggior parte dell'ebraismo, inclusi i cristiani, sì, ognuno va per conto suo, ma ancora si pensa che il tempio sarà ricostruito. Magari non è la prima cosa che li interessa, i cristiani non faranno molto per ricostruire il tempio, nemmeno i farisei faranno molto, in fondo non importa tanto.
Però in fondo poteva essere come era stato con la distruzione del primo tempio. Al primo tempio, gli ebrei vissero per un certo periodo senza il tempio di Gerusalemme, però lo ricostruirono.
Fanno collette per la ricostruzione del tempio. Noi abbiamo iscrizioni dove c'è l'elenco delle persone che a Roma hanno donato fondi per la ricostruzione del tempio a Gerusalemme dopo il 70.
Però ci si preoccupa anche di altre cose, dopo il 70. Prima di tutti ci si preoccupa di raccogliere fondi per liberare i prigionieri, le migliaia di schiavi che era stati fatti durante la guerra giudaica. Prima di tutto ci si preoccupa delle persone. Richiedono dei grossi fondi. La comunità ebraica di norma si faceva carico di liberare i prigionieri dalla schiavitù.
E la comunità ebraica è sottoposta, anche da parte romana, a un grosso sforzo finanziario, perché i romani faranno ripagare agli ebrei della diaspora i soldi della guerra giudaica, attraverso la tassa giudaica.
Quindi praticamente le risorse che potevano andare alla ricostruzione del tempio vengono, da un lato prese dal fisco romano, che le usa come riparazione per i danni di guerra e per le spese militari, dall'altro la comunità ebraica è dissanguata dalla necessità di raccogliere fondi per liberare i prigionieri, le migliaia e migliaia di prigionieri della guerra giudaica. Poi con la rivolta di Bar Kochba scompare ogni prospettiva concreta di [ricostruzione del tempio].
Però quello che cambia è che in questa situazione in Palestina i romani devono appoggiarsi su qualcuno. Guardate, i romani non amano mai governare direttamente nelle provincie.
La provincia della Palestina non era una provincia importante, era un terra poco appetitosa, poco produttiva. Essere governatori non produceva grossi introiti. Dobbiamo anche un po' riconoscere che questi procuratori romani si sarebbero seccati se li avessero mandati in questa provincia. Qualche volta vengono mandati per punizione a fare i governatori in Giudea.
Cioè bisogna anche un po' capirli. Non era il posto più bello per vivere per un procuratore romano, spendere tutta la vita a Cesarea, che, sì, era una bella città ellenistica, ma niente in confronto ad Antiochia o alle città dell'Asia minore o ad Alessandria d'Egitto. E dover passare tutte le feste chiuso dentro la fortezza Antonia a Gerusalemme. Cioè non era proprio una bella vita.
Però, diciamo, la provincia di Gerusalemme aveva una importanza strategica militare molto forte. Perché nel 40 a.C. l'unico impero che a quel tempo poteva creare problemi ai romani era l'impero dei Parti, in Mesopotamia.
Nel 40 a.C. i Parti, approfittando di alcune divisioni interne nel mondo giudaico erano riusciti a conquistare Gerusalemme, e ad avere accesso al Mediterraneo. Cosa che per i romani era un abominio. Il Mediterraneo è il nostro mare.
Vedete, l'impero romano conquista sistematicamente tutte le coste del Mediterraneo, impedisce a tutti l'accesso al Mediterraneo, questa è la cosa fondamentale. I Parti erano riusciti ad avere accesso al Mediterraneo. I parti erano l'unico impero che poteva competere militarmente con l'impero romano.
E i Parti, in virtù anche di interessi storici - ricordate, c'era una comunità ebraica in Babilonia - avevano degli agganci in Palestina, e già nel 40 a.C. avevano conquistato la Palestina. Fu Erode il Grande che dovette guidare le truppe romane e le truppe mercenarie, le truppe idumee per riprendere il controllo della Palestina.
Quindi, diciamo che dal punto di vista militare era una regione importante, ma era anche una regione, ripeto, che non aveva grossi introiti. Ma era una regione importante dal punto di vista militare, su cui era importante avere il controllo. Quindi i romani faranno di tutto per, anche, basarsi su un consenso locale.
I farisei all'inizio avevano appoggiato la rivolta, così come l'avevano appoggiata alcune frange dei moderati. All'inizio la rivolta giudaica era stata una specie di movimento di ribellione nazionale. Il primo anno della rivolta si forma un governo di unità nazionale dove vengono eletti come capi un sadduceo, un esseno e un fariseo. Abbiamo il famoso generale Giovanni l'Esseno, che è uno dei capi della rivolta. Probabilmente Giuseppe Flavio è in rappresentanza dei giudei moderati.
Con il tempo ben presto la leadership della rivolta viene presa dalle frange più estremiste, le quali fanno fuori gli altri. Quindi anche il tradimento di Giuseppe Flavio, di cui parlavo prima, è dovuto anche al fatto che Giuseppe Flavio via via diventa meno convinto della rivolta. Perché a Gerusalemme gli elementi più estremisti stanno prendendo il sopravvento. Per cui il fatto che Giuseppe Flavio, poi, finisce la guerra nel campo romano è anche il risultato di questa situazione.
I farisei fanno lo stesso. Voi sapete che c'è una leggenda nella comunità cristiana, che lascia Gerusalemme e si rifugia a Pella, in Transgiordania, praticamente prendendo le distanze dalla rivolta giudaica, nel momento in cui la rivolta giudaica assume dei caratteri messianici zeloti che sono in contrasto con la posizione cristiana, e competono con la visione cristiana di Gesù come Messia.
La cosa interessante è che una analoga storia esiste per quanto riguarda i farisei. Secondo questa tradizione, che è nelle fonti rabbiniche, il leader farisaico, Johanan ben Zakkai, nel mezzo dell'assedio di Gerusalemme, lascia Gerusalemme con i suoi seguaci con uno stratagemma, nascosto in una bara. I seguaci mettono in scena la morte di Johanan ben Zakkai, Johanan ben Zakkai viene compianto come morto. I farisei organizzano le esequie, i discepoli accompagnano la salma di Johanan ben Zakkai fuori delle mura di Gerusalemme, e appena fuori naturalmente lui si mette a scappare. Vi dovete immaginare una scena come questa.
È interessante perché secondo questa tradizione Johanan ben Zakkai si fa ricevere dall'imperatore romano. Ed è lui, secondo questa tradizione - non Giuseppe Flavio, ma ovviamente questa è una tradizione che deriva dalla tradizione di Giuseppe Flavio - che dice a Vespasiano: Io sono uscito da Gerusalemme per annunciarti che tu diventerai imperatore. A questo punto Vespasiano dice: Cosa vuoi in cambio? E Johanan ben Zakkai chiede di potere stabilire una accademia, una scuola a Jamnia sulla costa e fondare una accademia rabbinica per lo studio della Torah. Naturalmente ci sono degli anacronismi.
Ma quello che è interessante è la differenza con i cristiani, che si rifugiano a Pella, nella Transgiordania, quindi praticamente cercano di tirarsi fuori da questo conflitto: la tradizione di Giuseppe Flavio, in cui Giuseppe Flavio diventa amico dell'imperatore, e nella guerra giudaica scriverà che Dio si è schierato con i romani, e invece la tradizione farisaica che non si schiera con i romani, ma chiede la possibilità di studiare la Torah. Perché questa è la sopravvivenza di Israele.
I romani, poi, si affideranno in larga misura, soprattutto nell'area palestinese, alla leadership farisaica come nuovo interlocutore; addirittura, con il tempo viene creata una specie di principato, diciamo così, in cui leaders farisaici diventano anche leaders politici. E questa è esattamente la situazione riflessa in Matteo. La leadership farisaica è diventata leadership politica.
La tradizione di Matteo è la tradizione di una comunità cristiana prevalentemente ebraica che vuole rimanere parte della comunità ebraica, in cui però ora governano i farisei dal punto di vista politico, mantenendo però la propria identità.
Allora quel discorso di Gesù "La vostra giustizia sia superiore agli scribi e farisei", e "Niente della legge sarà abolito, nemmeno uno iota" indica, lo vedremo, poi, meglio, stasera, come nella tradizione cristiana si voglia indicare che l'essere cristiani non è qualcosa che entra in conflitto con l'essere fariseo.
Perché i primi cristiani fanno tutto quello che fanno i farisei, niente escluso, non trasgrediscono nemmeno uno iota della legge. Ma è un qualcosa in più. Questo è un modo di esprimere il cristianesimo. Il cristianesimo è qualcosa in più. C'è un qualcosa in più che è chiesto ai cristiani. Ma questo non rappresenta niente in meno per quello che riguarda l'obbedienza alla legge mosaica.
Questo è un modo per i cristiani di stabilire una loro presenza all'interno del mondo ebraico, retto ora da una leadership farisaica, senza poterne essere "scomunicati", perché noi non facciamo nulla che sia contrario. Però vi è una giustizia che è superiore. Quindi i cristiani hanno un qualcosa in più, che è a loro richiesto dal messaggio di Gesù. Una legge, una nuova legge, che però non è una negazione della legge precedente, ma è un "in più" della legge precedente.
Quindi i cristiani della comunità di Matteo si rifanno all'interpretazione palestinese farisaica della Torah come a un punto di partenza. Mentre invece, per es., la tradizione di Luca si rifarà all'interpretazione giudaico-ellenistica, che è qualcosa in meno rispetto all'interpretazione palestinese, per costruire una loro identità.
E questo è quello che permette loro, e questo spiega nel Vangelo di Matteo questa tensione tra "l'essere in", tra "l'obbedire a" e al tempo stesso l'annunciare l'ipocrisia, cioè l'ambiguità, la non sufficienza della prospettiva farisaica, perché i cristiani sono quelli che fanno le stesse cose, ma in un modo diverso e con un di più che li distingue. Ma questo è Matteo, non è Gesù.


 
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